Biografilm Festival

I documentari in programma

Divagazioni semiserie sui film in rassegna
Biografilm-Festival

DAY 1

Alla fabbrica della Ducati, quella che fa le moto, quando scocca l’ora della pausa pranzo, dai cancelli fuoriesce uno sciame di operai in maglietta rossa. Sono tutti vestiti uguali. Li ho incrociati spesso, percorrendo la strada che porta a quella che noi chiamiamo la piscina proletaria, che è circondata dai palazzi e sta a Borgo Panigale, un quartiere grande come un paese, che in effetti non si capisce perché non faccia comune. Mi ha sempre impressionato questo serpentone compatto e rosso di manodopera specializzata che rimane riconoscibile anche oltre il confine aziendale. Il rosso è anche il colore ufficiale del Biografilm Festival – International Celebration Of Lives, quest’anno alla nona edizione. Si tratta del primo festival italiano dedicato alle biografie e ai racconti di vita e raccoglie un numero inusuale di partner per essere una rassegna che, in fin dei conti si svolge in una città provinciale come Bologna. Sarà che Andrea Romeo, fondatore e capo supremo, una vita passata a inventarsi festival e festival di festival e a scervellarsi su come inserire una marca di tonno nella scena di un film senza farla passare per promozione sfacciata (si chiama product placement, bellezza), non è proprio l’ultimo degli arrivati in fatto di rastrellamento di fondi.
Il nesso con gli operai in maglietta rossa viene dal fatto che il Biografilm si avvale della preziosa collaborazione del Guerrilla staff, una valanga di volontari, forse anche troppi, in t-shirt dalla medesima caratteristica cromatica. E il primo giorno di festival, come ogni esordio spesso il momento più problematico e questo si traduce in tante facce spaesate con l’espressione di chi è caduto dal letto nel momento sbagliato. Ritirare l’accredito stampa e procurarsi un programma è più difficile di quanto si possa pensare. Finisci per chiedere a ragazze con la maglietta rossa che hanno l’aria di stare facendo di tutto per evitarti, impegnate in un mantra che dice “non me, non me, non me”, ma costrette a inventarsi qualcosa pur di non fare la figura di quelle lì per caso. Comincia un ping pong tra casse e aree dal nome più o meno comprensibile, anglofono e a sfondo tecnologico, ti rimbalzano da una parte all’altra della piazza della Cineteca, al centro della quale compare un telo blu a proteggere dagli occhi indiscreti qualcosa che si direbbe una macchina – in pieno rispetto della tradizione del Biografilm, che due anni fa sfoggiava una Deloren – e che infatti alla fine si rivela essere un esemplare del Boxel, primo veicolo elettrico omologato in Italia, protagonista di un documentario in programmazione.

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Il primo documentario – e l’unico che vedrò in questa giornata inaugurale – è l’anteprima italiana di Pussy Riot – A punk Prayer, coproduzione anglo-russa diretta da Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin, in concorso per il Lancia Award, il Best Life Award e l’Audience Award, che è inutile spiegare di cosa parli, perché il titolo è eloquente. Però, insomma, questa è una vicenda che potrebbe essere scivolosa come solo possono esserlo quelle storie lontane filtrate dai media, a fortissima componente sensazionale, nel senso che viene da chiedersi perché, se quella che nel febbraio 2012 ha portato tre membri del collettivo punk femminista – come le definisce la stessa Nadezhda Tolokonnikova – direttamente dalla Cattedrale di Cristo Redentore alla prigione, non era certo la prima delle azioni che avrebbero dovuto suscitare la reazione del Governo, proprio questa è stata invece capace di mobilitare non solo le forze dell’ordine ma anche la popolazione, spaccata nettamente in due fazioni attive, e l’opinione pubblica a livello globale. Certo è che ci sono senza dubbio modalità che più di altre sono in grado di creare quella che potremmo definire sensazione. E lo dimostrano le tre signore che – sedute alle mie spalle – intavolano una discussione felpata, quando viene proiettata una performance del gruppo Voina – già se ne era vista un’altra in cui i membri del collettivo tentavano di baciare atterriti poliziotti in metropolitana – che sostanzialmente consiste in una collezione di rapporti sessuali dal vivo al museo di biologia, uno dei quali tra una giovane Nadya incinta di otto mesi e il suo attuale marito. Pussy Riot –  A punk prayer ha il merito di provare a spiegare quanto l’attacco al rapporto tra Chiesa Ortodossa e Governo – e non la Chiesa Ortodossa in sé – stia a cuore a chi comanda da quelle parti e ha il potere di distorcere il senso della protesta stessa, mettendo al centro del piatto una questione religiosa che in Russia è parecchio sentita. Che poi esistano gruppi estremisti ortodossi che sembrano gli ZZ Top e vanno in giro con magliette che riportano la scritta Ortodossia o Morte e ricordano amabilmente e con una certa nostalgia i tempi in cui gente come le Pussy Riot veniva accusata di stregoneria e bruciata, beh, questo è folclore. Però esistono. E più volte, le tre ragazze chiederanno scusa per aver urtato la sensibilità dei singoli credenti. C’è anche un’ampia parte dedicata alle interviste dei genitori – uno dei quali assomiglia in maniera impressionante a Nanni Loy – delle tre attiviste. Poi, filmati della preparazione dell’esibizione e delle performance precedenti. E, naturalmente, sullo sfondo ma solo perché talmente ingombrante da occupare persino quello, c’è il novello single Putin, che entra al Cremlino con quella camminata che hanno i potenti quando tagliano le due ali di folla ben vestita e che io mi sono sempre chiesto a cosa stiano pensando mentre percorrono quel tratto, prima di farlo e dopo averlo fatto. Senza dubbio non alla citazione di Brecht che apre il film “L’arte non è uno specchio per riflettere il mondo ma un martello per forgiarlo”. O forse sì. Forse in realtà, è proprio a questo che pensano.

