Fuoco amico

La storia di Davide Cervia

Davide Cervia scompare nel nulla. Accade il 12 settembre 1990, praticamente davanti la sua casa a Velletri. Dopo quasi 24 anni non si sa ufficialmente dove sia, se sia vivo e perché sia sparito. O meglio rapito. Ma si sa che nessuno ha voluto davvero indagare, anzi. Perché?
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A questi interrogativi dà forma, se non risposta, Fuoco amico, documentario di Francesco Del Grosso (autore del premiato Negli occhi, documentario su Vittorio Mezzogiorno), che fa la sua prima apparizione a Bari, al BIF&ST 2014. Assieme a lui, c’era la famiglia di Davide, la moglie Marisa, i figli, il padre: ancora compatti nonostante il dolore e la stanchezza, le pressioni e le minacce accumulate in 24 anni.

Davide, durante gli anni in Marina – racconta Marisa -, aveva conseguito una specializzazione molto particolare: era un tecnico di guerra elettronica, uno dei pochissimi in tutta Europa e uno dei migliori. Era un settore all’avanguardia che divenne fondamentale all’epoca del rapimento, agli inizi della Prima Guerra del Golfo, poco dopo l’invasione del Kuwait. E la specializzazione di Davide, dopo le indagini che abbiamo compiuto, è stata la chiave del suo rapimento”. Rapimento negato dalle autorità e dagli inquirenti fino a dieci anni dopo la scomparsa, quando la sentenza di archiviazione del caso – con successivo decreto di morte presunta – accerta il rapimento, ipotesi che “io, gli avvocati e i giornalisti avevamo capito dopo sei mesi, perché c’erano già tutti gli elementi”.

Il documentario, con il modulo delle inchieste giornalistiche e il passo del thriller spionistico, ricostruisce le indagini ufficiali e parallele, i depistaggi, gli insabbiamenti da parte di tutti gradi di forze armate e dell’ordine fino alle complicità del Ministero della Difesa, allargando infine lo sguardo su una verità ancora più ampia e che coinvolge l’Europa intera e il traffico internazionale di armi. “Ma non solo ci siamo trovati contro le istituzioni e i poteri forti, ma anche la stampa soprattutto locale, i media, le associazioni a cui ci siamo rivolti e che pensavamo potessero aiutarci ci hanno lasciati soli, hanno lavorato per creare il vuoto intorno, per farci affrontare intimidazioni e minacce (colpi sparati alla finestra o un’esplosione a pochi giorni dall’inizio del film, NdR), per farci mollare”. E i Cervia non hanno mollato, mai del tutto almeno, pagandone emotivamente un prezzo molto alto: “Da quando io e mio fratello siamo piccoli – dice la figlia Erika – è come se vivessimo in un altro mondo, un’altra vita: non solo per il dolore di non vedere più nostro padre, ma per l’attenzione di giornali, avvocati, procuratori, e poi le minacce e le difficoltà che da piccolo non puoi sostenere e da cui nostra madre ha cercato di tenerci lontani. Appena più grandi, siamo stati al centro di pedinamenti e telefonate rivolte a noi, è stato molto difficile, anche se la determinazione è l’unica arma per andare avanti”.

Il film nasce proprio dalla volontà di Erika di raccontare la storia per intero, al netto delle falsificazioni pilotate e delle false piste, chiamando il direttore di Teleroma 56 il quale a sua volta coinvolge Del Grosso, il cui unico obiettivo, come dichiara la produttrice Giulia Piccione, è quello di scardinare il segreto e la paura che sono i grimaldelli di ogni forma di potere ambiguo e nemico: “Nessuno di noi voleva fare un film contro lo Stato o le istituzioni, ma a favore di una famiglia e della verità che per più di 20 anni è stata omessa”.

Anche la produzione di Fuoco amico ha vissuto in parte le minacce, le pressioni e le intimidazioni che ha subito la famiglia Cervia, ma Giulia preferisce non parlarne e lasciare che a farlo sia il suo film, un lavoro collettivo in cui la troupe ha sposato per prima cosa la causa di Marisa e dei figli, e che è partito da subito dopo la realizzazione a cercare di diffondere una storia che tutti dovrebbero conoscere e su cui tutti dovrebbero riflettere “e di cui nessuno sapeva nulla”, come Giulia ha notato dopo la prima proiezione.

Sono stati scritti dei libri su Davide, ma sono stati bloccati, ne è stata impedita l’uscita e la diffusione, spero non accada lo stesso con il film”, si augura Marisa, per cui Fuoco amico non è solo il racconto della vita, del terremoto che l’ha distrutta, ma anche un mezzo per rilanciare forte il proprio bisogno di verità. Reazioni ufficiali per ora, escludendo quelle ufficiose esplose di fronte casa a inizio riprese, non ce ne sono: “I miei figli hanno scritto al presidente Napolitano, come già avevano scritto a Ciampi e Scalfaro, il quale non ha risposto. Ha delegato il suo collaboratore Loris D’Ambrosio (consigliere giuridico del Quirinale, morto suicida nel 2012, al centro dell’inchiesta Stato-Mafia per una conversazione con il senatore Nicola Mancino, NdR), il quale diede una risposta formale, basata sull’inchiesta che nel frattempo era stata archiviata. Ma forse non erano informati”.

Marisa e la famiglia ora aspettano di conoscere l’esito del processo civile e morale contro lo Stato per danni morali e materiali a seguito della negazione della verità sulla sorte di Davide; ma anche in quel caso si va verso l’archiviazione. Dell’inchiesta, ma anche della verità che Fuoco amico vuole far conoscere.

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