20,000 Days On Earth

Il documentario su Nick Cave il 2 e il 3 dicembre al cinema

cave

A Istanbul c’è un posto dove puoi trovare 4,213 mozziconi di sigaretta dietro una teca di vetro. Si chiama Museo dell’Innocenza ed è legato all’omonimo romanzo di Orhan Pamuk, il cui protagonista, dopo aver perso la donna che ama, inizia a collezionare ossessivamente gli oggetti che le sono appartenuti. Il museo ricostruisce la sua missione, finendo col somigliare a una bizzarra cappella funebre per una figura mai esistita. Quel miscuglio di affabulazione, magia e memoria posticcia è la prima cosa a cui penso dopo aver visto 20,000 Days On Earth, il documentario su Nick Cave di cui il cantante è anche sceneggiatore: se c’è un performer che potrebbe mettere in piedi un posto così al limite tra i fatti storici e la pura speculazione, dedicandolo però a se stesso, è lui (l’altro è Bob Dylan, ma temo abbia perso il senso dell’umorismo per operazioni del genere tempo fa).

Non è un caso che nel 1987, quando aveva 30 anni – “Gli anni ottanta sono difficili da ricordare, in un certo senso sono andati via del tutto”– abbia fatto redigere un testamento in cui lasciava tutto a un (ancora) inesistente Nick Cave Memorial. Il suo senso per la memoria, se non del tutto inatteso, è comunque impressionante: quando l’analista gli chiede di cos’ha più paura in assoluto, mi aspetto che dica perdere l’integrità fisica, non smarrire tutti i ricordi. Il fatto è che non penso a Cave come a un nostalgico: è vero che non dimentica i suoi giorni berlinesi ma neanche li trasforma nella parodia di loro stessi e, a differenza di molti coetanei, continua a scrivere bei dischi invece di campare di repertorio. Man mano che il documentario procede, però, capisco che la memoria non gli interessa per conservare la vita sotto sale quanto per portarla avanti e generare nuovo materiale.

L’approccio vale anche per quello vecchio: “Quando canto Deanna, non penso alla donna che è oggi, ma al ricordo che ho di quella ragazza, a come l’ho trasformato e manipolato”. Lo spazio riservato ai giorni difficili è poco, anche se diverte e commuove sentirgli dire che durante la dipendenza dall’eroina andava in chiesa tutte le mattine: “Non sono mai stato tanto religioso come quando mi facevo. Mi svegliavo, sentivo un sermone e poi andavo a Portobello Road a beccare gli spacciatori. Mi sembrava di compensare, di tenere le cose in equilibrio. Mia moglie mi ha fatto promettere di non entrare più in Chiesa”. Enfasi sull’arte del ricordo a parte – aspetto che lo allontana dal rockumentary classico con cui condivide solo un inevitabile appeal erotico – 20,000 Days On Earth insiste molto sull’anelito compulsivo di Cave per la trasformazione: è una cosa che gli ha insegnato suo padre mentre gli leggeva il primo capitolo di Lolita, quando recitando la dedica appassionata di Humbert Humbert ad alta voce, “divenne un’altra cosa”.

Anche se è difficile immaginarlo, c’è stato un momento in cui il lungagnone australiano ha fatto di tutto per andare lontano da sé: come David Bowie e Ian Curtis prima di lui, l’unico modo per tollerare la propria immagine allo specchio era imitare qualcuno sulla copertina di un disco: “mi sono sognato fuori da me e rientrare è stato impossibile. Non sono neanche sicuro di averne avuto voglia”. È una specie di alchimia applicata al vivere, prima ancora che alla performance. Sul suo rapporto con Dio sono state versate colate di inchiostro inutile, ma se in 20,000 Days On Earth c’è un peccato, è solo quello di omissione: quando racconta che la sua prima esperienza sessuale è stata con la ragazza dalla pella più bianca e i capelli più neri che avesse mai visto, tanto che poi ne ha sposata una, ti aspetti che faccia quel nome. Ma di Pj Harvey non c’è traccia. Quando leggo i titoli di coda, dove appare la scritta The Bad Seeds Are prima di The Bad Seeds Were, con l’elenco dei vari musicisti che ne hanno fatto parte, mi rendo conto che vorrei dire a Cave che prima ancora dei ricordi, si perdono le persone: senza i primi non scrivi niente, ma senza le seconde poi finisce che non fai The Boatman’s Call.

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