La variabile Smiths

Film di formazione

La loro "Please, Please, Please" è la più inflazionata, ma gli Smiths non sono gli unici ad andare forte come commento sonoro ad un certo cinema. Vediamo perché.
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I love the Smiths”. Quella che è forse la frase più famosa di (500) giorni insieme (Marc Webb, 2009), pronunciata da Zooey Deschanel per rompere il ghiaccio con Joseph Gordon-Leavitt in ascensore, non è solo una piaggeria messa lì apposta per far piacere al pubblico ideale di un film dal common feel indie, ma un vero e proprio “attivatore”. Un campanello d’allarme. Perché gli Smiths? Come mai sempre più film che si posizionano giocoforza in quella imprecisata fascia a metà tra il cinema indipendente, il teen-movie e la commedia di qualità optano per una colonna sonora che si aggira attorno agli spettri di Morrissey, Marr e, più in generale, di tutta la new wave chitarristica d’area anglosassone? La motivazione più semplice è quella del gusto personale e dal fatto che la musica è bellissima, quindi, perché no? Ovviamente vale come punto di partenza. Così come vale il fatto che inserire in determinate sequenze una canzone dal testo e l’atmosfera adeguata non fa altro che potenziarne l’effetto. Ma c’è dell’altro. Una relazione un po’ più profonda e che va cercata in due componenti fondamentali. Una generazionale e una, se così vogliamo dire, antropologico-culturale.

 

I registi (e sceneggiatori) di film come, ad esempio, (500) giorni insieme, Noi siamo infinito e Non mi scaricare fanno parte di quella generazione immediatamente successiva alla “X” evocata da Douglas Coupland e che aveva come mantra il distacco ironico per guardare a una realtà sempre più in frantumi. Questa “nuova” generazione non ha più nemmeno quel tipo di certezza (ripararsi nel nichilismo è un lusso che non ci si può più concedere) e vive in una condizione di precarietà effettiva e non più solamente percepita. Nel raccontare storie, questo atteggiamento si può tradurre in quella che David Shields nel 2009 ha argutamente definito fame di realtà. Questa tendenza, che può essere vista come parte di quella grande temperie di risposta all’età post-ironica che hanno già indicato come new sincerity (e, da noi, nuovo realismo), impone quindi un approccio più diretto, capace di andare dritto al punto di quello che si vuole comunicare senza troppi paraventi e sarcasmi. Ed ecco quindi gli Smiths, gli Psychedelic Furs, gli Echo And The Bunnymen, e tutte quelle band che gli autori ascoltavano da ragazzi e che collegano a determinati fatti autobiografici che giocoforza si riflettono poi nei film e nei racconti. Ci sono poi altri motivi per cui Smiths & co. si adattano perfettamente a questo tipo di film. Secondo lo studioso di cinema David Z. Newman, infatti, l’indie è espressione di una determinata cultura americana bianca e middle-class che si esprime nelle metropoli e nelle cittadine universitarie e che costruisce un suo proprio sistema di riferimento a partire da alcuni denominatori comuni. Ovviamente, la musica pop gioca un ruolo fondamentale.

 

In uno studio abbastanza recente sulla musica indie inglese, la antropologa Julia Fonarow ha indicato alcuni tratti che rendono l’indie-pop voce perfetta per questa cultura. Ad esempio, la sua componente nostalgica. Nel rifiutare tastiere e dettami tecnologici del loro tempo, gruppi come gli Smiths operano una vera e propria contro-rivoluzione, rifugiandosi in una sorta di eden rassicurante dove esprimere una determinata frustrazione. Di seguito, il legame tra la nostalgia e il mondo dell’adolescenza. Non a caso, il periodo che più di tutti ha visto negli ultimi vent’anni un allungamento e una stratificazione tale per cui a 30 anni ancora non ci si sente adulti. Esiste una vera e propria “variable Smiths” che aiuta a definire un certo tipo di cinema. Non si può dire se questo sistema sia un modo per “andare avanti” e uscire da quel limbo post-adolescenziale potenzialmente eterno, ma spiega perché, negli ultimi anni, i racconti di questo genere hanno abbandonato un tono consolatorio (quando non ironico o allusivo-idealizzante) per andare a pescare nel torbido e per portare a galla una sorta di “inconscio collettivo” generazionale.

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