American Sniper

La nostra intervista al cecchino (era il 2012)

Chris Kyle è il cecchino più letale nella storia militare americana. Per 160 volte ha preso la mira, ha trattenuto il fiato e ha premuto il grilletto. Lo intervistanno anni fa prima ancora di ispirare il nuovo film di Clint Eastwood.
Chris Kyle

Il suo primo bersaglio è stata una donna dall’aria abbastanza giovane: “Con la sinistra teneva la mano di suo figlio, nella destra impugnava una granata. Si stava avvicinando a un gruppo dei nostri, ad alcuni soldati americani”. Dubbi prima di sparare? “No sir”, risponde. Chris Kyle parla con quei manierismi cortesi e un po’ all’antica che non si capisce se vengano dall’esercito o da quel Sud degli Stati Uniti di cui è originario e tremendamente orgoglioso. Ma il tono è fermo. Quando parla di quella donna irachena, la sua prima vittima, la voce al telefono arriva sicura, senza l’ombra di un’esitazione. “Sì, quella volta è stato più difficile premere il grilletto, sinceramente non tanto perché fosse una donna, quanto per il fatto che era la prima. Ma non ho avuto nessun dubbio: si trattava di noi o di loro”. Il cliché più antico a cui un soldato possa aggrapparsi per superare ogni ragionevole dubbio, insomma, funziona sempre: o noi, o loro. Lui dice di averlo sempre avuto chiaro in testa, se lo ripeteva come un mantra. Ma non per convincersi da sé, precisa: ci credeva fino in fondo.

Sono nato a Odessa, una piccola cittadina del Texas. Sono cresciuto seduto in sella a un cavallo badando al bestiame. Primo fucile a 8 anni, Springfield calibro .30. Il mio sogno da bambino era di fare il cowboy. L’altro mio sogno, naturalmente, era l’esercito”. Ha preso la seconda strada ed è arrivato a Bagdad nel 2003 con i Navy SEAL, il corpo più scelto che ci sia tra i Marines. Era una guerra chiamata Operazione Iraq Freedom e Chris, come molti altri soldati insieme a lui, credeva che Saddam Hussein fosse una specie di Dottor Male con le tasche piene di armi di distruzione di massa in grado di polverizzare il mondo. In quattro missioni in Iraq, fino al congedo definitivo nel 2009, Chris ha sparato a 160 persone, uccidendole tutte; un numero che fa di lui il cecchino più letale della storia militare americana. Oggi è tornato a vivere in Texas e su quei 160 colpi di fucile ha scritto la sua biografia, American Sniper (“cecchino americano”), bestseller negli Stati Uniti e ancora in attesa di una traduzione italiana. Ha una moglie e due figli e ha solo 38 anni, il che rende Clint Eastwood troppo anziano per interpretarlo nel war movie hollywoodiano che, non dubitiamo, sarà tratto dal libro.

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Dal film “American Sniper”

 

Lo so bene che le persone a cui ho sparato erano esseri umani, ma quando le inquadravo nel mirino non pensavo a loro in quel modo. Pensavo solo che se non avessi sparato io per primo, lo avrebbero fatto loro. Qualcuno sarebbe morto di sicuro: il mio compito era fare in modo che non toccasse a noi”. Su questo punto è inutile insistere, perché Chris non vuole sentire storie. Non si considera un assassino, dice, lui è uno che ha fermato gli assassini, quelli veri, prima che questi ammazzassero i suoi. “Ne ho persi anche io di amici in battaglia, è successo a tutti quelli che sono stati in prima linea. È una possibilità che hai sempre in testa, ma quando capita ti senti letteralmente lacerato, fatto a pezzi”. A lui hanno sparato due volte ed è rimasto coinvolto in sei attentati esplosivi. C’era una taglia da 80 mila dollari sulla sua testa. “Non mi sono mai visto come un omicida a sangue freddo. Se proprio devo dirla tutta, piuttosto mi sentivo un angelo custode. Stavo proteggendo i miei uomini”.