 

DAY 2

La mattina di sabato offre un assaggio di quel caldo tipicamente bolognese che ti appiccica addosso qualsiasi cosa tu indossi, come se tu fossi il parabrezza di un auto lanciata su un tapis roulant e i vestiti moscerini che disgraziatamente organizzano un party proprio dove non dovrebbero. E in tali condizioni affrontiamo la giornata.

For No Good Reason, nell’ambito del Concorso internazionale, è la risposta che Hunter S. Thompson dava a Ralph Steadman, protagonista del film di Charlie Paul, quando questi gli chiedeva perché stessero facendo quello che stavano facendo e che, a conti fatti, era in effetti quello che poi è diventato noto come Gonzo. Ovvero, quel genere di giornalismo che si basa su tre regole fondamentali: trova un fatto, immergiti in esso, diventa tu la storia. Nel corso di 89 minuti piuttosto ben fatti – che si allungano, perché ad un certo punto e poi per più volte la proiezione salta e lo schermo diventa blu, facendo trasalire il mio vicino di posto, noto giornalista televisivo e di recente anche documentarista, che sottolinea il fatto, esclamando “No, blu” e imponendo il commento del critico cinematografico seduto nella fila davanti che lancia una stoccata reazionaria alle nuove tecnologie, sussurando “Eh, beh, anche col digitale…” –  tra animazioni e materiale d’archivio, un Johnny Depp – o la sua statua di cera – appesantito e in maglietta a righe  intervista l’illustratore e caricaturista inglese che nell’incontro con l’autore di Paura e disgusto a Las Vegas ha scoperto l’anima gemella, riuscendo a non esserne completamente travolto. Dai primi libri d’illustrazione all’avventura al Kentucky Derby e al viaggio in Zaire per documentare l’incontro Alì-Foreman (che non vedrà, perché Hunter ha venduto i biglietti per comprarsi l’erba) fino all’incomprensibile scampagnata nel bosco con un traballante William S. Borroughs che terrorizza tutti impugnando una pistola per poi scaricare sei colpi addosso ad una riproduzione di Shakespeare e finirlo con una fucilata, c’è tutta (o quasi) la vita di un uomo che ha tentato di cambiare il mondo con il disegno. Prendendo sempre di mira l’autorità, che altro non è se non la maschera della violenza. O qualcosa del genere.
Per non farmi mancare niente, il giorno dopo, in extremis, mi infilerò alla proiezione di Gonzo: The Life and Work of Dr. Hunter S. Thompson, uscito nel 2008, a tre anni dal suicidio dello scrittore, una personalità talmente enorme che alla fine il documentario, nella sua forma classica, diventa quasi noioso. Poi, insomma, abbiamo capito che gli elementi sono quelli. Compreso Johnny Depp. Che stavolta è più giovane di 4 anni e funge da voce narrante.  Non ho una grande simpatia per Johnny Depp. Credo sia evidente.

