Frances Ha

Sull'amore e sul'amicizia, a Manhattan

Presentato al TFF il nuovo film di Noah Baumbach e Greta Gerwig.
Gerwig

La recensione più bella di I Dreamed I Was A Very Clean Tramp, il memoir di Richard Hell, dice questo: “Troppo spesso, storie sulla gioventù raccontate da chi giovane non lo è più si concentrano, a torto, sull’amore romantico. Ma l’amore romantico in senso tradizionale non è quello che definisce i nostri anni formativi. Mentre entriamo, usciamo o facciamo avanti e indietro dall’adolescenza, quello che definisce i nostri anni di auto-formazione è l’amicizia”.

Ho ripensato a queste parole in occasione di Frances Ha, il film girato e scritto da Noah Baumbach e Greta Gerwig, coppia sacra del cinema indie che sta attirando paragoni, non del tutto fuori luogo, con quella composta a suo tempo da Woody Allen e Diane Keaton. Girato in bianco e nero come Manhattan (qui i paragoni forse sono meno giustificati), Frances Ha è la storia di una ragazza di 27 anni che vive a New York cercando di fare la ballerina. Non abbastanza brava da entrare nella compagnia, si arrangia a dare lezioni ai bambini e in tutto questo vive un’intensa e appassionante storia d’amore, del tutto platonica, con la sua migliore amica Sophie. Finché, come in ogni storia d’amore che merita di essere raccontata in due ore di svolgimento senza tediare il pubblico a morte, non avviene un’interruzione che costringe quel rapporto a finire o a reinventarsi.

Era da tempo che non assistevo a una rappresentazione così felice e onesta di un rapporto di affetto senza sesso. Se pensiamo a ragazze semi-adulte, più o meno attraenti, devote alle arti liberali e innamorate della città, andiamo a parare inevitabilmente su Sex And The City o Girls. Nella prima, però, l’amicizia al femminile risulta sempre sverniciata dalla cattiveria. Guardando Girls, invece, chi desidera diventare amica di Lena Dunham? La prima cosa che ho avuto voglia di fare dopo aver visto Frances Ha è stata telefonare a tutti i miei amici e dire loro che ero pazza di loro come Frances è pazza di Sophie.

Il film di Baumbach e Gerwig non sembra smaniare affinché il “New Yoker” lo qualifichi come generazionale. Semplicemente, lo è. Come Manhattan, e qui l’accostamento è corretto, riesce a inquadrare i vizi e le indulgenze di questi quasi adulti appartenenti alla (sub)élite culturale di un determinato periodo storico, depotenziando l’hype con tocchi umani e sinceri. Sarebbe facile detestare questo film: Frances e i suoi amici vivono in appartamenti “consapevoli di loro stessi” (cit.), dicono di essere al verde ma hanno comunque familiari che vivono nei sobborghi e procureranno loro un tetto, chiedono prestiti che prima o poi ripagheranno. E però ci sono dei dettagli, come quando la protagonista sta per prelevare soldi dal bancomat e compare la scritta “su questa transazione verrà applicata una commissione di 3 dollari” e lei esita a dare conferma (chi non esita?), o trascorre un weekend insulso a Parigi e dorme tutto il giorno, senza che la sua presenza lì le dia la minima soddisfazione (chi non ha viaggiato a vuoto?), che rendono questo film particolarmente caro.

Sicuramente c’è qualcosa di artefatto nel modo in cui Frances conduce la propria vita, e sicuramente c’è un compiacimento nel suo disordine, ma sono artefatti anche i dialoghi che conduciamo con i nostri amici quando ci sfoghiamo del fatto che l’università non ci ha portato dove volevamo essere e della nostra carriera che è meno appagante di quanto avremmo mai immaginato. L’anno scorso, quando mi lamentavo della solita triade lavoro-vita adulta-responsabilità, un’amica mi ha interrotto per dirmi: “Dio, siamo ancora a questo?” con una scrollata di spalle che a vederla era la rappresentazione suprema della crudeltà.

Dopo aver visto il film ho avuto voglia di chiamarla e ridere e dirle “Hai ragione, siamo ancora a questo”. Perché è grazie a conversazioni di questo tipo, così simili a quelle che fa Frances, che costruiamo un codice interno che rende l’amicizia così gratificante.

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