Cinema: best of 2017 (pt. 1)

Un anno di cinema da racchiudere nell’abituale classifica di fine anno: già pubblicata in versione ridotta sulla rivista in edicola e qui riproposta in versione estesa.
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Ebbene sì, quest’annata cinematografica è stata meno misera di quanto si dica in giro. E in verità, alcuni dei film più interessanti transitati per i maggiori festival internazionali (per esempio: Chiamami col tuo nome, Foxtrot, The Florida Project, Lady Bird, The Shape of Water, Lucky, Visages Villages, I, Tonya, The Rider, L’Amant d’un jour, Zama, Closeness) ancora devono approdare nelle nostre sale. Ma il 2017 è stato soprattutto un anno vivo. In cui autori celebrati hanno affrontato progetti ambiziosi, talvolta molto personali, accettando il pericolo del fallimento (si pensi a film come Silence, Detroit, Civiltà perduta, Personal Shopper o madre!) nel nome della fede nel cinema. Un’audacia vitale ben rappresentata da due atipici blockbuster come Blade Runner 2049 e Dunkirk, opere molto diverse tra loro però accomunate dalla temerarietà dei rispettivi registi: Dennis Villeneuve ha saputo rinnovare ed espandere un universo iconico attraverso la propria sensibilità, guardando al passato per riflettere criticamente sul presente; Cristopher Nolan invece ha trovato una chiave contemporanea, quella dell’esperienza sensoriale, per attirare il grande pubblico in sala con un survival war movie in grado di rendere epica una storica sconfitta. Due film che hanno accettato la sfida di essere grandi, due registi che non hanno avuto paura di correre dei rischi. Merce rara di questi tempi.

Allo stesso modo, dopo il flop di alcuni kolossal dal successo annunciato, anche Hollywood ha cercato di infondere nuova linfa – magari guardando ad alcuni arditi esperimenti televisivi (Legion) – al mondo dei cinecomix: a partire dal secondo capitolo dei Guardiani della galassia fino al caso dell’anno Wonder Woman, passando per Logan – The Wolverine e Thor: Ragnarok. Proprio questi ultimi hanno incarnato il miglior esempio delle potenzialità che il genere sa offrire quando decide d’imboccare una strada percorrendola senza compromessi, che si tratti di prendersi davvero sul serio oppure ridere in faccia alla propria natura pop.

In contrasto con i tempi duri e politicamente cupi che viviamo il cinema si è avvalso spesso dell’arma dell’umorismo, declinato nelle sue varie forme, per guardare alle problematiche della società. Così, da un lato abbiamo sorriso con la poesia umanista di L’altro volto della speranza, la satira ambientalista di Okja, l’amore interculturale di The Big Sick, oppure il dramedy familiare dal sotto testo sociale di Vi presento Toni Erdmann; dall’altro, abbiamo riso a denti stretti con il sarcasmo nero pece di Loveless e l’ironia corrosiva di The Square e Get Out – Scappa, un horror che in realtà spaventa solo quando si osserva la realtà. C’è poi chi ha reagito inseguendo l’amore per scoprirne dopo le complessità (La La Land, Song to Song), chi ha cercato di fuggire dalla propria vita a ritmo delle migliori colonne sonore dell’anno (Good Time, Baby Driver, Ammore e malavita), chi non è riuscito neanche a uscire da casa (Lady Macbeth, L’inganno, Sieranevada) e chi inaspettatamente ha scoperto nuovi lati di sé tra le mura domestiche (Elle, Le cose che verranno).

Insomma, un anno di cinema da racchiudere nell’abituale classifica di fine anno: già pubblicata in versione ridotta sulla rivista in edicola e qui riproposta in versione estesa, compilata cumulando le preferenze dei singoli collaboratori. Come al solito tocca ribadire che le classifiche sono un gioco, magari da prendere sul serio ma pur sempre un gioco; pertanto abbiamo cercato di non abbandonarci troppo alla cinefilia, cui abbiamo dato sfogo segnalando alcuni film poco visti, forse incompresi, a volte equivocati, senz’altro da noi molto amati. Più che i nostri film dell’anno, i vostri film da recuperare.

