Cinema: best of 2017 (pt.3)

I film da recuperare

Poco visti, forse incompresi, a volte equivocati, senz’altro da noi molto amati. Più che i nostri film dell’anno, i vostri film da recuperare.
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Il cliente di Asghar Farhadi
Tra le mura di un tranquillo palazzo borghese di Teheran improvvisamente si aprono delle crepe: squarci sui muri, vetri che scricchiolano e l’inattesa necessità di fuggire per non rimanere travolti. Nel cortile una grande ruspa, come un mostro senza pietà, divora terra e cemento con famelico disinteresse. Ad abbandonare quella che fino a quel momento era stata la normalità anche Emad e Rana, giovane coppia di attori che sta preparando la messa in scena di Morte di un commesso viaggiatore, costretta a trasferirsi in un appartamento offerto loro da un amico. Il cambiamento si rivelerà molto più doloroso del previsto e porterà alla luce un dubbio intollerabile che potrebbe far crollare ogni loro certezza. In un perfetto equilibrio tra immagine significante e significato della storia, Farhadi mette in scena un dramma nel dramma, scavando nella profondità dei personaggi e dei luoghi rappresentati. Attraverso molteplici percorsi narrativi, che si riflettono l’uno nell’altro, il regista proietta uno sguardo lucido e mai incline alla violenza del voyeurismo, lasciando emergere le contraddizioni dell’essere umano, nel quale possono convivere (e scontrarsi) tanto la vergogna e la paura quanto l’eroico senso di protezione. Tutti sentimenti che possono manifestarsi in maniera giustificata o erronea, ma che Farhadi invita a osservare senza esprimere giudizi affrettati. Gli stessi che danneggiano irrimediabilmente i rapporti umani, creando fratture profonde e insanabili. Valentina Mallamaci

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Personal Shopper di Olivier Assayas
Pur non essendo l’opera migliore di Assayas, Personal Shopper affascina per come riesce a riformulare in modo originale alcuni elementi costitutivi del cinema: i generi, il tempo, l’immagine stessa. Il film è un thriller/horror dalla struttura aperta dove la detection si rivela poco importante rispetto al percorso interiore della protagonista e in cui la dimensione temporale è accentuata da sequenze articolate e dal lungo respiro, come l’incipit gotico nella casa o lo scambio di messaggi sul treno tra Maureen e il suo stalker. E attraverso il confronto serrato con le immagini del presente (Youtube, Skype) e del passato (i dipinti astratti di Hilma af Klint), Assayas riesce a infondere profondità e spessore teorico ad un plot che in mano ad altri sarebbe risultato difficilmente filmabile senza scadere nel ridicolo. L’equilibrio del film, invece, nasce dalla maestria del regista nel girare una storia di fantasmi e spiriti restando su un piano essenzialmente realistico. Per questa inclinazione ad alludere senza mai fornire risposte certe e per la sua libertà di racconto, Personal Shopper può ricordare gli esiti migliori di Jacques Rivette e la sua capacità di distillare il mistero dall’esperienza quotidiana. Kristen Stewart, alla seconda collaborazione con Assayas, ha la difficile responsabilità di dare credibilità a un personaggio sfuggente e riesce, con una prova magnetica, a rendere l’estraneità a se stessa e al mondo, come dimostra il bellissimo finale. Alessio Palma

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Civiltà perduta di James Gray
Le fiaccole che spiccano nella nebbia aprono e chiudono la pellicola. L’oscurità ingoia la luce in senso metaforico: Civiltà perduta è dominato dall’irrazionalità come filo conduttore, come elemento di contagio fisico, sociale e culturale che però dà vita a un film tutto interiore, più familiare che spettacolare. Un film d’avventura e dramma esistenziale che sembra un kolossal degli anni 70, figlio del piglio quasi ossessivo del suo autore che attraverso un’inusuale potenza visiva racconta un’epica oscura che parte dalla testa del protagonista e si allarga al suo rapporto con la famiglia e chi lo circonda, per chiudere con gli ultimi 20 magnifici minuti in cui la visionarietà che cova dietro le spire del film si libera e riempie lo schermo. Gray guarda a Cimino, Herzog, Lean, Milius e Huston, ma ha le carte giuste per non sfigurare, se non per eguagliare i maestri; Civiltà perduta rende contemporanee immagini classiche, rievoca il senso della meraviglia senza odorare di nostalgia, sfida i propri limiti fidandosi della propria inattualità e della propria follia. D’altronde, il film si chiude con il personaggio interpretato da Sienna Miller, il più centrato e ponderato della storia, che si avventura nella giungla per cercare il marito. Ma è una giungla mentale, di chi non riconosce più la porta di un palazzo inglese dal delirio della disperazione: un ultimo atto d’irrazionalità, l’ultima vena dorata di un film cupo, denso e romantico. Emanuele Rauco

