AKIRA | 30° Anniversario

Solo il 18 aprile al cinema

In sala il 18 aprile torna il capolavoro distopico di Katsuhiro Otomo con un nuovo doppiaggio, fedele all’originale. "Akira" è stato il film animato spartiacque per noi occidentali, mostrò un altro volto degli anime giapponesi e diede inizio all’invasione dei manga in Europa e America. Nel suo cuore di tenebra racconta tuttavia ben altro: un desiderio di distruzione che il Giappone di cinema e letteratura ha inflitto a se stesso dopo l’olocausto atomico.
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La sci-fi giapponese vede tutto nero. Ormai gli è penetrato nel DNA, un conscio effetto collaterale del doppio fungo atomico che trasforma in incubi quasi tutte le esplorazioni fantascientifiche su piccolo e grande schermo, in live action o in animazione, ma anche in letteratura. Godzilla (1954) di Ishiro Honda fu per esempio più di un mostruoso anfitrione. Al di là della scia catastrofica che si lasciava alle spalle, nascosto nell’oscurità, il lucertolone serbava una chiara offensiva ideologica contro la proliferazione degli esperimenti nucleari, a due passi dall’Arcipelago, per mano degli Americani e continuerà a farlo a stretto giro raccontando di un Giappone finalmente uscito dal periodo post-bellico. Da solo o tramite altre bislacche creature. Un Giappone vittima di se stesso e dei suoi traumi perfino in quel formidabile momento di ripresa economica e culturale iniziato negli anni 50. Godzilla, come il fumetto Akira (1982) di Katsuhiro Otomo, non era roba per bambini. Ai bambini ci stava pensando Osamu Tezuka con i suoi fumetti proiettati nel futuro, in cui nobilitava i sentimenti e nuovi ideali di prosperità. Akira come Godzilla è diventato l’esponente più pop e cupo in cui immaginare il disastro e l’apocalisse, dietro cui scalpita una generazione di individui abbandonata a se stessa, priva di morale e quindi da reprimere. Sullo sfondo si ergono nel fumetto, come nel film, la Neo-Tokyo dell’anno 2019 e il suo gigantismo architettonico che guarda al quartiere di Shinjuku e alle dimensioni esagerate di Metropolis di Fritz Lang. In quei simulacri della società civile si nascondono soltanto corruzione, indebita sottrazione di potere, militarismo sfrenato e una tecnologia che non porta mai a nulla di buono. Solo paranoia.

Comunque vada, siamo tutti perduti. Akira, fumetto e film di animazione, viaggiano spediti su un singolo binario come le moto dei giovani bosozoku (i teppisti motorizzati) in cerca di guai tra lo splendore monumentale della Capitale, rivista attraverso le suggestioni di un Blade Runner, e le vestigia di un passato non troppo distante nel tempo che ha la forma di una cicatrice (l’immenso cratere della città vecchia), mentre il mondo va avanti fedele a se stesso e in una utopica parvenza di normalità e progresso (lo stadio olimpico, riprodotto sulle fattezze di quello autentico eretto nel 1964 in occasione delle Olimpiadi di Tokyo). Come spesso accade in animazione, una cosa è però il manga che Otomo stava ancora disegnando mentre era impegnato nella lavorazione del lungometraggio, un’altra cosa è il kolossal uscito in sala nel 1988. Akira vive sulla sua pelle di celluloide le medesime restrizioni che erano toccate a Nausicaa della valle del vento, il film di Hayao Miyazaki basato sul fumetto anch’esso iniziato nei primi anni 80. Non in quanto condensazione di un’opera in progress, ma quasi secondo una frantumazione per ragioni di sintesi. In entrambi i fumetti, la lunghissima gestazione, le interruzioni e le riprese hanno comunque portato a un’opera che l’animazione ha soltanto sublimato, sfiorato. Nel suo Akira per il cinema, almeno, Otomo non ha perso di vista l’originaria chiave di lettura, le ha dato il movimento, la vita, senza mai oscurare il feroce nichilismo né gli agganci sociologici con il Giappone contemporaneo.

