Boyhood

Il capolavoro di Richard Linklater

Dodici anni di riprese, solo qualche settimana all’anno, per raccontare come si cresce. "Boyhood" di Linklater non è solo un film su un bambino che diventa adulto, ma anche un esperimento sul tempo. Come ogni ricerca di successo, è destinata a sbilanciare la struttura molecolare del mondo e il modo in cui lo abitiamo. È il motivo per cui ai prossimi Oscar non dovrebbe vincere il premio al miglior film, ma quello al miglior film che non avete mai visto prima.
Boyhood
Al cinema il capolavoro di Richard Linklater

Un paio di estati fa mi sono ritrovata in uno scantinato a guardare dei filmini domestici girati nei primi anni novanta. Dai palloncini si evinceva che era il compleanno di qualcuno e ricordo che io e i miei cugini, ormai cresciuti, siamo rimasti muti davanti a quelle immagini. “Perché non ne hanno fatti di più?” ci siamo chiesti appena interrotta la proiezione, in un tacito rimprovero alla parsimonia videografica del nostro cluster familiare. Oggi quella richiesta non avrebbe senso: per ogni compleanno o rito di passaggio da celebrare, ci sono più telecamere di quante possiamo sopportare. A volte temo che la pelle si cancelli per troppa
esposizione al digitale; se prima eravamo sgranati, oggi siamo quasi incandescenti. Nei selfie che mi faccio tutti i giorni mortifico qualsiasi passaggio di stato per compressione: oggi sono ancora troppo uguale a ieri come all’altro ieri per generare un racconto. Ma nel lungo periodo anche queste gallery nel mio telefono avranno un senso. Come quei filmini, sono solo un tentativo di descrivere un passaggio nel tempo.

Tutti sono capaci di fare foto. Ci vuole un genio per fare arte” dice un insegnante di liceo a Mason, il protagonista di Boyhood. Linklater, il suo film ne è una prova, è un genio. Noi siamo gli sprovveduti che fanno autoscatti. Lo sforzo di trattenere significato e di non vivere invano, però, è lo stesso. In un’epoca che giudichiamo per il suo eccesso di autodocumentazione in cui tutto concorre alla monumentalizzazione di sé, il regista texano dimostra che possiamo tirarne fuori anche qualcosa di buono. È vero che ha avviato questo progetto anni fa, in base a premesse tecnologiche diverse, ma Boyhood è arrivato agli spettatori nel 2014, collocandosi al centro di una serie di discorsi che possiamo trovare noiosi o non noiosi – realismo, fiction, non fiction – ma fanno parte del presente. Linklater non è il solo a celebrare l’epica dell’intimità. Il Museo delle Cazzate Importanti di Nick Cave, dove chiunque può postare qualcosa che ha avuto un significato particolare nella definizione di chi si è adesso (Warren Ellis ha messo la foto di un chewing gum di Nina Simone) e i cataloghi affettivi di una fotografa che ha deciso di gestire la perdita della madre ritraendo gli oggetti inutili che aveva in casa, in fondo fanno la stessa cosa: pensano alla vita come a una serie brillante di momenti insignificanti.

