Daniele Vicari

Nessuna di meno

Conversazione con il regista su "Sole cuore amore", il suo nuovo film in uscita il 4 maggio. Sulla strada che da "Diaz" l’ha portato fino a qui. Sulla precarietà, le vite offese dallo sfruttamento. Sul nostro paese e un nuovo soggetto che rivendica dignità, senza averla mai perduta. Le donne.
DANIELE VICARI
- Non una di meno

Dammi tre parole di sinistra
A inizio maggio Daniele Vicari torna nelle sale con il suo quinto lungometraggio di finzione, cinque anni dopo Diaz (che definire finzione proprio non si può), e dopo La nave dolce, documentario sullo sbarco in Italia di migliaia di albanesi, nel 1991, primo, contraddittorio approccio dell’Italia alla questione-migranti. Due film su altrettanti eventi fondativi dello stato della nazione oggi: 1991 e 2001 come pietre miliari di una lesione dei diritti umani e civili la cui cicatrice si protrae ancora oggi nelle nostre retoriche, nelle nostre finzioni democratiche. Eventi puntuali, circoscritti, dalla valenza simbolica enorme, depositati nella memoria collettiva come pochi altri.

Adesso, dopo una serie di progetti non portati a termine – tutti su «personaggi anarchici, non irreggimentati, quelli che al momento mi attraggono di più, e vorrà pure dire qualcosa», Vicari torna al cinema con Sole cuore amore, prodotto da Fandango. Un titolo che, curiosamente, riprende la canzone-incubo dei giorni di Genova 2001, il brano di Valeria Rossi che “Blob” montò ogni sera di quell’estate assieme alle immagini delle violenze del G8. A parte questa coincidenza, tra Diaz e Sole cuore amore non sembra esserci un nesso diretto. Ma è un’apparenza che inganna: «a unirli, nella mia testa, è il sentimento di un’immensa mancanza di giustizia. Diaz e Sole sono due facce della stessa realtà».

Diaz fu il racconto della sospensione dei diritti del cittadino e della persona, una sospensione che ha a che fare con un lungo percorso italiano di sfaldamento del tessuto democratico. Sole cuore amore è l’altra faccia, è la sospensione a tempo indeterminato dei diritti sociali. «Perché bisogna mettere i due volti assieme: la Sinistra non riesce a pensare i diritti civili insieme ai diritti sociali: dietro c’è uno schematismo duro a morire, dove la giustizia sociale viene immaginata anche priva di diritti». La continuità è politica quindi, ma non solo: è il personale che è politico. «I nessi sono inevitabili. Come fai a evitare di essere più o meno la stessa persona? È molto difficile tagliarsi a fettine: la formazione che ho avuto me la porto dietro e il nesso tra i film è anche la vita di chi li fa. Io vengo da un mondo che è quello dell’immenso proletariato italiano, che ha sviluppato nel tempo reazioni alla propria condizione anche violente e opposte tra loro, in un paese dove esiste un’impermeabilità pressoché assoluta tra le classi sociali. Un paese dove negli ultimi anni è avvenuta una proletarizzazione dei ceti medi intellettuali, anziché un’emancipazione delle classi sociali medio-basse. Stiamo assistendo a un arretramento e un degrado sociale generalizzato. Qualcosa che è necessario raccontare».

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Indisponente
Partendo da queste motivazioni, ne è uscito un film «semplice», lo ripete spesso Vicari. A budget limitato, con pochi, fidati attori che inscenano una storia che arriva dritta al cuore. Eppure, «apparentemente, Sole cuore amore è un film costruito in modo da indisporre il pubblico. Va contro alcune regole elementari che ti insegnano nelle scuole di cinema, quando devi strutturare una trama perché chi ti guarda ti segua. Ad esempio non è costruito nei classici tre atti, ma è un atto unico lungo e sempre più duro. È un film che parte a razzo e finisce rallentando. E poi c’è l’esito della storia della protagonista, quella con cui chiunque è portato a empatizzare e invece, per forza di cose, per come vanno, deve prendere le distanze»

Vicari è arrivato a Sole cuore amore scrivendolo, girandolo e montandolo di slancio. L’urgenza di scrivere questa storia è arrivata due estati fa: l’ispirazione nasce da un frammento di cronaca già lontano, che narrava di una donna di nome Isabella rimasta immobile ai margini di una metro romana. Tre giorni e tre notti davanti al computer, una furia di scrittura segnata da una coincidenza drammatica, la morte, in quei giorni, di un’altra donna, una bracciante pugliese – Paola Clemente -, tre figli e un reddito schifoso, una vita sui campi. Un’altra morte di fatica.

