Biografilm è finito

Evviva Biografilm

E nonostante l’heavy rotation del video che giustamente celebra il Guerrilla Staff prima di ogni proiezione consegni virtualmente la palma del protagonista assoluto della 13esima edizione al volontario che dichiara la propria passione per balene e pinguini, anche stavolta il Festival ha offerto un’overdose di storie capaci di oscurare una ripetizione di teaser che nemmeno la cura Ludovico. Alcune incredibili, certe da piazzare in momenti in cui non hai niente da fare e altre così così.
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Alcune incredibili
Un sociologo giapponese sostiene che ci siano analogie tra la Londra degli anni ’70 e la Tokyo di metà anni Zero. Se, per reagire alla crisi economica, gli inglesi hanno tirato fuori il punk, i giapponesi si sono inventati le idol, ovvero gruppi di ragazzine in età da prima liceo (o meno) composti da un minimo di una a un massimo di 600 unità, vestite come personaggi di un manga, che vanno fortissimo tra gli uomini adulti, i quali subiscono una regressione alla terza elementare. Quella di Tokyo Idols, diretto da Kyoko Miyake, è allora forse in realtà una storia sulla solitudine e sulla resa di fronte alla presunta difficoltà di intrecciare relazioni sociali, che riguarda più i suddetti uomini che non gli oggetti della loro religiosa contemplazione. Il rapporto col fallimento è al centro anche di quello che è probabilmente il vero vincitore del festival: Il Principe di Ostia Bronx svela la vicenda di Dario e Maury, noti appunto come Il Principe e La Contessa della spiaggia di Capocotta. Due personaggi straordinari che si sono autoincoronati per dare un senso alternativo alla vita che a loro aveva invece dato solo calci in culo. A proposito di storie italiane, in Un western senza cavalli, Davide Rizzo e Marzia Toscano riscoprono l’immenso archivio di Mauro Mingardi, prolifico regista amatoriale bolognese ammalato di cinema e capace di coinvolgere per tutta l’epoca del Super8 amici e parenti in una straordinaria e premiata avventura in pellicola ma non di mollare tutto per abbracciare il professionismo su invito di un cretino qualunque come Rossellini. Siamo sempre lì: il rapporto col fallimento e la sua pacifica – o presunta tale – accettazione.

La reporter inglese che mostrava a tutti la foto fatta a Cannes con Roman Polanski il giorno del suo compleanno, lamentandosi sciantosamente di quanto Venezia sia in realtà robetta in confronto al festival francese, era davvero convinta – e cercava di convincere tutti – che Iggy Pop si sarebbe presentato al Lumière, in occasione della proiezione di To Stay Alive: A Method. «Viene, viene. Che ci vuole? – diceva – tanto è già qui». Stranamente, invece, non è arrivato. Però, il film, nel quale l’Iguana rilegge – intervallato da storie di bombe a orologeria nella testa delle persone – brani di Rester Vivant, il saggio scritto negli anni 90 da Michel Houellebecq in piena crisi depressiva, è davvero una splendida parabola delicata sulla sofferenza e sul potere delle parole.

C’è Bollywood. C’è Holliwood. E poi c’è Nothingwood: perché qui non c’è niente. Così Salim Shaheen – idolo incontrastato di un certo cinema d’assalto afghano, in grado di girare più di 100 film (anche quattro alla volta) mentre tutto intorno il paese va a pezzi – spiega il titolo del film di Sonia Kronlund, documentarista che un giorno ha avuto l’idea di seguire questo personaggio assurdo, circondato dalla sua improbabile troupe, composta da reduci, figli e attori effeminati. Lui sembra un po’ un misto tra Bud Spencer e il proprietario di un bar del centro che si definisce il risolutore semplice di problemi complessi ma il punto è che riesce a sognare sulle macerie di una terra di cui ormai non resta molto, diventando di fatto il re di Nothingwood.

All’opposto, in Cina c’è troppo. Si riempie di cemento il vuoto, perché il cemento è un affare. Nel momento del boom immobiliare, Yana si è inventata un business: quello di contribuire a dare un’aura internazionale alle nuove costruzioni, assoldando gli stranieri presenti a Chongqing per farli esibire come scimmie di fronte al pubblico di potenziali investitori. Anche se, in realtà, non sanno fare niente. Anche se in realtà – come il regista David Borenstein – non sei il famoso clarinettista di origine italiana o il grande rapper nero – e quindi meno costoso – venuto dalla Francia per conquistare Pechino. Dream Empire segue la vicenda di questa ragazza arrivata dalla campagna per sfondare con la sua idea spregiudicata, che si trova a fare però i conti – ancora una volta, eccolo qui – con il fallimento e la presa di coscienza della sua partecipazione attiva a una truffa.

Per concludere la lista delle bombe finite davanti ai miei occhi sanguinanti, Indivisibili di Edoardo De Angelis – non proprio una novità – e Glory, di Petar Valchanov e Kristina Grozeva, del quale si consiglia la visione a partire da settembre, quando arriverà nelle sale distribuito da I Wonder: per farla breve, la vicenda di un ferroviere balbuziente che, per essere onesto, si ritrova a fare i conti con un Sistema a metà strada tra Kafka e Gogol incarnato da una PR in carriera alla quale vorresti dare una vanga in faccia dopo 25 minuti ma che alla fine è la protagonista di un percorso in cui lo stesso evento produce effetti opposti sulle persone che lo vivono.

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Il principe di Ostia Bronx

Certi da piazzare in momenti in cui non hai niente da fare
I Am Not Alone Anyway
ha il merito di affrontare la vicenda di Francesca Alinovi puntando la lente sulla sua figura di critica d’arte che ha portato in Italia il graffitismo e gente tipo Keith Haring. Ben fatto, nobile e con un lavoro di ricerca pazzesco. Ma un po’ accademico.

Con Venus, Lea Glob e Mette Carla Albrechtsen volevano esplorare la visione contemporanea delle donne sulla loro sessualità. Forse ci sarebbero volute 6 ore. Invece dura solo 80 minuti.

Andrea Romeo, signore e padrone di Biografilm, ha presentato Lovemilla come qualcosa di sconvolgente. E, in effetti, per un po’, sembra Guerre Stellari diretto da Chewbecca in acido ma ambientato in Finlandia, con supereroi, zombie alcolizzati e un musical gay-culturista. Solo che enough is enough. Troppa roba per Teemu Nikki, che comunque si potrà rifare prossimamente con Euthanizer. Romeo dice che è bellissimo.

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I Am Not Alone Anyway

Altre così così
La Danseuse (Io danzerò)
, del quale – a sentire i commenti della gente – rimane impressa soprattutto la peraltro confutabile convinzione che Isadora Duncan fosse una grandissima stronza.

Bill Viola: The Road to St. Paul’s, che la signora della prima fila ha apprezzato per averle fatto conoscere questa cosa chiamata videoarte ma finisce lì.

Chiamatemi Divina: Dorian Gray, Storia di un’attrice dimenticata, il cui maggior merito è quello di autodichiararsi un prodotto senza pretese. Bello, però, il momento in cui la signora della seconda fila – un’altra – comincia a scattare foto col flash allo schermo per immortalare il proprio paese e viene quasi linciata dal pubblico in sala.

QUI, gli altri film e i vincitori di Biografilm.

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