For No Good Reason
For No Good Reason

Al Cinema Odeon i cartelli metallici dalla grafica estiva con sopra i gelati industriali dai nomi enigmatici che spopolavano nei bar sulla spiaggia degli anni Ottanta sono la versione pop del gelato artigianale di provenienza, più che controllata, praticamente pedinata, che fa bella mostra nel piazzale della Cineteca. In tutti questi anni non ho mai osato seguire la freccia che porta al bar interrato, dove questi gelati – il cui prezzo è stato misteriosamente coperto da un segno di pennarello nero che rispetta i margini del contorno – sarebbero in teoria disponibili. Non lo farò oggi, giorno in cui viene proiettato Searching For Sugar Man, il film che rappresenta il prodotto di punta di questa edizione nonché Oscar 2013 come miglior documentario. Il Cinema Odeon, anche durante i festival, è frequentato da quel tipo di pubblico che compra i pop corn, te li mangia alle spalle, apre i sacchetti di patatine, intavola discussioni prima del film e si sente in dovere di continuarle durante la proiezione, commentando saltuariamente i passaggi fondamentali e sussultando o sospirando rumorosamente per sottolineare il proprio livello empatico. Cosa che si è ripetuta mentre sullo schermo scorreva la storia del cantante Rodriguez che, in poche parole, era molto più bravo di Bob Dylan ma che, se Bob Dylan ha avuto successo, lui invece non se l’è filato nessuno. Chi aveva creduto in lui si chiedeva perché, mangiandosi le unghie, quando a me pare chiaro che se Rodriguez o i suoi discografici avessero avuto un pelo di paraculaggine in più, ora non staremmo a parlare di quanto sia incredibile che nessuno negli Stati Uniti conosca Rodriguez mentre in Sud Africa (dove fra parentesi tutti lo credevano morto) sia, a sua insaputa, una specie di idolo delle masse avendo contribuito ai movimenti destinati a porre fine all’Apartheid. Questa storia è di per sé incredibile e il documentario di Malik Bendjelloul racconta la vicenda che ha portato un ex gioielliere sudafricano e un musicologo/musicofilo a risalire allo stesso Rodriguez, che ora fa il carpentiere e non ne è affatto scontento, e a metterlo al corrente dell’intera faccenda e organizzargli diversi tour in Sud Africa, dove riempie gli stadi.

Searching For Sugar Man
Searching For Sugar Man

The Man Behind The Throne, invece, il documentario di Kersti Grunditz che segue il coreografo Vincent Paterson nel momento in cui si prepara a mettere in scena a Las Vegas uno spettacolo su Elvis per il Cirque Du Soleil, è forse tecnicamente inferiore a molti degli altri film proiettati in questi giorni e non riesce a rispondere ad una delle grandi domande che da sempre mi tormentano, ovvero perché i coreografi più quotati, ad un certo punto della loro carriera, sono inesorabilmente sovrappeso. Però ti tiene incollato fino alla fine e, tra filmati amatoriali che documentano le prove con Michael Jackson e Madonna e visite alla scuola cattolica in cui le suore si ricordano bene di quando l’allora studente Vince Paterson veniva acclamato dai compagni in quanto il ragazzo più simile a Gesù di tutto l’istituto, somministra alcune chicche strepitose. C’è poi da dire che io, una volta, per tenere sotto controllo dieci bambini di 8 anni che dovevano entrare in scena, ho millantato di aver insegnato il moonwalking a Michael Jackson. Ecco, se fossi stato, Vincent Paterson e avessi affermato di essere l’inventore della famosa mossa del cavallo (cioè quella in cui ci si stringe le palle), avrei detto la verità. Questo attiva un meccanismo che aziona il mio coinvolgimento totale.

L’ultimo film della giornata è decisamente il più sorprendente visto fino ad ora. Attraverso la figura dell’ex attivista Masha Drokova, Putin’s Kiss di Lise Brik Pedersen porta sullo schermo la realtà tutta russa del Nashi, movimento giovanile democratico ed antifascista fondato da Vasily Yakemenko. Fondamentalmente, è una specie di Comunione e Liberazione sovietica, non religiosa e molto politica, che organizza enormi riunioni di massa e, in poche parole, punta a crescere fin dalla tenera età i sostenitori del Putinismo. Naturalmente, ha due facce, entrambe agghiaccianti. La prima è quella, più o meno rassicurante, dei campi estivi in cui si promettono ai giovani maggiore disciplina (?) e pratiche certe per smettere di fumare e dire parolacce, mentre nell’aria risuona una specie di inno che ripete “Vai Russia” allo sfinimento. L’altra è quella dei professionisti pagati per prevedere le manifestazioni dell’opposizione ed occuparne in anticipo i luoghi di raccolta e di marcia, degli atti di vandalismo contro i leader avversari – ma forse sarebbe il caso di sottolineare la scarsa considerazione che il movimento dimostra della differenza tra “avversario” e “nemico” – che consistono principalmente nel “cagare in pubblico sopra le loro automobili” e dei picchiatori che riducono in fin di vita i giornalisti scomodi.  È proprio un episodio di questa natura (il massacro di intellettuale dalle opinioni non allineate) – la cui vittima è il blogger freelance Oleg Kashin, divenuto nel frattempo amico di Masha – a convincere definitivamente quella che ormai era considerata una delle personalità ai vertici del Nashi ad uscire dal movimento, senza però rinnegarne mai le buone intenzioni. Il lato oscuro della Russia. Ammesso che ce ne sia uno trasparente.