Va detto che la cronaca sociale raramente assurge a notizia condivisa. Resta segnalazione, trafiletto. Tantomeno può sperare di diventare storia, narrazione cinematografica. Ma qui hanno inciso le ragioni personali: «ho scritto questa storia partendo dall’esperienza diretta. Quando ho scelto di non andare in fabbrica e di provare a fare cinema, per qualche tempo ho pensato che avrei preso necessariamente congedo, in un modo o nell’altro, dalle mie origini. Tutte stupidaggini: tornano sempre, non ti abbandonano mai. Con Sole cuore amore ho voluto raccontare i miei, mia sorella, mia cugina, i compagni, che lavorano e che non hanno studiato. Ho voluto raccontare il peggioramento progressivo della vita di questa gente. La vita pesante, pesantissima di persone a me care, che viaggiano per lavorare, lavorano per ore e ore, senza poter staccare mai, perché anche i momenti di non-lavoro sono faticosi. Ho visto nelle persone che amo questa difficoltà a vivere decentemente, a provare anche i sentimenti più umani, quelli dati per scontati. Sole cuore amore è nato come film personale, e lo è restato».

Sole cuore amore come film autobiografico, quindi. Investito da una strana leggerezza iniziale, da una serie di battute che investono lo spettatore, lo illudono, lo trascinano al sorriso. E quando il film va avanti, rallenta e poi finisce resta il rimpianto di non aver riso di più. Ed è proprio questo il problema, la questione che Vicari con metodo brechtiano estrae a forza dallo spettatore: il dispiacere per non aver riso di più coincide con la presa di coscienza che non sono né i personaggi né tantomeno il regista a recarne la colpa. L’imputato è un altro. Tace, finisce i conti, calcola i profitti, mentre il tempo di vita finisce.

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Fare il verso al borghese
Ognuna con le sue sfumature, quelle di Paola Clemente, di Isabella Viola, quella inventata di Eli, sono tragedie che riflettono una piega, una deriva delle condizioni del lavoro nel nostro paese. Vicari stava cercando una storia che seguisse i percorsi di quella maggioranza sterminata di persone fuori fuoco, fuori narrazione, senza epica, ma sotto sorveglianza: persone che viaggiano, lavorano, tengono testa a un declino inarrestabile, culturale, economico. Ma come si racconta il “senza epica”? «Certo, se dici che vuoi raccontare il quotidiano delle persone, ti annoi già nel dirlo. Bisognava trovare una chiave».

Eppure il cinema italiano sono anni che va alla ricerca della vita degli esclusi, dei marginali. «Sì, ma il cinema, anche nei casi migliori, non si occupa di come vivono le persone: c’è sottotraccia un innamoramento per il sottoproletariato urbano, marginale, che viene un po’ mitizzato, romanticizzato – proprio per lo stile di vita anarchico, privo di freni inibitori. Ma il sottoproletario esaltato finisce per assomigliare all’alto borghese quando non lavora e che il proprio tempo libero lo dedica al piacere, ma anche al dolore estremo. È così che il mondo reale è stato espunto dal cinema. Anche le opere migliori di questi anni raccontano di derelitti che si ammazzano di droga e sguazzano nel pericolo. C’è un’eco pasoliniana che si innesta su una piega sociologica. Si prende la realtà circostante come un mondo sostanzialmente immutabile, che non ha dei conflitti di classe dentro, ma conflitti dovuti alle debolezze umane dei personaggi. Almeno Pasolini nei primi film tematizzava questi aspetti: in Mamma Roma un’iniezione di marxismo correggeva l’invaghimento per il marginale tout court: “Noi stiamo messi così perché nun c’avemo i mezzi”. Nei film che ne seguono almeno in parte la traccia, il racconto è racconto di dannati, dove il lavoro stesso è una condanna. Anche in un regista che amo tantissimo come Caligari si capisce che i personaggi sono condannati a lavorare. Bisogna chiedersi perché. E perché nelle loro traversie mimano l’ozio del borghese».

