Far East 2016

Tempo di maturità

Giunta alla diciottesima edizione, la kermesse udinese conferma i pregi di una formula che consente all'appassionato di spaziare con lo sguardo su un'offerta quantitativa enorme e di fare il punto sulla salute delle cinematografie d'oriente, di cui vengono presentati, come da tradizione, quasi esclusivamente i prodotti più popolari e in grado di intercettare i bisogni del pubblico di quelle latitudini.
Far East 2016

Se ormai i grandi festival calati dall’alto, sul modello di Cannes o Venezia, appaiono come fiere della vanità anacronistiche e autoreferenziali in tempi di distribuzione digitale e simultaneità delle uscite, è in manifestazioni specialistiche come questa che l’approfondimento e la ricerca mantengono un senso ben preciso. A tal proposito, il futuro del festival appare incerto, se è vero, come pare, che il Far East subirà una trasformazione tramutandosi in un punto d’incontro tra cinema di genere asiatico ed europeo, con la prospettiva allettante di un aumento degli scambi culturali ed economici ma anche con il rischio di una perdita dell’identità sin qui raggiunta. Per ora l’affluenza di pubblico e accreditati resta alta e così il rientro economico complessivo, pari a circa 120 mila euro.

Nove le cinematografie rappresentate nella competizione di quest’anno (Cina, Hong Kong, Giappone, Corea del Sud, Filippine, Thailandia, Vietnam, Malesia e Taiwan) per un totale di cinquanta film proiettati al Teatro Nuovo Giovanni da Udine e al Visionario, escludendo la retrospettiva sulla fantascienza giapponese e un pugno di opere restaurate, tra cui quattro classici di Bruce Lee. Il tradizionale Gelso d’Oro assegnato dal pubblico è andato a A Melody to Remember di Lee Han, un dramma bellico che conferma la tendenza del cinema coreano a guardare indietro e a riesaminare la storia del proprio paese: sono molti, infatti, i film recenti ambientati durante l’epoca coloniale giapponese (1910-1945); mentre il film di Lee si svolge nel 1952, in piena guerra civile, e, nel tratteggiare la storia di un tenente reduce dal fronte impegnato nel lavoro in un orfanotrofio, spinge eccessivamente sul pedale del melò, senza comunque rinunciare a quegli improvvisi scarti di tono, qui esemplificati da una continua alternanza di efferatezze e lirismo, che sono tra i marchi di fabbrica più evidenti del blockbuster coreano. Anche in un’opera piuttosto innocua, per quanto divertente, come Wonderful Nightmare di Kang Hyo-jin, una durissima sequenza di tentata violenza sessuale, piazzata a tre quarti di film, spezza improvvisamente il tono leggero da commedia degli equivoci. La proposta giapponese è stata la più varia, sul piano dei risultati e degli stili. Accanto a film deludenti come il sopravvalutato, in patria, Three Stories of Love di Ryosuke Hashiguchi, cupissimo dramma del quotidiano che intreccia i fallimenti amorosi di tre personaggi o Lowlife Love di Eiji Uchida, cervellotica commedia dal taglio meta-cinematografico, spiccavano il delicato e minimalista Mohican Come Home di Shuichi Okita, che si è aggiudicato il terzo premio del pubblico e soprattutto Creepy di Kiyoshi Kurosawa, già passato al Festival di Berlino, ritorno dell’autore all’horror sulla scia di classici come Cure e Pulse. Eccellente nella prima parte, che Kurosawa costruisce con un crescendo magistrale della tensione e un lento scavo nel rimosso dei protagonisti (la storia si sviluppa sulle basi di un’indagine su un crimine rimasto insoluto), il film cala nella seconda, quando la consistenza dei personaggi principali (un poliziotto in pensione, sua moglie e il loro inquietante vicino di casa) perde di rilievo in favore di una dimensione metaforica sempre più accentuata. Ma resta un grande esercizio di regia, lucido e implacabile, organizzato per il tramite di lungi piani sequenza e un perfetto utilizzo del formato scope con cui Kurosawa riesce sempre a rendere la totalità dell’azione e a trasmettere una sensazione di angoscia quasi polanskiana.

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Il peso politico della Cina è sempre crescente: l’industria cinematografica cinese è in piena salute, il 2015 ha fatto rilevare una crescita degli incassi di quasi il 50% rispetto all’anno precedente e il panorama dei generi è assai diversificato. La Cina produce assieme a Hong Kong il divertente terzo capitolo della saga di Ip Man, diretto da Wilson Yip, naif quanto si vuole ma col piacevole retrogusto del vero cinema popolare, e piazza almeno due film significativi. The Dead End di Cao Baoping rappresenta la maturazione di un regista sorprendente (suo il notevole Einstein and Einstein, già presentato al FEFF) alle prese con un thriller solenne e rarefatto, immerso in un clima da tragedia greca, dove una delle tematiche classiche del noir (l’impossibilità di sfuggire al proprio passato) viene articolata in modo complesso, seguendo le storie individuali di tre personaggi e di un poliziotto che dà loro la caccia, e mediante una violenza grafica che ha causato al film diversi problemi con la censura. Quasi inclassificabile è poi Young Love Lost, opera prima di Xiang Guoqiang, bellissimo racconto operaista, pieno di disincanto e amarezza, tutto ambientato all’interno di un complesso industriale del nord della Cina, all’inizio degli anni ’90. L’apprendistato sul lavoro del giovane Xiaolu e della pittoresca fauna umana che lo circonda, tra cui spicca la giovane Bai Lan, di cui è innamorato, è raccontato in forma di scatenata commedia farsesca e girato con una concitazione stilistica non sempre a fuoco ma che ricorda, per generosità e romanticismo, il primo Kusturica e segnala la nascita di un possibile talento da seguire.

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