Putin's Kiss
Putin’s Kiss

 

DAY 3

Quello che mi tiene in sala, incastrato nell’ennesima posizione assunta nel corso della visione, fino al 134esimo minuto – sul libretto, la durata indicata era subdolamente stata ridotta a 96 minuti – ben oltre dunque i tempi supplementari, di The Pervert’s Guide To Ideology, di Sophie Finnies, è, a conti fatti, l’abitudine a sperare che, evaporati i titoli di coda ed esaurita anche la scarsa coda del reverbero di un seppur timido applauso, alla fine ci sia un premio, una scena che giustifica il tutto e che significa “Se sei arrivato fin qui, allora ti sei guadagnato questo”. Cosa che puntualmente accade. Aggrappato al pezzo di legno che sosteneva Kate Winslet in Titanic, il filosofo e critico culturale Slavoj Zizek afferma “Non vi libererete mai di me. Non vi libererete mai della forza di un’idea”. Dopodiché scompare nell’acqua, dalla quale riemerge improvvisamente un pugno alzato (il suo). Chi ha avuto la tenacia per arrivare fino a questo punto – non in molti, a dire il vero. E tra questi, non il presidente di giuria e direttore della fotografia di alcuni capolavori del cinema contemporaneo Ed Lachman, che, prima dello spegnimento delle luci, aveva affascinato alcuni volontari del Biografilm, mostrando loro una macchina compatta, della quale aveva illustrato maniacalmente le qualità sopraffine – chi c’è arrivato, ha potuto godere della visione di una decostruzione, tesa ad affrontare il tema della presunta scomparsa dell’ideologia in tempi ingenuamente laici e della realtà (o quello che è) manipolata dalle immagini dei media.

Sophie Finnies utilizza al meglio la figura sopra le righe del filosofo sloveno che, con un difetto di pronuncia tendente allo sputacchio e un accento che – più che tradire – è un’orgogliosa affermazione della propria provenienza (efficaci espedienti, entrambi, per suscitare simpatia e attenzione); aiutandosi con scene di celebri film, nei quali letteralmente si cala, (da Essi vivono a Tutti insieme appassionatamente, fino a Taxi Driver e, appunto Titanic) e simboli del consumismo, quali la Coca Cola e l’ovetto Kinder – o meglio, la sorpresa che contiene – tiene una lezione di oltre due ore, senza neanche la pausa accademica, demistificando gli stessi mezzi contro i quali ammonisce. Insomma. È un bel documentario. Un mattone coraggioso lanciato contro la finestra del sistema.

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The Pervert’s Guide To Ideology

 

moneyIl Sistema – quello economico, quello della valuta aurea, della politica monetaria, della bancarotta, della crisi, dei mutui con nomi strani e lussuriosi, eccetera eccetera – è anche al centro di Money For Nothing: Inside The Federal Reserve, quello che si può definire un classico doc televisivo da Discovery Channel & friends. Uno di quelli in cui gli intervistati – su sfondo nero – occupano solo una piccola parte dello schermo, lasciando a lato tanta aria da contenerne comodamente il nome, così si capisce chi sono. Uno di quelli che, se lo guardi al cinema, ad un certo punto hai l’impressione che ci sia un sacco di gente che è venuta a vedere la televisione a casa tua. L’argomento è mostruosamente difficile per i neofiti dell’economia. Nonostante la poltrona riservata, Ed Lachman stavolta neanche si presenta, impegnato nelle prove di proiezione de Il giardino delle vergini suicide in pellicola, del quale ha curato la fotografia e che, onestamente, non vedo l’ora che cominci, principalmente perché significherà che il documentario sulla Federal Reserve è finito. Un’ultima nota. Per chi non lo avesse mai visto, l’attuale presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke – che non fa proprio una bellissima figura – è esattamente come sarebbe il Grande Puffo se fosse un essere umano.

 

DAY 4

È martedì. È di nuovo caldissimo. Nel piazzale delle Cineteca, ci siamo solo io – che, essendomi scordato il sudatissimo accredito stampa avvinghiato alle scale di casa, sono riuscito a mancare Primary e Crisis: Behind A Presidential Commitment, i due documentari politici degli anni Sessanta che avevo segnato sul programma – e i piccioni che cercano di mangiare qualcosa dall’aspetto terrificante. In filodiffusione, il disco che raccoglie tutte le canzoni di Rodriguez – che, grazie alla violenta e sfacciata heavy rotation messa in atto dal festival, pare destinato ad uscire dall’oblio – rompe un silenzio da stanchissimo primo pomeriggio estivo.

