Cinema: best of 2017 (pt.2)

Top ten: gli ultimi cinque

Un anno di cinema da racchiudere nell’abituale classifica di fine anno: già pubblicata in versione ridotta sulla rivista in edicola e qui riproposta in versione estesa.
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6. La La Land di Damien Chazelle
Ha questo di buono, La La Land. Rispetto a Whiplash, è un film circolare. Non è un primo appuntamento con il cinema, come l’esordio di Damien Chazelle. Vuole andare fino in fondo. E possiede doti di corteggiamento verso il pubblico che, una volta messe in circolo, non puoi fermare. Le devi assecondare, anche se l’effetto rewind sconvolge un po’ i piani e ogni cosa deve essere riavviata. Musica, colori e danza costituiscono la storia dei wannabe Emma Stone e Ryan Gosling, gli erigono intorno una cornice sentimentale che la magia del cinema può decidere di frantumare o lasciar correre via. Chazelle è un ammiratore puro del musical altrui. Come tale ha l’esigenza matematica di citare il genere quasi con le medesime cifre estetiche, riuscendo però a creare momenti topici come il numero d’apertura, forse l’unico con ambizioni virali (Jimmy Fallon ai Golden Globe). La La Land è film due volte meritevole: è sfacciato nella sua passionalità, il cinema al suo interno è ancora sogno e desiderio. Mario A. Rumor

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7. Elle di Paul Verhoeven
Chi è Michèle Leblanc? Non una donzella da salvare, di certo nemmeno una martire, tantomeno una figura simbolica. La “elle” del titolo è piuttosto una donna che, dopo le diverse forme di violenza subite, non ha mai voluto accettare il ruolo di vittima che la società ha cercato continuamente di attribuirle. Il film gioca con i contorni di questo rifiuto, facendo oscillare il suo comportamento tra il ruolo della preda e della cacciatrice, fino a farle scoprire nelle diverse forme di piacere, e le sue contraddizioni, la strada che conduce all’emancipazione: “Se non ci si vergogna abbastanza, niente ci ostacola nel fare qualsiasi cosa”, dice la protagonista. E Verhoeven, esperto in storie di amore e sangue, la segue discreto senza mai abbandonarla, rimanendo a distanza mentre osserva Michèle prendere il controllo del mondo che la circonda, popolato da uomini insicuri, deboli, nevrotici, persino criminali. È il ritratto impietoso di un fallimento: il funerale dell’universo maschile, se non della moderna società occidentale. Rosario Sparti

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8. Vi presento Toni Erdmann di Maren Ade
Quasi invidio Winfried, il protagonista di Vi presento Toni Erdmann. Con un niente, o meglio con una parrucca e una dentiera, è riuscito a livellare una commedia votata alla tristezza portandola ai piani alti di un cinema d’autore senza afflizioni d’autore. Di per sé un miracolo visto che, per l’uno e l’altro genere di appartenenza, è difficile rintracciare in questa stagione cinematografica una faccia tosta come quella del film di Maren Ade. Inoltre Winfried ha un ulteriore vantaggio: è il solo eroe “altro” davvero avvistato quest’anno. I mascheramenti non gli mancano, la missione neppure. Nel film una missione quasi impossibile, salvare la figlia, sintonizzarsi con la sua vita che è un crocevia di tristezza e stress lavorativo riportando alla luce il tema genitori-figli. E non solo quello. Vi presento Toni Erdmann è stupore a getto continuo. Sia il padre sia la figlia, involontariamente, ne sono gli artefici lasciandoci in balia di quel finale asciutto dove tutto è forse rimasto come prima. Mario A. Rumor

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9. The Square di Ruben Östlund
Che cos’è un’opera d’arte? Dare una risposta a questa domanda è un compito che spetterebbe all’Estetica, ma The Square ne offre comunque una: è il nostro riflesso. L’arte può parlare di noi più di quanto possiamo immaginare, e in modo estremamente efficace se si capisce come osservarla. In essa si manifestano le nostre contraddizioni, come la volontà di scegliere la porta con l’indicazione “I trust people” che si trasforma in totale mancanza di fiducia appena varcata la soglia. È l’idea di grande valore che troppo spesso è svuotata di senso, un quadrato illuminato pieno di buoni propositi verso il prossimo che non riescono ad uscire da quello stretto perimetro. Il sarcasmo di Ruben Östlund, che diventa potente critica sociale, è efficace e raffinato. Fa sorridere quando declinato in comicità dell’assurdo e quasi rattrista quando riesce a oggettivare la realtà in modo rigoroso e spietato. È arte che parla di arte alla disperata ricerca di coerenza. Un’idea che soffoca se rimane costretta in un recinto. Valentina Mallamaci

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10. Sieranevada di Cristi Puiu
I film di Cristi Puiu sono spietati nel non concedere nulla allo spettatore. Che è invitato a esplorare situazioni tragicomiche (La morte del signor Lazarescu) o familiarizzare con protagonisti neri e sgradevoli (Aurora) venendo a patti con un’abnorme durata del racconto. Anche in Sieranevada si sfiorano le tre ore e per giunta senza quasi mai uscire dall’appartamento dove si sta svolgendo la veglia funebre che fa da palcoscenico alle chiacchiere ininterrotte dei personaggi. L’assenza di una scansione narrativa tradizionale, neanche abbozzata, può stancare: eppure se si entra nella logica del film, costruito, come gli altri, su lunghi piani sequenza perfettamente orchestrati, si viene travolti da questo ritratto di famiglia in interni capace di alludere ad un’intera società. E nella capacità di dare forma all’apparente caos, di delineare i caratteri, di conferire tratti epici al quotidiano, Puiu dimostra di aver ben assimilato la lezione di John Cassavetes, suo dichiarato maestro ispiratore. Alessio Palma

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Pt. 1 Pt. 3

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