Feud: Bette And Joan

Se il cinema ti odia, la televisione ti ama

C'è una nuova serie antologica che racconta storiche rivalità; nella prima stagione quella tra Joan Crawford e Bette Davis. Un tuffo a pieni voti nella vecchia Hollywood.
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Mamacita ha sempre ragione: il mondo è anche delle donne. Per una buona metà della sua permanenza sullo schermo, Feud: Bette And Joan, serie antologica di Ryan Murphy, dirama il ritratto di una Vecchia Hollywood penosamente maschilista mentre si scorda di due grandi star del passato, Bette Davis e Joan Crawford sulle cui carriere sembrava impressa un’implacabile data di scadenza a ridurre le offerte di lavoro. Ma poi arriva lei: Mamacita. A seconda dei punti di vista, l’autoritaria cameriera di Joan Crawford che non sa cosa sia un sorriso; oppure inattesa svolta sociologica e femminista capace di portare un baluginio di ottimismo. Ed è un ottimismo presto soffocato dalla crudeltà dell’industria hollywoodiana, che è sempre stata gift-giving, per ripescare le parole di George Christy, celebre firma dell’”Hollywood Reporter”. Murphy, che non sciupa nulla di questo nevrotico materiale da Hollywood Babilonia, ci mette invece Hedda Hopper (impeccabile Judy Davis), una delle due megere del gossip, assieme a Louella Parsons, sfascia-carriere, sfascia-persone, sfascia-tutto. Una donna in aperta rivalità con la collega, ora dalla parte delle star (scriveva che Joan Crawford era una splendida madre, e Rock Hudson affatto gay), ora dalla parte del sistema. Anche di questo si ha una precisa percezione in Feud: Bette And Joan, racconto in 8 episodi della rivalità tra le due attrici durante le riprese di Che fine ha fatto Baby Jane?.

Ryan Murphy era pronto ben prima che la serie nascesse. Un po’ per indole personale: il giovane di talento in cerca di affermazione. Un po’ per caso, intorno ai vent’anni egli è infatti giornalista e ha il privilegio di intervistare la Davis per quattro fumose ore. Fumose nel senso che i due infilano in bocca una cicca dietro l’altra. Roba da veri uomini, e con la reputazione che accompagnava la protagonista di Eva contro Eva è tutto dire. Già lì Murphy preleva particolari sull’odiosa rivalità tra le due star che finiranno in Feud: la statuetta scolorita dell’Oscar che tiene compagnia alla Davis mentre guarda la televisione; le cattiverie sul set; le difficili scelte di vita per emergere nel cinema. Oppure, dettaglio non meno clamoroso, l’ammissione che tale rivalità poteva essere scongiurata se soltanto le due si fossero alleate contro il sistema, i mogul stile Jack L. Warner (qui il solito campione di bravura Stanley Tucci) e la stampa ipocrita.

Con alle spalle il ricordo di Mammina cara, film del 1981 con Faye Dunaway nei panni della Crawford mamma “esemplare”, nel 2009 Murphy acquista lo script Best Actress, sulle due attrici, scritto da Jaffe Cohen e Michael Zam. Il film mai realizzato confluisce in televisione. Parafrasando artisticamente un concetto della “nuova” serialità americana: se il cinema ti dimentica, la televisione ti ama. Nella buona e nella cattiva sorte. Nel suo impeccabile lavoro come autore e regista, Murphy non racconta una storia di Hollywood, ricuce una ferita insanabile portando fisicamente due meravigliose interpreti già in età da dimenticatoio, Jessica Lange (Crawford) e Susan Sarandon (Davis), dove soltanto il talento conta.

Feud: Bette And Joan è la risposta alla domanda: che fine ha fatto il cinema? In ogni modalità possibile: mezzi sontuosi (la scena degli Oscar girata al Santa Monica Civic Auditorium, dove si tenne la serata nel ‘63), superbo cast (Kathy Bates, Catherine Zeta-Jones, Sarah Paulson), la replica esatta di “quei” momenti della vita dentro e fuori il set delle due attrici, espedienti tecnici come i titoli d’apertura in stile Saul Bass o l’eccezionale piano sequenza nell’episodio 5, diretto da Murphy. Feud: Bette And Joan si inserisce tra i palpitanti atti d’amore, fatto da un singolo uomo nei confronti delle donne (e ne ha imposte tante dietro le quinte), del cinema e delle attrici marchiate da solitudine e decadenza. Un pezzo di televisione fatto alla sua maniera. Liscio, come le innaffiate alcoliche di Joan e Bette. Risoluto e malinconico, come quando si pensa a un’epoca che (forse) non c’è più.

Pubblicato sul Mucchio n. 754 – Maggio 2017

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