Due giornaliste – che poi mi perseguiteranno per le seguenti due ore – pianificano un’intervista al biogra-lider maximo Andrea Romeo, che tuttavia è perennemente al telefono, il che convince una delle due a sottoporre all’altra le domande che si è preparata, chiedendo con scarsissimo interesse verso il responso “Allora, ti sembrano buone domande?”. Per ingannare l’attesa, accende la telecamera, la punta sull’altra – che appare in evidente sudditanza psicologica – e comincia ad intervistarla – un atteggiamento da giornalismo compulsivo – chiedendole cosa l’abbia colpita del Biografilm e rimproverandola molto, quando quella si limita, fraintendendo la domanda, a riassumere i film che ha visto in questi giorni. Seccatissima, le dice “Non devi raccontarmi cosa hai visto. Ma cosa è successo a te, dopo aver visto”. L’altra ci pensa un po’ e le dice che, insomma, nonostante la sua sia una vita molto attiva e davvero molto interessante, dopo aver visto questi film e queste grandissime vite altrui, quello che le manca è la volontà di combattere per un ideale. E mentre ancora sta rispondendo, la giornalista compulsiva spegne la telecamera di scatto e – senza neanche cercare di mascherare il proprio totale disinteresse nei confronti delle opinioni da lei stessa sollecitate – chiede con una risolutezza da picchiatore “Ok, dov’è?”. Al che, l’altra, mortificata, dice “Eh, mi sono distratta, pensavo all’intervista che mi stavi facendo, scusa”.

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Stanley Kubrick

 

Già che sono lì e che si dice che nell’area riservata alle presentazioni dei libri ed agli incontri intellettualmente stimolanti ti offrano la cedrata gratis, mi siedo ad ascoltare lo scambio di battute sul già ben noto Stanley Kubrick e me, l’autobiografia di Emilio D’Alessandro, un simpatico vecchietto che per circa 30 anni è stato l’autista e un po’ il tutto(quello che non avesse prettamente a che vedere col cinema)fare del regista americano. Nel corso di un incontro piuttosto breve, istigato dalla moderatrice e dal co-autore del libro Filippo Ulivieri,  D’Alessandro parla di come Kubrick avesse trovato in lui una figura chiave, che non era interessata al cinema o a Kubrick stesso ma piuttosto alla volontà di lavorare e a Stanley. A differenza di tutti i libri che indagano la tecnica e le scelte registiche del cineasta sotto ogni punto di vista, Stanley Kubrick e me punta il faro su lati inediti e privati della sua personalità, sfatando molti miti e snocciolando una serie di aneddoti che sarebbe stato un peccato non raccontare per semplice pudore. D’Alessandro per Kubrick era una sorta di totem affettivo. Gli permetteva di essere Stanley e non Kubrick e di spiegare – forse anche a se stesso – la maggior parte di quelle scelte impopolari che guidavano il suo agire sul set e che era sua abitudine non giustificare davanti a nessuno. E poi, insomma, forse vale la pena di conoscere qualcosa di più della vita di un uomo che ha trasportato sul sedile anteriore della propria macchina il grosso fallo di ceramica destinato al set di Arancia Meccanica.

Altra cosa che forse vale la pena di sapere è che, ad esempio, la mappa della metropolitana di New York, è opera di due italiani. E che è a loro che si deve la diffusione del carattere Helvetica in tutto il mondo. Design is One: The Vignellis è un privilegiato tête-à-tête con due personalità affascinanti – lo riporto tale e quale a com’è scritto sul libretto, perché fa molto televendita – che da oltre 50 anni vivono e lavorano insieme. All’insegna del “se non lo trovi, lo puoi disegnare” e a della fusione tra funzionalità e bellezza, Massimo e Lella Vignelli hanno praticamente tracciato la strada del design contemporaneo e anche adesso che hanno ottant’anni, i loro lavori sono esposti al MOMA e sono studiati nelle scuole, continuano a progettare pubblicazioni, complementi d’arredo, posate, stoviglie, interni commerciali, come se non ci fosse un domani. Nella convinzione, che in quel domani, ciò che hanno prodotto ieri sarà ancora valido. Perché qui sta la differenza tra la moda e il design.

Un’altra cosa di cui si ha la conferma in questo documentario – al termine del quale, il festival regala una chiacchierata via skype su maxischermo proprio con Massimo Vignelli e i due autori del film, Kathy Brew e Roberto Guerra – è che se gli americani hanno l’intelligenza per accogliere menti brillanti come quelle dei coniugi milanesi, davvero non si capisce come possano non capire che le tazze non vanno riempite fino all’orlo e finiscano per lamentarsi a tal punto di un oggetto strepitoso – che, tra parentesi, lascia anche lo spazio per inserire comodamente il pollice – da indurre la ditta produttrice a “tappare il buco”, distorcendone così irrimediabilmente il concept. Naturalmente anche quel pezzo è al MOMA. E naturalmente ora lo stanno richiedendo nella sua versione originaria. D’altra parte, quella del designer è una vita di lotta contro il brutto. Quella di un americano medio no.