IT di Andrés Muschietti
Più facile così. Fare i nostalgici per procura aiuta a districarsi nelle scelte impossibili. Come quella del film più bello dell’anno. In mezzo a grandi film d’autore (Jackie, The Square, Vi presento Toni Erdmann, Elle) e a blockbuster che hanno toppato alla grande tradendo le aspettative nonostante gli incassi (The Mummy, King Arthur, La Bella e la Bestia, Ghost in the Shell), assecondiamo un filone, l’horror, ma solo a determinate condizioni. Primo, il reflusso nostalgico nei confronti degli anni 80, che si muove indiscriminatamente su grande e piccolo schermo tra It e Stranger Things, per mezzo di identici corpi e identiche paure: gli sfigati-eroi e il Mostro, congiuntura tra questo mondo e l’altro, nascosto o sottosopra. Affinità dovute al comune ceppo kinghiano che l’Andrés Muschietti di It riassapora, mentre i Duffer Brothers di Stranger Things rimodellano in base a passioni incrociate. Secondo, la plateale ingenuità con la quale Muschietti si aggira tra le pagine del romanzo originale, restando cinematograficamente sullo stesso livello dei ragazzini protagonisti. Altrimenti non funziona. E ciò prevede negazione dell’orrore che c’è e si vede, in ogni spazio e in ogni tempo, anche quello aggiornato agli anni 80 del film; e definizione del mostro più terribile di tutti i tempi grazie al clown Pennywise. Ingenuo fino a un certo punto: It è una macchina per fare soldi. Muschietti è una figura di autore come già JJ Abrams. Pensa da nerd, gira come fabbricatore di blockbuster. Mario A. Rumor

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Una vita di Stéphane Brizé
In un recente incontro, Nanni Moretti ha dichiarato che il pubblico non è sempre innocente. A volte sceglie di non rendere giustizia a film meritevoli accampando scuse come “quel film è triste” oppure “non voglio soffrire al cinema”. E nel polemizzare contro questo discutibile criterio selettivo, il cineasta ha citato non a caso Una vita, programmato quest’anno con scarso successo nella sua sala romana. Sarebbe facile pensar male, eppure la pellicola del regista francese (adattamento del romanzo d’esordio di Guy de Maupassant) effettivamente rappresenta quanto di più doloroso si sia visto ultimamente al cinema: un film intriso di un romanticismo assoluto, a tratti respingente, che asfissia lo spettatore ingabbiandolo nella storia di reclusione – da qui la scelta del formato 4:3 e l’uso insistito dei piani ravvicinati – della protagonista, la baronessa Jeanne Le Perthuis des Vauds, perseguitata da un destino avverso. Prima figlia, poi moglie, madre e infine nonna, Jeanne osserva la sua vita dalla finestra, alle spalle un’umanità gretta, falsa e avida; così stagione dopo stagione, gli anni si danno il cambio e lei sembra quasi non accorgersene, schiacciata prima dalla sua ingenuità giovanile e dopo da una passività che la vede fallire, riprovare e ancora fallire. Fallire sempre peggio. Ma Brizé evita di mostrare ciò che accade e si sofferma solo sulle conseguenze, costringendo il pubblico a lavorare d’immaginazione per riempire i vuoti nella struttura ellittica del racconto, funzionale alla chiave realistica e antipsicologica scelta per descrivere un’esistenza senza scene madri. Una vita comune, come quella di tanti, forse poco intrigante per un pubblico che non vuole sentirsi dire che “la vita non è così bella né così brutta come si crede”. Rosario Sparti

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