 

La scena dell’incidente
Per raccontare due vite della classe silenziosa e sterminata in una Roma frenetica, anonima, Vicari ha costruito una storia a cui metà delle persone rifiuta di credere a priori. “Non è vero che lavorano così tanto”, “non è vero che lavorano per così poco”, “non è possibile che lavorino così tanto per così poco”. È chiaro che se non ritengo possibile qualcosa non ci credo. E se non ci credo, chi me lo rappresenta è un falsario consapevole – uno che fa ideologia, non film.

«So delle reazioni di alcuni che, vedendo il film, hanno pensato a una forzatura, a cifre arrotondate per difetto, a trovate di sceneggiatura per rendere tutto più pesante, più tragico. Questo film sarebbe una copia sbagliata della realtà? Certe cifre non sono tirate a caso. Sono i redditi degli impiegati dei bar, ma anche dei cantieri, o di alcuni lavori “immateriali” – giornalismo, manovalanza culturale – che pure se vengono percepiti e magari fanno sentire come diversi, rendono chi li fa proletario esattamente come l’operaio. Come fai a difenderti dall’accusa che stai vedendo un precipizio dove è una semplice, normale buca? Penso che sia come quando accade un incidente e tutti accorrono, tranne alcuni, che evitano la scena, perché le vittime sono loro stessi e non vogliono riconoscersi. È una doppia rimozione: del personaggio per cui hai provato empatia, che hai visto spegnersi, e della tua condizione esistenziale».

Incredulità. Questo, in sostanza, il rischio di Sole cuore amore – storia di due ragazze, una al piano di sopra, Eli, l’altra a quello di sotto, Vale. Eli, sposata, quattro figli, un marito disoccupato e un lavoro da barista sei giorni e mezzo su sette. Vale single, ballerina smarrita in performance notturne, ripetizioni diurne, una sessualità in divenire. Il film è l’incrocio per nulla scontato delle loro storie, della loro emotività diversa e sciupata da un quotidiano che non funziona, dove le ingiustizie si accumulano e loro si trovano ad arginarne gli effetti. Finché l’ingiustizia non diventa talmente palese che uno si aspetta il botto. Ma il botto non arriva. Forse per questo per alcuni potrà scattare una rimozione. E se li rimuovi, la precarietà e i suoi derivati diventano dati naturali – e nessuno può mutarli.

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Eccentrici e omologati
Come controcanto del personaggio di Eli va in scena, balla ed esibisce la sua corporeità ora decisa ora incerta Vale (Eva Grieco). Se a Eli (Isabella Ragonese) spetta di trascinare lo spettatore nel gorgo delle sue occhiaie, nella sua combattività, nei tragitti lungo la metro A ritmati dal jazz ipnotico di Stefano Di Battista, Vale è un personaggio più cauto, riflessivo, classificabile tra i forzati del lavoro immateriale, gli artistoidi, i sommersi della cultura, dove il lavoro diventa lavoretto, lavoricchio, quasi a sparire. Mossa freneticamente dalla musica di notte, e poi statica, dolce di giorno, “Vale è particolarmente disturbante. Ti raffredda il racconto, ti fa misurare con la mancanza di empatia – e anche per me misurare la loro distanza e la loro prossimità è stato un compito drammaturgico difficile. Penso che in Vale ci sia l’illusione di sottrarsi a questo massacro sociale in cui vede coinvolta una come Eli. Vale decide di vivere attraverso il suo modo di esprimersi».