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DAY 5

show_imgForse neanche Marco Raffaini, Giuni Ligabue e Marco Mello, autori di Italiani veri, si sarebbero aspettati l’immensa fila che innervosisce terribilmente l’accreditata stampa alle mie spalle – che, lamentandosi per un’ora al telefono, si perde le delucidazioni in materia di ordine di ingresso in sala e poi, una volta riattaccato, se la prende a morte con l’incolpevole volontaria di turno – e che taglia a metà l’intero piazzale della Cineteca. In effetti, però, il misterioso successo della musica nazionalpopolare italiana nell’ex Unione Sovietica – con Toto Cutugno, Enzo Ghinazzi (the artist formerly known as Pupo), Al Bano, Adriano Celentano e Sabrina Salerno (idolo assoluto in Georgia) – è uno di quei fenomeni che non possono lasciare indifferenti quanti sono abituati ad immaginare una terra dedita, fino a pochi decenni fa, alla falce, al martello e agli inni baritonali che promuovono il lavoro, il comunismo e la grande madre Russia. Invece, da Robertino Loreti – se vi state chiedendo “Robertino chi?”, è tutto normale – in poi, la bella canzone leggera di una volta italiana vanta una capacità di infiltrazione nell’epidermide disco-radiofonica sovietica davvero impressionante. Per non parlare del Festival di Sanremo, che – in tempi di cortina di ferro e censura di ogni programma prodotto fuori dai confini nazionali – era l’unica trasmissione con le credenziali per arrivare sugli schermi dei telespettatori russi prima della Perestrojka. Cosa ha creato questo fenomeno? Cosa ha fatto di Felicità uno dei brani più ascoltati e reinterpretati a Mosca e dintorni negli anni Ottanta – andando a nutrire il già smodato ego di Al Bano Carrisi, che da queste parti chiamano Maestro? Quale stravagante concezione di musica ha creato i presupposti per la nascita dei Cutugnisti? E perché un cantante come Robertino Loreti, accompagnato solo da una tastiera, nella modalità che da noi si chiamerebbe piano bar, godeva di una fama smisurata in virtù di alcuni grandi successi del calibro di Jamaica incisi negli anni Sessanta, pur non avendo mai superato il confine danese, tanto da radunare una folla oceanica in occasione del suo primo concerto in terra sovietica nel Millenovecentoottantaequalcosa? La risposta, probabilmente, sta nel fatto che le canzoni dei cantanti italiani melodici come quelli sopra citati non mettevano paura, erano rassicuranti, distraevano la mente e non parlavano di rivolta e società, cosa che le rendeva non solo accettabili ma anche funzionali per il Governo. Italiani veri è, a conti fatti, un film che parla della Russia prima di Gorbaciov, da un’angolazione inedita, su una strada non ancora battuta, con una serie di personaggi che definire interessanti sarebbe un eufemismo. È il primo film italiano che vedo al Festival, in concorso per la categoria riservata ai documentari nostrani, e – beh – è bello.

In apertura, il corto-doc di Ivano Fachin, Gelati e Granite, segue per una giornata intera il vecchio furgone dei gelati che, dagli anni Settanta, un anziano signore continua a portare avanti e indietro per i dintorni di Modica. Venti minuti di pura poesia che sembrano usciti dal Neorealismo.

Crewdson
Gregory Crewdson: Brief Encounters

 

Chiude la mia giornata biografilmica Gregory Crewdson: Brief Encounters, un’indagine sul lavoro del fotografo americano che, con quello che spende per ogni fotografia, potrebbe risanare l’economia di una piccola nazione. Il film di Ben Shapiro sta sul collo di Crewdson, accompagnandolo dalla scelta di una location che attiva gli ingranaggi della sua creatività fino alla produzione sul set e al lavoro di ritocco successivo, mostrando il metodo di una sorta di Edward Hopper della modernità, che sa scegliere momenti emblematici della società americana per raccontare temi universali in immagini che sono drammi psicologici sommersi. Ogni fotografia è concepita da Crewdson come un film. Ed è proprio il valore filmico a rendere unica la fotografia di Crewdson, anche in termini di costi di produzione, che davvero superano quelli di un lungometraggio indipendente. Tanto che, in una scena, un passante – esterrefatto dall’enormità dei mezzi in campo (roba tipo 72 luci, strade bloccate, macchine del fumo, decine di tecnici, gru e bracci meccanici) – chiede allo stesso Crewdson – che nel frattempo non si dà pace e si mangia le unghie, sperando che nessuno pesti la neve che aspettava – “tutta questa roba solo per una fotografia?”. Bello ma abbastanza anonimo, se non fosse che si scopre che Crewdson si è avvicinato alla fotografia abbastanza tardi e solo per fare colpo su una fotografa – dev’essere andata tipo “Ehi ciao”, “Ciao”, “Cosa fai di bello?”,Sai sono, una fotografa”, “Una fotografa? Una fotografa? Dio, io adoro la fotografia. Diglielo. È vero che adoro la fotografia?” – ai tempi in cui, nei primi anni Ottanta, militava in un gruppo la cui maggiore hit è stata poi ripescata, a distanza di un ventennio, da Hewlett Packard per lo spot pubblicitario di una fotocamera. Il pezzo si chiama, guarda un po’, “Let me take your photo.