Per anni, ogni sera, al rientro dal turno di lavoro, Chris Kyle prepara un bilancio della sua giornata. È un tipo metodico, nei suoi rapporti non manca mai di annotare tutte le circostanze delle operazioni: “Luogo e ora precisa, quale calibro avevo usato, a quale distanza mi trovavo dal bersaglio, quali abiti indossava la persona a cui avevo sparato, con chi stava e cosa stava facendo esattamente al momento dello sparo. E soprattutto descrivevo quello che il bersaglio stava per fare, quale minaccia rappresentava per noi”. Sono questi, dice, i dettagli che fanno la differenza tra il tornare in patria come un eroe e il rischiare un processo per omicidio. Può anche darsi, per quanto sia francamente difficile da immaginare, che negli Stati Uniti un soldato tornato dal fronte sia processato per omicidio. La cosa comunque non lo riguarda, per lui sono arrivati solo riconoscimenti: una medaglia d’argento e cinque di bronzo, un encomio speciale e due medaglie di merito della Marina. L’Istituto ebraico degli Stati Uniti gli ha riconosciuto il premio per la “Gratitudine della nazione”.

Sono quei rapporti, compilati con cura ogni sera, che ufficializzano i suoi record. Come quello per il colpo andato a segno dalla distanza più lunga mai registrata: 1.920 metri, quasi due chilometri tra la canna del suo fucile e la testa del suo bersaglio. Quel proiettile, dice, lo ha sparato nel 2008 a Sadr City, periferia di Bagdad. L’obiettivo era un uomo con un lanciarazzi sulla spalla non lontano da un convoglio dell’esercito americano. Il cecchino americano ha sparato con un fucile Lapua Magnum .338: preso in pieno e ucciso. Negli archivi della marina americana esistono 160 rapporti del genere firmati Chris Kyle. “Se mi pento anche di una sola delle persone che ho ucciso? No, nemmeno di una. Nessuno di quei volti mi tormenta il sonno o roba del genere. Gli incubi di notte mi vengono, sì, ma solo a causa dei miei compagni che non ho fatto in tempo a salvare”. Oggi, finita la carriera in Marina, Chris Kyle ha fondato e gestisce una società di addestramento per militari e forze dell’ordine. La fama di killer lo ha trasformato in una specie di celebrità locale. Su Internet ha gruppi di ammiratori, c’è un conteggio non ufficiale secondo cui le sue vittime in realtà sarebbero addirittura 255. “Io ho sempre detto 160, altri hanno parlato di cifre più alte, non so perché. Forse volevano farmi vendere più copie del libro, o magari farmi sembrare più cool”. Vere o presunte, le sue imprese sembrano fatte apposta per il folklore texano di cui un giorno farà sicuramente parte. C’è quella volta in cui ha tirato fuori da una strada di Falluja una decina di Marine intrappolati sotto il tiro dei cecchini iracheni. Quell’altra in cui a Ramadi con la pistola in pugno si è buttato incontro a un gruppo di “insurgents” (che è quel termine entrato in voga nelle guerre in Iraq e in Afghanistan con cui gli americani indicano i nemici nei rapporti ufficiali, per non usare il poco politicamente corretto “terroristi” ma neanche riconoscere loro la dignità dei “soldati”). Gli iracheni lo chiamavano al-Shaitan Ramad, “il diavolo di Ramadi”.