Il corpo teso, elastico, di Vale è l’esercizio in atto di una ricerca individuale di soddisfazione: in lei c’è la convinzione di potercela fare da sola, c’è un godimento dell’isolamento che attraversa l’automatizzazione alienata dei lavori diurni per sfogarsi nei piaceri intellettuali di notte. Come se l’illusione di avere uno stile, illusione perseguita notte e giorno, bilanciasse ogni assenza di una comunità reale. Ma è un’illusione condivisa – una condivisione di solitudini.

«Sole cuore amore non è classificabile come un film “di denuncia” di condizioni inumane di lavoro. Rappresenta due realtà di una generazione che si intrecciano, si appartengono l’un l’altra. Eli è dentro il neo-realismo. Vale è oltre il post-moderno. La sua scelta ha un costo: Vale non costruisce la famiglia intesa in senso tradizionale, sperimenta, diventa altro, antropologicamente è altro da Eli. Ma la cosa fondamentale, e incredibile, è che esiste un sincretismo tra queste due cose. Anni fa si pensava a un’emancipazione dal lavoro generalizzata attraverso la produzione dell’immateriale, ma qualcuno deve pur fare da mangiare! Questi mondi coesistono. Il realismo dei conflitti quotidiani sussiste accanto alle narrazioni senza conflitto, come LaLaLand. Vanno insieme».

 

Un film-femmina
In Sole cuore amore il marito di Eli (Francesco Montanari) è un disoccupato cronico. Si occupa dei figli, dà una mano, ma la sua lucidità sembra offuscata, ogni sguardo è dimesso. Sul volto un sorriso mesto, nel cuore la speranza di sostituirsi a Eli nel portare i soldi a casa. Di risostituirsi a lei che l’ha “scavalcato”. Di ristabilire l’equilibrio patriarcale.

«Perché sento il bisogno di raccontare una storia di donne che si caricano il mondo sulle spalle? Se non ci fossero queste persone, la nostra società non reggerebbe. Spesso, quasi sempre, sono loro che si caricano la fatica del quotidiano. Anche perché un uomo che non lavora ancora oggi si sente un fallito. Una donna che non svolge lavoro produttivo invece è la normalità, è l’ennesima vita precaria abituata a non percepire reddito. Per questo Non una di meno è stato uno sciopero niente affatto casuale. In un contesto di vita di questo genere, si sperimentano anche le difficoltà che abbiamo a vivere i sentimenti, che sono cose materiali, concrete anche quelle. Se non si riescono a vivere i rapporti umani fondamentali perché sei oberato da un meccanismo sociale che non funziona allora c’è un problema. E mi sembra che questo problema lo affrontino meglio le donne. In questo periodo sto scrivendo la vicenda Cucchi per una serie TV. Non è un caso che quasi tutte le persone che hanno portato luce e testimonianza in queste storie di individui che hanno perso la vita quando erano sotto la custodia dello Stato siano donne. Mi sembra significativo di un blocco sociale e culturale degli uomini che non riescono a farsi carico del dolore. Le donne sanno gridare il dolore. I maschi hanno maturato un blocco antropologico, che impedisce loro persino di piangere».

 

Sogni di cose
Sentiamo troppo spesso parlare di eroi. E sarebbe un delitto pensare a un personaggio come Eli in chiave eroica. Il suo, il nostro sogno, afferma Vicari facendo eco a un passo di Marx, «è il sogno di una cosa – noi sogniamo di fare una vita decente, accettabile, umana. E invece c’è un meccanismo sociale che sottrae desideri, energie, idee». Se c’è un meccanismo che sottrae quella chance che abbiamo tutti di poterci voler bene, se qualcosa fa perennemente ombra al “sole” che saremmo – una parola del titolo che si rivela nuovamente parola di sinistra -, allora comincia il sacrificio. E il sacrificio non è vita, ma un limite all’espressione delle persone: è dedizione a una cosa sola, toglie possibilità di vivere i sentimenti, di sentirli come propri. Fosse anche, come nella scena che richiama il titolo, quell’unica lacrima che scende sulla guancia di Eli, sentendo un bambino cantare una canzonetta.

Pubblicato sul Mucchio n. 753 – Aprile 2017

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