 

DAY 6

Con quell’atteggiamento tipico di chi si lamenta giusto per farsi compatire ed incoraggiare a battersi per contrastare una grave ingiustizia in atto, un giornalista locale cerca conferme nelle facce dei suoi colleghi, masticando nel sorriso amaro della lotta contro i mulini a vento qualcosa del tipo dovrei essere dentro, io e il regista abbiamo cominciato insieme, pensavo che con l’accredito sarebbe stato più facile e invece, per poi declinare l’invito ad entrare, dicendo che no, non fa niente, aspetto volentieri. Nel frattempo, una volontaria si esibisce nel pregevole placcaggio di un reduce della Guerra dei Punkabbestia che pretende di entrare in sala con due pizze e alla fine viene rimproverato perfino da un suo amico che pare avere in corpo più alcol che sangue.

Il fattore campo fa ancora una volta in modo che il piazzale della Cineteca sia spaccato in due da una lunga fila in attesa della proiezione di una doppietta di film non solo di matrice italiana ma addirittura firmati da registi bolognesi, il titolo di uno dei quali, Tutto in una notte, si riferisce al tempo che fu necessario agli Skiantos per formarsi e registrare il primo disco. Nel corso di una proiezione che procede un problema tecnico dopo l’altro, l’aria che si respira in sala è quella di una grande assemblea d’istituto in cui viene organizzata la visione di un film tipo Fragole e sangue, con commenti dalla facile ironia e dalla discutibile simpatia – che è un po’ una caratteristica dei bolognesi ex 77 che adesso indossano i pantaloni colorati e vanno in giro con quello che qui chiamano lo scooterone – ogni volta che l’immagine si blocca. Va bene. Fine della cronaca.

Trama: nel 1977, Freak Antoni si mette in testa di formare un gruppo, raduna un po’ di gente, gli spiega l’idea e prenota la sala d’incisione di Gianni Gitti, il quale accetta di registrare il disco gratis a patto che tutto si risolva in una notte. Fatto sta che quella sera, si presentano nello studio in cui la mattina seguente è prevista una sessione di mixaggio del primo LP di Vasco Rossi – mannaggia a lui – almeno 15 persone, molte delle quali non si sono mai viste prima, con molti testi demenziali, tre cantanti e neanche una nota preparata in precedenza, in un’apoteosi assoluta del Situazionismo il cui risultato è Inascoltable, il primo album degli Skiantos. Questo è il pretesto per un documentario che, tra immagini di repertorio di una Bologna fine anni Settanta perfetta per averne 24 e testimonianze di attuali ed ex componenti della band, racconta una storia nella storia della musica italiana, un fenomeno forse inspiegabile che è cresciuto contro ogni aspettativa, lasciando per strada più morti di quello che si possa pensare. Con la morale che alla fine, probabilmente, ce la fa chi deve farcela. E gli altri, in giro sullo scooterone a parlare in uno slang fuori moda.

The Queen of Versailles, di Lauren Greenfield, ci mette invece di fronte alla realtà completamente folle della terza moglie di David Siegel, magnate americano delle multiproprietà, tanto potente da avere avuto un peso non indifferente nell’elezione di George W. Bush, proprio nel momento in cui l’impero del marito cade a pezzi, causa crisi bancaria globale. Aldilà delle abitudini davvero inimmaginabili e della personalissima interpretazione del concetto di “spazio vitale”, la riflessione è di carattere metadocumentaristico. Lauren Greenfield si accosta alla figura dei coniugi Siegel con l’intento, probabilmente, di ottenere un prodotto televisivo da canale tematico sulle abitazioni lussuose, attirata dalla loro idea di abbandonare l’ormai troppo stretta casa di 8mila metri quadrati per trasferirsi in quella di 27 mila – la più grande degli Stati Uniti, ispirata a Versailles – che stanno costruendo ed ha invece niente meno che la clamorosa botta di culo di essere lì al momento del crack finanziario del 2008, che distrugge un sogno e ridefinisce il concept del documentario, che ora racconta tutta un’altra storia. Quella di persone che – costrette a licenziarne migliaia, tra dipendenti e domestici – sono come riportate su un pianeta che non conoscono e che non sono in grado di gestire. Quello in cui ai pesci, se si vuole che vivano dentro un acquario, bisogna dare da mangiare. Senza aspettare che siano gli altri a farlo per te. E quello in cui è normale che sull’aereo non ci siano solo persone della tua famiglia.