La sua notorietà oggi significa che alla sua azienda non mancano mai clienti, c’è sempre qualcuno che vuole imparare dal diavolo di Ramadi. “Yes sir, sono molto occupato con il mio nuovo lavoro” dice Kyle: perfino in patria, ci sono le occhiate di traverso, lo stereotipo del killer assetato di sangue, la malizia dei giornalisti che gli chiedono se non gli manca “almeno un pochino” il fatto di ammazzare la gente. “Certo, mi sento giudicato in continuazione, ovunque. Soprattutto da quelli che non hanno mai fatto niente che non fosse per se stessi, quelli che non si sono mai sacrificati per il bene comune o per il loro Paese. Va bene così, possono giudicarmi finché vogliono perché io so quel che sto facendo. Ho già la mia famiglia e i miei amici, non ho scritto il libro per farmene di nuovi”. Una giornalista del “Time”, parlando del suo libro, ha paragonato Chris Kyle al Jack Nicholson di Codice d’onore, il super-duro, l’ufficiale “vecchia maniera” che disprezza i media, i politici senza palle e in genere chiunque non indossi un’uniforme, e a un certo punto urla “voi non potete reggerla, la verità”. “Sì, è un po’ così che mi sento, la gente vive la maggior parte del tempo nel mondo dei sogni e non ha idea di cosa succede dall’altra parte”, dice Chris. Se entra nel letto quando lui è già mezzo addormentato, sua moglie Taya deve sempre chiamarlo per nome prima di avvicinarsi. A tre anni di distanza dal suo ritorno dalla guerra, quando nel dormiveglia sente qualcuno avvicinarsi, Chris reagisce ancora d’istinto: “Colpisco prima di avere il tempo di aprire gli occhi”.

Il quinto comandamento, secondo una fonte degli archivi vaticani, aveva una formulazione più articolata rispetto al “non uccidere” della vulgata occidentale; diceva in origine “non far morire l’innocente e il giusto”. Non è chiaro se la vita dei colpevoli e degli ingiusti fosse meno sacra. Come molti dei suoi conterranei, Chris Kyle si definisce profondamente religioso e cristiano osservante; ma non fa alcuna fatica, spiega, a conciliare i 160 rapporti che ha compilato in Iraq con la sua fede. “Dio stesso ha mandato gli ebrei in battaglia, la guerra non è estranea alla fede cristiana. Gli ebrei sono stati schiavi e perseguitati per un’eternità e hanno combattuto per la propria libertà. La guerra è qualcosa che siamo abituati a giudicare male dal confort delle nostre vite borghesi, ma a volte va fatta. Non piace nemmeno ai soldati; non vorresti mai uccidere. Ma a volte devi farlo per continuare a essere libero o anche semplicemente per sopravvivere”. Il suo libro non l’ha scritto per recitare la parte dell’eroe, dice, ma per dare una voce a tutti coloro che stavano intorno a lui: i compagni che non hanno ricevuto medaglie né pacche sulla spalla; e le famiglie a casa, le cui vite sono state toccate tanto quanto quelle dei padri e dei mariti partiti in missione. “Tutti i miei ragazzi, i miei compagni si sono fatti vivi, mi hanno offerto la loro stima, mi hanno assicurato il loro appoggio al cento percento. Non ho avuto altro che sostegno e reazioni positive dal mondo militare, anche dai pezzi grossi, dagli alti ufficiali. Ho ricevuto tante lettere di ringraziamento, gente che mi dice ‘ci hai reso giustizia’. Non volevo prendermi una gloria personale, ma darla ai ragazzi che la meritano” dice, tranne che ai cervi quando va a caccia. Ma l’altra parte del suo essere soldato, la programmazione mentale all’auto-difesa, è più difficile da disconnettere.