1. Jackie di Pablo Larraìn
Qui siamo in America, dove se la leggenda diventa la realtà, vince la leggenda.” Verrebbe da parafrasare John Ford pensando a Jackie: nuova indagine del confine tra Storia e costruzione del mito nel cinema del cineasta cileno. Come un prisma, Jackie riflette le diverse facce del lutto vissuto dagli Usa a pochi giorni dalla morte del presidente Kennedy; una storia dal portato simbolico che il regista ricostruisce e reinventa trasportando lo spettatore nell’intimità del dolore e dello smarrimento vissuto dalla First Lady, uno stato confusionale sottolineato dall’interpretazione di Natalie Portman e dalla colonna sonora di Mica Levi. Fra i pochi a interrogarsi ancora sul valore dell’immagine, Larraìn continua a perseguire l’intento di fare cinema politico attraverso l’analisi delle capacità manipolatorie del linguaggio cinematografico, destrutturando il genere biografico e camminando in bilico tra cinema arthouse e Hollywood, tra verità e finzione. Nel tentativo di scoprire cosa si nasconde dietro all’abito, dietro al décor, dietro al sipario del potere. Rosario Sparti

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2. Dunkirk di Cristopher Nolan
Nell’anniversario di Dunkirk e della rinascita britannica sotto le bombe naziste (che ha dato vita al semi-fallimentare L’ora più buia), Christopher Nolan sceglie di non celebrare la facile icona di Churchill, la mette in disparte a fine film, tenendo il suo celebre discorso sullo sfondo. Preferisce invece celebrare il popolo britannico, il gesto umanista che lega resistenza ed eroismo con lo spirito del cinema inglese degli anni 40 mescolato alla precisione tecnica e filmica contemporanea. Dunkirk è un film che parte dai massimi sistemi intorno alla guerra, dalle questioni ideali e filosofiche, le smonta con il montaggio, il suono e una poderosa messinscena e le rende concrete, quotidiane, umane e non empiree, sebbene il finale magnifico sia un inno al cielo e al volo come cinema puro. Nolan abbandona i giochi mentali per creare un film fluido e implacabile come un piano sequenza, ma con dentro tutta l’emozione trattenuta e il rigore morale di un popolo che preferisce la morte alla tirannia. Emanuele Rauco

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3. Silence di Martin Scorsese
Silence è un film su una ricerca e su un calvario, una riflessione su quanto i feticci e le superstizioni figli della religione siano vera fede. Scorsese utilizza le immagini e le scelte di regia per affrontare il proprio percorso spirituale, ovvero per provare a capire dove sia Dio, che senso abbia il suo silenzio rispetto al dolore dell’uomo e del mondo; guarda ai massimi sistemi senza mai perdere di vista la concretezza delle cose e la coerenza della loro messinscena, le mani e i gesti sublimano negli occhi e negli sguardi, i dettagli e i primi piani trasfigurano in un uso della soggettiva che limita la visione. Sullo sfondo si sente la figura di Scorsese, prete mancato alle prese con un Dio silenzioso che permea ogni cosa del suo quotidiano, diviso tra l’indicibile e il reale: non teme il kitsch, perché il suo campo da gioco è il sublime. Ma è un sublime raggiunto attraverso la dimensione terrena, l’unica con cui lo spirito può diventare arte. Emanuele Rauco

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4. Blade Runner 2049 di Dennis Villeneuve
Villeneuve imprime il proprio marchio su Blade Runner e ne esce un sequel che, con intelligenza, si smarca dalla nostalgia e dall’operazione di ricalco, anche se l’apporto di Hampton Fancher in fase di scrittura garantisce continuità col prototipo. Il film tocca alcune ossessioni tipicamente contemporanee (la ricerca del padre, l’intelligenza artificiale, i simulacri della cultura pop) mediante una sceneggiatura solo in apparenza scarna, allestendo uno spazio scenico imponente che i cromatismi di Roger Deakins e la lentezza solenne del ritmo permettono di esplorare come se ne fossimo privilegiati visitatori. Ryan Gosling si conferma attore di una classicità d’altri tempi mentre per Harrison Ford, come in Star Wars – Il risveglio della forza, è lo stesso dispositivo cinematografico a donare profondità anche temporale al personaggio. Con l’unico limite, forse, di essere un’opera rivolta più ai critici e ai cinefili che al grande pubblico, che difatti ha risposto in misura minore alle aspettative. Alessio Palma

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5. Detroit di Kathryn Bigelow
Detroit, 1967. La polizia – in maggior parte costituita da uomini bianchi – chiude un bar clandestino gestito da afroamericani. È la scintilla che scatena una ribellione che ben presto si trasforma in guerriglia urbana: violenze, incendi e saccheggi infiammano una città oppressa che non riesce più a tollerare i soprusi della polizia. Un corpo armato che, per reazione, diventa ancora più feroce e brutale. Kathryn Bigelow, coadiuvata dalla scrittura di Mark Boal, ci riporta in quel giorno di devastazione e ci “imprigiona” nel Motel Algiers, dove un gruppo di ragazzi innocenti subisce una violenza fisica e psicologica insopportabile. Con un approccio a tratti documentaristico che però non perde mai in prossimità, il film restituisce l’affresco di un passato recente che, purtroppo, dialoga ancora con un presente in cui i problemi razziali e sociali non sono stati risolti. L’effetto è una visione che disturba per il suo profondo realismo e che si fa severo (ma giusto) monito. Valentina Mallamaci

Detroit

 

Pt. 2 I Pt. 3

 

 

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