L’inutile gioventù del film, composta da Kaneda e dalla sua banda di scriteriati motociclisti, non ha ovviamente alcun tratto di eroismo, assecondando il main theme esistenziale perseguito da Otomo, con lo stesso altruismo al rovescio che riserverà ai vecchietti in Roujin Z (1991), il film scritto per Hiroyuki Kitakubo. Così come apparentemente funzionali alla storia appaiono gli altri elementi che costellano il tessuto di Akira: una Resistenza di cui non si capisce bene l’utilità. Oppure i bambini dotati di poteri telecinetici che tuttavia restano rinchiusi nel loro infantilismo, perdendosi nella mischia apocalittica del finale. Sempre in presenza di un fantasma, Akira, il bimbo dell’esperimento che ha dato inizio a tutto. Soltanto Tetsuo ci fornisce un personaggio con sfumature maggiormente in rilievo. Il suo essere orfano piagnucolone e abbandonato si aggrega alla grande categoria degli individui di cui “quella società” può sbarazzarsi, oppure utilizzare per gli esperimenti, risvegliando il suo assopito potere ESP presto convertito in mania distruttrice. Tetsuo non è in grado di vantare allure da cattivo della situazione, alla convenzionalità del ruolo viene in fretta sottratto sia a causa della sua arroganza e dell’astio contro tutto e tutti (compresa la rivalità con Kaneda), sia quando Otomo gli riserva un destino crudele da blob fagocitatore. Una sola frase riferita da Tetsuo diventerà davvero emblematica: nel nuovo principio in cui la pellicola si conclude – e che la studiosa Susan J. Napier ha immediatamente paragonato al finale di 2001: Odissea nello spazio (1968) di Stanley Kubrick – quel boku wa Tetsuo (io sono Tetsuo) ha finalmente un valore, e un significato gnoseologico. Prima, il ragazzino era un altro dei tanti adolescenti perduti, una minaccia fuori controllo nel sistema evoluzionista previsto dal progetto Akira. Anche questo fa parte del piano che Otomo aveva in mente per il film: a dispetto del titolo, in Akira non si parteggia per nessuno in particolare, non c’è un personaggio a cui la pellicola si rivolga direttamente. Nella vita di ogni giorno, ha spiegato il regista, chiunque ha i suoi drammi personali, e la pellicola non ha fatto altro che mettere in evidenza tali drammi. Guarda la società e il mondo con gli occhi degli emarginati. Senza cambiarli.

Il film Akira inizia il 16 luglio 1988 con una detonazione. Una fine. Con macabra ironia, Otomo farà uscire la pellicola proprio il 16 luglio 1988 dopo una gestazione durata tre anni. Il disegnatore non era estraneo al mondo degli anime, né a quello del cinema, sempre rimasto in cima ai suoi pensieri. Il segno linguistico del suo tratto disegnato, maturo e moderno, come i fumetti che avevano contribuito a crescere una nuova generazione di fumettisti ma anche di animatori, era già presente: da Genmataisen (1983) ai due film antologici Robot Carnival (1987) e I racconti del labirinto (1987). Con Akira siamo però nella serie A degli anime. La fortuna di gestire i primi passaggi della produzione del lungometraggio alla fine degli anni 80, epoca di bubble keizai, l’economia effimera che portò non pochi benefici agli investitori nell’industria animata, consente all’editore Kodansha e a Otomo di raccogliere un budget mai visto prima per un anime: 1,1 miliardi di yen (l’equivalente di dieci milioni di dollari di allora). Nel preciso istante in cui parte la lavorazione, ogni animatore di Tokyo spera di far parte dello staff. E così pure ogni società animata della Capitale. Per l’occasione viene creato uno studio per lavorare al film. Otomo recluta i migliori key animator del momento, disegna personalmente lo storyboard (ekonte) con un realismo impressionante e con una mole altrettanto imponente di dettagli. Una mania che egli esige nelle prestazioni dei collaboratori: all’art director della pellicola Toshiharu Mizutani chiede di riprodurre tanti di quei dettagli da rivaleggiare con un film dal vivo. È solo grazie al sontuoso budget se Otomo riesce a ottenere ciò che chiede. Un discorso analogo è possibile farlo per i colori del film, oltre 327 di cui 50 creati ex novo. Akira resta quindi fedele alla tradizione animata fatta a mano, con ridotte intrusioni del computer, ma nelle cronache dell’epoca non sono sfuggite le sue smisurate ambizioni. Quasi come ai tempi dei primi lungometraggi animati Toei, che richiedevano centinaia di migliaia di disegni. Su questo, Katsuhiro Otomo non s’è risparmiato: full animation per quasi tutto il tempo (il che equivale a 24 disegni al secondo), sincronizzazione delle labbra dei personaggi e un approccio estetico mai applicato prima (le luci di Neo-Tokyo o le luci colorate delle moto che scivolano sullo schermo).