 

DAY 7-8

Il pessimo profumo di un ragazzo in infradito – dettaglio che sottolinea l’arrivo del caldo tropicale con umidità ultra-veneziana tipico di Bologna in estate – appesta la sala B del Cinema Odeon, mentre un altro spettatore inganna l’attesa dell’inizio del film con una telefonata a voce megafonica che ridefinisce il concetto di privacy, rendendo partecipi tutti i presenti della splendida serata che lo attende. Introdotto da due hit di Rodriguez, protagonista del già citato Searching For Sugar Man, che fanno da colonna sonora ai due (ormai urticanti) filmati d’apertura, uno dei quali ha lo scopo propagandistico di mettere in luce quanto i volontari del Guerrilla Staff siano fondamentali per la buona riuscita del Biografilm, The House I Live In è un interessante snocciolamento della teoria secondo cui la tanto sbandierata – da Nixon in avanti – guerra alla droga negli Stati Uniti sia in realtà colpevole essa stessa di mantenere ed anzi incrementare gli effetti del fenomeno della diffusione degli stupefacenti, rendendo più pericolosi i traffici e più forti i criminali. Intervista dopo intervista, passando dal giudice che condanna il sistema giudiziario in materia di possesso di droga, al secondino che dimostra quanto il business delle carceri private sia molto più interessato a riempire le celle che non a combattere il problema, Eugene Jarecki confeziona un grande classico, che arriva a proporre perfino la tesi scioccante secondo cui, facendo riferimento alle attuali norme in materia, la guerra alla droga e a chi ne fa uso sia una sorta di olocausto a rallentatore, basato sulla classe sociale piuttosto che sulla razza, che mostra quanto la netta discriminazione tra droghe dei ricchi e droghe dei poveri sia tutt’altro che casuale. Potrebbe essere successo qualcos’altro nei 5 minuti in cui mi sono addormentato. Ma non credo che questo cambi la sostanza.

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The Act Of Killing

La mattina di sabato, alle 10.00, quando nel piazzale della Cineteca regna un’atmosfera da dipinto metafisico, Ed Lachman si siede nella poltrona in mezzo alla fila di quelle riservate e ascolta da una collega della giuria il riassunto di qualcosa, con un’espressione che tradisce sorpresa per il fatto che lei possa anche solo sperare che lui sia minimamente interessato a quello che lei sta dicendo. Adoro quella fila, che mi regala, tra le altre cose, il dibattito tra una giurata ed una esasperata responsabile dell’organizzazione dall’accento americano che cerca di convincerla che, in quanto giurata, sarebbe opportuno che visionasse tutti film in concorso, mentre quella proprio non vuole saperne di farlo prima di pranzo, visto che The Act Of Killing, che sta per essere proiettato, dura quasi 3 ore. Ma sono 3 ore strepitose, nel corso delle quali l’esordiente Joshua Oppenheimer offre una storia che travalica la distinzione dei generi, scollandole di dosso l’etichetta del semplice documentario e sfoderando un arsenale emotivo che rende quasi difficile pensare che sullo schermo stiano scorrendo immagini reali. In altre parole – cestinando il problema delle ripetizioni – siamo di fronte ad un documentario che racconta un film che diventa la documentazione di una trasformazione, o meglio dell’insorgere, di una coscienza. È come se, volendo documentare la prima comunione di tuo nipote, ti trovassi improvvisamente di fronte al sacerdote che butta le ostie nel cesso urlando che è tutta una bufala, che stavano scherzando, dio non esiste o comunque non è diverso da un qualsiasi brand promosso da un settore marketing coi controcazzi. Ma è evidente, nonostante le premesse non lo suggeriscano, che Oppenheimer, con un distacco molto intelligente, sta agendo con la consapevolezza dell’esplosione imminente. Sa che sta minando le basi di un pensiero, servendosi di chi quel pensiero lo ha interpretato in un ruolo da protagonista. Per non restare sul teorico spinto, negli anni Sessanta, in Indonesia, i paramilitari del movimento Pancasila – la cui divisa andrebbe condannata al tribunale dei crimini contro l’estetica – danno vita ad un colpo di stato che sfocia in un genocidio, nella più grande caccia ai comunisti di tutti i tempi, che farà più di un milione di vittime. A distanza di 40 anni, i gangster – per realizzare un film che dovrebbe servire a giustificare la loro versione della Storia – accettano di mettere in scena gli omicidi e le torture di cui sono stati autori materiali, interpretando, in alcuni casi, essi stessi le vittime. Ne esce qualcosa di pazzesco, in ogni senso, che colpisce allo stomaco della questione e attiva una riflessione sulle implicazioni, non solo morali, sull’Omicidio di Stato. In assoluto, il film migliore visto (da me) al Biografilm. Se non dovesse vincere, onestamente, sarebbe uno scandalo.

Info sul programma: http://www.biografilm.it/2013/

 

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