Pieralberto Valli

Atlas / Instrumental

La versione strumentale del debutto discografico di Pieralberto Valli, "Atlas", da ascoltare in streaming.
Ascolta in streaming ATLAS /INSTRUMENTAL di PIeralberto Valli

In uscita il 15 settembre per Ribèss Records,  ATLAS/INSTRUMENTAL è come da titolo la versione strumentale del meritevole esordio da solista di Pieralberto Valli, ex Santo Barbaro. Un ascolto affascinante, seppur in chiave decisamente più minimale, tra modern classical e pop di spessore. Trattasi della riproposizione di tutte le tracce in scaletta, eccetto Il rumore del tempo, in un’amalgama di elettronica, pianoforte e melodia “alta”.

Certi artisti non smettono di esplorare. Lo fanno mossi dal desiderio di scoprire quanto grande è il proprio mondo e cosa potrebbero trovare una volta raggiuntone il confine“. (Giovanni Linke su Il Mucchio n. 751)

Quattro album post-punk nei Santo Barbato, al fianco di Franco Naddei/Francobeat con cui continui a collaborare. Cosa ti ha spinto all’esordio da solista?
Atlas mi si è palesato in mente esattamente come sarebbe dovuto essere, nota per nota. Ci ho messo due anni a capirne i testi, comprenderne la geometria. Franco era l’unico che poteva aiutarmi a realizzare il suono che avevo in testa. Il suo studio è un laboratorio alchemico fatto di microfoni rotti, eco a nastro, valvole… Tutte cose che mi servivano a rendere viva l’elettronica che, per natura, nasce tra i ghiacci. L’ultimo disco dei Santo Barbaro rappresenta un rito collettivo di liberazione, e la sua funzione era segnare la chiusura di un ciclo. Alla fine emerge un uomo, vero e consapevole, che cerca di mediare tra terra e cielo. Questo è il senso di Atlas: una mappa per un nuovo luogo da ritrovare.

L’elettronica è una scelta di suono, di contemporaneità? 
Ho cominciato a suonare campionando pianoforti per farne batterie nel 1996, con un Pentium 2. L’elettronica è un linguaggio che ho sempre usato, a modo mio, e col quale puoi dire ciò che vuoi. Poi la devi riempire di contenuti, impressioni, simboli. Non credo si possa più definire contemporanea; comincia ad avere una certa età. Se poi ti riferisci a synth e batterie elettroniche nella musica italiana di oggi, spero di non avere niente a che fare con quel mondo.

C’è l’esigenza di un cantautorato più ricercato rispetto a quanto propinatoci in media?
Che valore ha la musica oggi? La ricerca di cui parli risponde alla domanda. La musica dovrebbe guardare in alto, avere aspettative altissime. Ci viene propinato quello che decidiamo di accettare. In un’epoca in cui è il pubblico a stabilire la direzione dell’asticella, il pubblico ha scelto il lato più basso, frivolo. È il frutto di una dinamica di massa che si fortifica quotidianamente e premia il peggio possibile. Perché il peggio è più vicino a noi, e non ci mette in discussione.

Nonostante la lingua italiana, le tue influenze sembrano internazionali, dai Radiohead in giù.
Radiohead, così come Portishead, Massive Attack e Mark Hollis ci hanno nutrito per anni, ci hanno dato speranza. Molti usano la musica per dire chi sono; altri, come i Radiohead, hanno usato se stessi per dire cosa fosse la musica.

Ci sono comunque nomi che hanno cercato di elevare il nostro cantautorato. Chi senti affine?
Mi aggrappo a Giovanni Lindo Ferretti perché rimane l’unico a rifiutare il conformismo, l’incasellamento ideologico. Questo Paese ha sempre amato gli artisti rassicuranti. Io amo i non allineati, i portatori di pensieri forti, i santi con la cresta che vedono nella tradizione (quella autentica, originaria) un valore e non un peccato da nascondere.

Tempo fa hai pubblicato anche il tuo primo romanzo, Finché c’è vita.
Sono severo quando si parla di arte. Con gli altri, ma più con me stesso. Il romanzo è venuto fuori quasi per gioco. L’ho mandato a Paolo Benvegnù che mi ha detto si trattava di un grande lavoro, così ho accettato venisse pubblicato. Nella prosa non esistono limiti espressivi, ma le parole acquistano un peso enorme. In musica le parole hanno un suono che si diffonde nello spazio, che detona, attraversa le persone.

Soffermandosi proprio sulle parole, Atlas è titolo dalle molteplici chiavi di lettura: la più importante?
Atlas è la descrizione di un viaggio iniziatico, il superamento di uno stadio per accedere a un altro. Come ne La linea d’ombra di Conrad, la prova più difficile da superare è la mancanza di movimento, il terrore che il passato ci raggiunga, in agguato sul fondo del mare. Bisogna rimanere saldi, affrontare paure e zone d’ombra. Solo allora potremo accedere a una realtà superiore, in un’assenza di tempo che abbraccia ogni tempo. E ci metteremo finalmente alle spalle l’inutile risciacquo delle onde che ci percuote in superficie distraendoci. Per questo serve tanto coraggio.

Elena Raugei

(Pubblicato sul Mucchio n. 751)

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