La storia di Akira va vista anche dalla prospettiva dei suoi animatori. Un collettivo di artisti invidiabile che ha chiamato a raccolta esponenti della vecchia guardia, ma soprattutto tantissimi giovani che con i fumetti di Otomo e l’animazione spumeggiante degli original animation video c’erano cresciuti professionalmente. Uno dei fan più tosti di Otomo si chiama Koji Morimoto, oggi regista di corti techno-colorati, che a diciotto anni venerava i suoi fumetti come puro genio ma in animazione era arrivato da ammiratore di un veterano vecchio stampo, Osamu Dezaki, grazie alla serie Le avventure di Gamba (1975). Dell’esperienza vissuta in Akira, Morimoto ricorda la contagiosa voglia di cambiare il mondo dell’animazione grazie alle prestazioni “gigantesche” del comitato di produzione. Erano anni in cui l’assenza di registi che sapessero dominare il box office (sì, parliamo anche di Miyazaki) avevano trovato nelle singole individualità degli animatori un contraltare formidabile per gli anime. Del tipo: disegno ergo sum. Disegnatori e animatori quali Shinji Otsuka, Yoshinori Kanada, Toshiyuki Inoue o Atsuko Fukushima, moglie del Morimoto, hanno contribuito alla riuscita di singole scene di film mettendoci del proprio: la sghemba dinamicità di Kanada la conoscevano tutti da anni. L’abilità di Shinji Otsuka con i dettagli si ammira nella scena della trasformazione finale di Tetsuo. La particolarità delle animazioni di onde d’acqua o del fumo che esce dagli ascensori sono invece frutto del lavoro di Shinya Ohira. Al secondo posto come importanza nella realizzazione della pellicola, dopo Koji Morimoto, c’è Takashi Nakamura, il cui approccio al mestiere di animatore cambiò proprio grazie all’esperienza in Akira, comprese le dinamiche di movimento dei personaggi, materia sulla quale aveva appreso il necessario disegnando alcune scene di Nausicaa nel 1984.

Nel dicembre 1989, Akira approda in America grazie a una piccola compagnia chiamata Streamline Pictures. Il film viene presentato il giorno di Natale al Biograph Theater di Georgetown, Washington, e tenuto in cartellone fino all’11 gennaio 1990. Il successo economico della pellicola negli States è ridicolo, appena 500 mila dollari, eppure l’esperienza è destinata a cambiare la storia. Fino a pochi anni prima, gli anime in America erano affare di pochissimi eletti e di qualche solitario spettatore che aveva seguito in Tv Speed Racer (1965), Star Blazers (1974) o Robotech (1985). Con Akira il pubblico scopre addirittura che i cartoon giapponesi hanno un nome e un’identità. Inoltre il film di Otomo si presenta da subito come “anime per adulti”, con frase di lancio stimolante, Get ready for the ride of your life!, sbarazzandosi di decenni di pregiudizi sui cartoon come prodotto per soli fanciulli. La questione diventa a maggior ragione un fatto di business in quello stesso 1990 con la prima edizione per l’Home Video della pellicola, nuovamente per la Streamline. Akira finisce al vertice delle vendite (un po’ come Ghost in the shell cinque anni più tardi) ed è uno dei primi anime a guadagnarsi edizione in Laser Disc negli Stati Uniti (edizione a 3 dischi, poi inclusa nella prestigiosa Criterion Collection). Altro punto a suo favore: la recensione che la rivista “Time” gli riservò nel numero uscito il primo febbraio 1993. Quasi preistoria rispetto al caos e al sovraffollamento di oggi. Ma non tutti nascono cult e Akira, sontuosamente, lo è.

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