Documentario italiano

Buoni segnali da Bellaria

libraio

Nel panorama creativo e industriale del cinema italiano affetto da una crisi che pare secolare, c’è una scintilla di vita che spesso erompe in un fuoco. Non sarà un faro o la luce in fondo al tunnel, ma il documentario è sicuramente un bacino di straordinaria forza. Lo ha dimostrato quest’anno, come da molti anni, il festival di Bellaria che sotto la direzione di Fabio Toncelli sta consolidando il cinema del reale italiano come dimensione creativa, artistica e industriale – a suo modo – che va in controtendenza rispetto alle secche del cinema di casa nostra.

utero srebrenica
In Utero Srebrenica

Partiamo dai vincitori, che se non danno la misura di una manifestazione, sono sicuramente un biglietto da visita attendibile: vince il primo premio Italia Doc In Utero Srebrenica di Giuseppe Carrieri, viaggio viscerale e ancestrale nei risvolti antropologici della guerra in Jugoslavia che sa colpire e stordire lo spettatore con un racconto estremo in cui il forte significato delle scelte estetiche del regista scaccia il rischio di un abbellimento del tema centrale. Menzione speciale a Le cose belle di Agostino Ferrente, uno dei film più amati del festival (ha vinto anche il premio della giuria popolare degli studenti del DAMS di Bologna), che ricorda come siano le persone il centro di un documentario e l’affezione ai personaggi il cuore di un qualunque film, avvicinandosi a Bellas mariposas di Mereu nel descrivere il degrado senza squallore, nel ribaltare le prospettive con una forza umanistica che ricorda Zavattini; anche Il libraio di Belfast di Alessandra Celesia ha ottenuto una menzione speciale grazie alla storia di un libraio che in Irlanda dona la sua esperienza e la sua cultura di sopravvissuto a una vita dissipata a chi si trova nelle sue stesse condizioni: peccato che il lavoro ossessivo sullo stile e sulla resa estetica del film lo renda troppo vicino a un lungometraggio indipendente americano, quasi un prodotto da manuale del Sundance, a cui si fatica a credere e in cui il sospetto di finzione è più forte della fascinazione del racconto.

Il vero capolavoro visto a Bellaria però è Materia oscura di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, coppia d’autori che aveva già sorpreso con Il castello e che con questo film – passato al festival di Berlino – raccontano Salto di Quirra, il poligono sperimentale in Sardegna dove per oltre 50 anni i governi di tutto il mondo hanno testato armi di ogni tipo: un film desolato, freddo e politicamente consapevole che descrive la desolazione di un luogo, dei suoi abitanti, delle conseguenze di un impero con la sola forza delle immagini: un film epico e disperato che è anche una profondissima riflessione sul linguaggio, le forme del cinema, il montaggio, l’importanza del filmare.

MATERIA-OSCURA-di-Massimo-DAnolfi-e-Martina-Parenti-1
Materia Oscura

La 31^ edizione del festival ha testimoniato lo stato di salute di un modo di fare cinema, più che di un semplice genere, che sta scavalcando regolarmente i limiti dei film e dell’industria in tempi di recessione attraverso la proteiformità del linguaggio del cinema. La lucida emozione di Anija di Roland Sejko, già molto premiato come pure il gioiellino Noi non siamo come James Bond di Mario Balsamo, l’illusione solo apparentemente naif di L’ultimo pastore di Marco Bonfanti (uno dei pochi film nostrani che sta facendo il giro del mondo), il cinema diretto di Lovebirds di Gianpaolo Bigoli e le derivazioni del cinema d’autore europeo in Nadea e Sveta di Mauro Delpero sono le testimonianze vivide di un modo di guardare al mondo e al cinema che sa travalicare limiti e frontiere (che spesso sono temi centrali di queste produzioni) per coniare nuovi modi di parlare la lingua del cinematografo.

Così se gli italiani cercano di arrivare al pubblico in modo più sottile e inventivo, il documentario internazionale, presente nel Panorama fuori concorso, punta invece sulla significatività della storia, ponendo sempre più il documentario come avanguardia delle narrazioni audiovisive: un esempio su tutti The Queen Of Versailles di Lauren Greenfield, storia del crack finanziario del 2008 in USA vista dagli occhi di uno degli uomini più ricchi della nazione in procinto di costruire la più grande casa del mondo, ispirata alla reggia di Versailles e dedicata alla moglie e alla sua famiglia: una saga familiare ed economica che, come le grandi narrazioni d’Oltreoceano, sa fondere la storia e la Storia (o la cronaca, ma la forza del film sa trasfigurarla) per realizzare una toccante e sorprendente riflessione su come il denaro possa informare e costruire le persone e i rapporti. Una riflessione che si espande anche ai modi produzione del cinema, a come essi influenzino – nel bene e nel male – il linguaggio dei film e anche, se non soprattutto proprio per l’azione ai margini dell’industria, dei documentari. Che cercano di resistere, e che ci riescono quando la verità che cercano si trova appaiata alla bellezza. Come molti dei film visti a Bellaria rendono lampante.

 

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