Non toccategli niente di quel che ha fatto, niente in cui abbia creduto. Compresa la campagna in Iraq. “Abbiamo fatto il nostro lavoro, siamo andati là, abbiamo vinto la guerra e abbiamo liberato la popolazione irachena da una dittatura opprimente; qualunque cosa si voglia pensare delle armi di distruzione di massa, lui ammazzava migliaia di curdi. Abbiamo messo fine a un’atrocità indescrivibile”, dice. Ma l’Iraq è ancora nel caos, gli scoppi delle autobombe a Bagdad sono ricominciati e l’unica cosa certa è che il Paese lacerato non sembra avere nessuna voglia di accettare l’happy ending previsto dal copione americano. “Noi siamo rimasti in Iraq un tempo infinito, abbiamo addestrato i loro soldati, la loro polizia, abbiamo perfino insegnato ai loro funzionari di governo come si amministra una democrazia”, dice. “Adesso abbiamo finito. La missione è compiuta, la nostra parte l’abbiamo fatta. Il che vuol dire che quel che succederà in Iraq d’ora in avanti non è più nostra responsabilità: se non ce la fanno è colpa loro”. Questo non significa, aggiunge Kyle, che le cose possano funzionare da domani; con la massima serietà, spiega che “gli iracheni oggi sono come gli americani subito dopo il 1776, una democrazia giovanissima. Anche per noi, dopo l’indipendenza dall’Inghilterra, ci sono voluti un tempo molto lungo e una guerra civile per crescere come democrazia; ce ne vorrà tanto anche per loro”.

Più a est c’è un caos se possibile ancora più grande, nell’Afghanistan dove gli americani non hanno più voglia di rimanere ma da cui non sanno come sfilarsi. I sondaggi elettorali dicono che la gente vuole il ritorno dei soldati, generali e politici si stanno muovendo per trovare un accordo con i talebani e sbaraccare cercando di salvare la faccia. Chris scuote la testa, per un soldato come lui la trattativa equivale alla resa. “Non si può negoziare con i terroristi, e i talebani per me sono terroristi, non vedo come si possa trattare con loro”. Lui non cederebbe all’opinione pubblica, ai sondaggi elettorali e agli umori dei media. “C’è una soluzione, dipende solo da quanto tempo sei disposto a rimanerci. L’Afghanistan è completamente tribalizzato. Non c’è concetto di nazione, c’è solo quello di gruppo etnico. Non c’è istruzione. Bisogna spendere soldi, costruire le infrastrutture, l’acqua, tutto, aiutarli e istruirli. Ci vorranno generazioni di afghani per capire cos’è uno stato democratico e come funziona”. Alle elezioni comunque non ha ancora pensato molto. Washington è tanto lontana dal Texas rurale quanto dalla sua testa. “Spero solo che gli americani trovino una persona che faccia le cose giuste, io non sono un grande fan dei politici, che siano repubblicani o democratici… mi auguro solo che decidano pensando alle motivazioni giuste e non solo per essere rieletti o roba del genere”.

Chris Kyle è convinto di avere sempre deciso per le ragioni migliori possibili. Lo ha fatto, assicura, in ognuno di quei 160 momenti in cui la sua decisione ha chiuso una vita. “Non ho mai avuto alcun timore di sbagliare, di uccidere un innocente. C’erano regole molto rigide circa i bersagli a cui potevamo o non potevamo sparare. L’idea di ammazzare la persona sbagliata era veramente improbabile”. Un giorno lo spiegherà anche ai suoi due figli. Per ora, dice, non sono pronti. “Sono ancora giovanissimi, adesso sanno solo che loro padre è stato tanto tempo dall’altra parte dell’oceano a combattere contro i cattivi e questo è tutto. Non ho ancora parlato con loro di tutto il resto, dei dettagli. Sicuramente lo farò, non voglio che lo scoprano dai compagni di classe. Ma voglio aspettare che abbiano l’età per capire cos’è la guerra davvero e per ora secondo me non sono ancora in grado di capirlo”.
Non si sa se i figli di Chris Kyle sognino anche loro l’esercito o i cowboy. Lui si augura che, quando verrà il momento, loro appartengano a quelle persone in grado di reggere la verità, proprio come il padre.

 

Questa intervista pubblicata sul Mucchio di Aprile 2012 ci fu rilasciata qualche mese prima, l’anno dopo Kyle fu assassinato nel poligono di tiro dove si allenava.

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