Mettendo in scena la vita di Mason Jr., Linklater svela la realtà di una vita senza trama. Durante le prime interazioni con Ethan Hawke – sia lui sia Patricia Arquette hanno subito abbracciato il progetto – disse: “E se accannassimo del tutto la storia? E se fosse solo un film sul crescere?”. L’attore deve avergli risposto di sì, perché in tre ore di film non succede convenzionalmente niente. Al di là di qualche episodio traumatico che movimenta l’andamento dei giorni (un patrigno alcolizzato, un altro sbagliato e due genitori che non si amano), Boyhood sta a dire che non tutti hanno avuto una sanguinosa infanzia. I quattrocento colpi e Il buio oltre la siepe partono da situazioni limite, di diversità o povertà ma, salvo casi eccezionali, la prima stagione della nostra vita non è definita da un momento e diventa leggendaria (se lo diventa) solo a posteriori. Assistere alle riprese del video
di California Love di Tupac e Dr. Dre avrà pure cambiato la vita di Kendrick Lamar quando aveva otto anni, ma per la maggior parte di noi gli otto anni sono stati pomeriggi a dare fuoco alle formiche o a divagare sul prato come fa il protagonista del film in una locandina iconica già prima che uscisse. Ancora di più che nella trilogia Before, Linklater sgrassa l’esistenza dall’eccezionalità concentrandosi sull’accumulazione progressiva del niente: il racconto emerge per densità e non per lacerazione; la poesia è una conseguenza della noia e non dello strappo. È la stessa densità dell’ordinario ricercata da Karl Ove Knausgaard, lo scrittore che ha fatto impazzire la Norvegia con un ciclo di sei libri intitolato La mia battaglia, in cui non fa che denudare i dettagli di una vita accidentalmente attraversata dal dramma ma fondamentalmente minuta, meschina e dunque bellissima, la stessa ossessione per il dettaglio – l’inquadratura in cui Mason Jr. contempla un uccellino morto non è didascalica ma naturale, sta lì e basta – manifestata da Stephen King in IT, una specie di Boyhood ante litteram ma coi mostri: ancora oggi, in letteratura, non trovo esempi di crescita e di sguardo a posteriori sulla gioventù più riusciti di quello. Il barattolo di Vicks VapoRub sul comodino di Bill Denbrough, la meticolosità con cui King lo descrive, educa a stare attenti. È una cosa che ti cambia la vita, come scrittore e come essere umano.

Sia Knausgaard sia Coetzee hanno intitolato i volumi della loro opera dedicata all’infanzia Boyhood: un sintomo di scarsa fantasia forse, ma nel loro caso la formula era appropriata.
In quello di Linklater può depistare, perché questo film è del ragazzino che cresce come della sorella che assiste, della madre che lo accudisce e del padre che parte e che torna e che lo ama di un amore imperfetto ma comunque utile, spesso proprio perché irresponsabile e animale. Alla fine, Boyhood è Parenthood, un film sulla genitorialità che ha richiesto agli attori adulti che lo interpretavano un costo più alto, anche perché il loro corpo cedeva più in fretta. Arquette ricorda che non è stato divertente: “Io ed Ethan sapevamo che sarebbe stato brutale… Il film è una fotografia al rallenti. Vedi l’alba che spunta, un bocciolo che si apre fino a schiudersi in un fiore. Quelli sono i ragazzini del film. Poi vedi il fiore che si apre ancora e perde alcuni petali, e quelli siamo io ed Ethan. Ma non è che ti accorgi di ogni singolo petalo che cade. Questo continuerà a succedere, fino alla fine, per il resto delle nostre vite”. “Quel che amo del film” ha dichiarato Hawke “è che alla fine ti rendi conto di quanto ci sia dietro a questo ragazzo. Ogni diciottenne è fresco rispetto al mondo, ma dietro di lui ci sono già tanti tasselli di domino che sono caduti e lo hanno portato a quel momento. È una cosa che riesce bene in letteratura. Quando finisci di leggere Anna Karenina, è come se conoscessi quelle persone. I film in genere catturano qualcosa di più piccolo, un dettaglio, o qualcosa di diverso. Boyhood raccoglie tutto”.

Non sappiamo se Ethan Hawke riuscirà a portarsi a casa una statuetta per aver interpretato Mason Sr, ma di sicuro lo meriterebbe: a questo punto, l’attore più vicino a Linklater può considerare la sua stessa vita come un’opera d’arte. Scrivendo L’amore giovane e Mercoledì delle Ceneri – storie di amore e separazione anch’esse ossessionate dal tempo – e prestandosi al regista per oltre un ventennio se consideriamo sia Boyhood sia la trilogia Before di cui è anche coautore – Hawke ha contribuito a complicare la barriera tra non fiction e fiction, tra corpo vissuto e corpo immaginato, tra dissesto personale e dissesto collettivo. Al di là di tutte le paturnie sul metodo e dell’attore che si dissangua per il personaggio, la sua vicenda, come quella di Ryan Gosling e Michelle Williams che hanno convissuto per mesi per rendere Blue Valentine credibile, dimostra che entrare e uscire da un film spesso arreca un senso del non detto che poi si riflette sulla pellicola. Cassavetes è morto, ma noi abbiamo ancora qualcuno capace di raccontarcela in quel modo.

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