America disperata

Venezia 2013

"Joe", "Night Moves" e "The Canyons": se tre film fanno una prova.
America disperata
I film a Venezia

La pattuglia americana che gli Stati Uniti hanno portato al Lido per la mostra del cinema è tra le più deboli degli ultimi anni. L’industria al di sotto dei kolossal e dei blockbuster è agonizzante e i vari tentativi si scontrano con problematiche crisi di idee. Quello che ne viene fuori però è la sua disperazione, il suo cercare rifugio in oasi – naturali e culturali – che invece rivelano l’ampiezza del declino e dell’abisso in cui la nazione una volta più potente del mondo sta scivolando. Sono tre i film americani che indagano questo declino: Joe di David Gordon Green, Night Moves di Kelly Reichardt e The Canyons di Paul Schrader.

 

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Joe, celebrato come ritorno al cinema “serio” di Nicholas Cage, è la più tipica storia di provincia rurale, bagnata di white trash come un Faulkner corretto da Elmore Leonard: uomo complicato che stringe un rapporto d’amicizia e lavoro con un ragazzo dal padre ubriaco e violento e che deve affrontare l’inospitalità ancestrale dei redneck. Il dramma agreste e suburbano ai tempi della crisi, soprattutto di valori, passa per la violenza repressa e alla fine esplosiva, con un bel finale dal sapore western – non a caso, l’altro lato di Leonard – che suggella un film ben fatto, ma simile ad altri venti film analoghi. Eccezion fatta per Cage, credibile e meno esagitato del solito.

 

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Reichardt invece, celebrato talento emergente a stelle e strisce, con Night Moves racconta l’estremismo ecologista nei panni di due ragazzi e una sorta di guru che pianificano un attentato a una diga: la regista prima segue meticolosamente la preparazione del colpo e poi le sue conseguenze impreviste sugli attentatori, descrivendo un’America che vorrebbe ribellarsi, riprendersi la bellezza e credere in un sogno, cruento ma giusto e possibile. Resta però un peso la scelta di uno stile antitetico a ciò che la regista vorrebbe raccontare, agli obiettivi prefissati con lo spettatore: idea interessante ma che non raggiunge il suo scopo e delude, fatta eccezione per la sempre più brava Dakota Fanning.

 

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The Canyons ha invece tutti i presupposti del gioiello: scritto da Bret Easton Ellis e diretto da Paul Schrader – per dire uno che ha scritto Taxi Driver e diretto un film su Mishima – è uno sguardo alla morte dell’industria dei sogni, tra Glamorama e American Psycho passando per Hardcore e Auto Focus. Eppure non quadra, gli manca la vera ferocia dello sguardo, la vera eleganza delle facciate e la vera decadenza degli interni, in cui lo scandalo passa più per lo sfruttamento mediatico di un pornodivo e un’ex divetta sfatta (Deen e Lohan) che per il peso dei suoi discorsi. E allora nasce il sospetto che questi film siano un doppio specchio della morte degli USA, consapevole nei contenuti, ma inconsapevole e quindi ancora più triste nella forma.

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