Gli anni spezzati della fiction italiana (1×01)

Leggi il resto sul Mucchio di febbraio dal 3 in edicola, pdf e app

Pochi avranno mancato di notare che l’esposizione prolungata ad alcuni spettacoli televisivi, qui da noi audacemente chiamati fiction, causa un apprezzabile effetto lassativo, a conferma del luogo ormai comune: “la fiction italiana fa cagare”. Quali sono le cause di tale fenomeno? La nostra pluriennale esperienza di scrittori di fiction ci ha permesso di individuarne una decina.
Gli anni spezzati della fiction italiana
Perché la nostra tv fa cagare (in dieci punti)

1. La via politica al mercato.
Il sistema capitalistico promette di premiare aziende efficienti e prodotti di successo, penalizzando aziende sgangherate e prodotti scadenti. Ma come tutti sanno, il capitalismo italiano si è sviluppato in profonda simbiosi con il potere politico, e grazie alla disponibilità virtualmente infinita di denaro pubblico, è riuscito a prosperare senza preoccuparsi troppo della qualità. Le stesse logiche che tengono in vita imprese fallite come Alitalia e MPS, consentono a prodotti mediocri di popolare le prime serate italiane, solo perché soggetti politici, per voce dei dirigenti televisivi in quota al loro partito, garantiscono contratti ai produttori dello stesso entourage. Se il primato della politica è evidente nella TV pubblica, tradizionalmente lottizzata, non ne è immune il principale concorrente privato, grazie a numerose leggi che negli anni ne hanno consolidato i privilegi. Il discorso è diverso per la TV satellitare che, tra prove ed errori, ha comunque proposto alcune delle serie più belle degli ultimi anni, come Boris e Romanzo Criminale.

2. I dirigenti TV non sanno niente di serie TV.
Essendo reclutati in base all’appartenenza politica o familiare, i dirigenti televisivi non sono costretti a tenersi aggiornati sulle nuove serie inglesi, danesi o americane. Le loro idee non sono mai particolarmente innovative, vagheggiano lontani ricordi di infanzia e vedono cani, mamme, preti, protagonisti di vicende dai titoli rassicuranti, contenenti le parole “Zampa”, “Mamma” e “Don”. A muoverli è l’apprezzabile desiderio di “dare al pubblico ciò che vuole il pubblico”, dimenticando che nessuno sa, a priori,cosa voglia il pubblico, a meno di negare il concetto stesso di rischio imprenditoriale. Se nel 2009 Steve Jobs avesse chiesto alle massaie di Cupertino quanto desiderassero una lavagnetta elettronica da 600$, l’iPad non sarebbe mai nato.

3. Nessuno rischia il culo.
Dove è l’opportunità politica a determinare le scelte, e il denaro pubblico a pagarle, è inevitabile che, anche in caso di flop ripetuti, nessuno rischi veramente nulla. Ciò è vero in particolare per i produttori, che a differenza di quanto avviene negli USA, non solo vengono pagati interamente dai broadcaster, a prescindere dall’esito del lavoro svolto, ma investono raramente di tasca propria, perché un contratto con Rai o Mediaset è sufficiente per ottenere fidi milionari. Ogni anno dunque il budget per le serie TV viene allocato in quota a un gruppo più o meno stabile di produttori accreditati, vicini a questa o quella parte politica. Il modo più efficace per partecipare al buffet è farsi acquistare dal broadcaster o mostrare la tessera e mettersi in fila, in attesa del proprio turno.

 

famiglia
La Grande Famiglia

4. La grande ammucchiata.
All’interno dei broadcaster, un sistema siffatto comporta la proliferazione di soggetti, stipendiati o a contratto, che contribuiscono allo sviluppo delle serie televisive. Chiamati editor oppure producer, ognuno con la propria idea in testa, essi affollano le riunioni creative allo scopo di convincere gli sceneggiatori a scrivere ciò che scriverebbero loro. Sovrastati, per numero e per autorità, dalla pletora di dirigenti, producer e altri portaborse, questi ultimi finiscono col dare ragione un po’ a tutti, senza entusiasmare nessuno. Nella migliore delle ipotesi raggiungono faticose soluzioni di compromesso che, a forza di smussare gli angoli alle storie, le rendono tutte uguali.

5. The Artist.
Negli Stati Uniti la scrittura è al centro della produzione televisiva. I registi si uniformano alla visione del creatore della serie e girano gli episodi rispettandola fedelmente.
Il sistema italiano, reliquia della tradizione felliniana, è costruito invece attorno al regista, il divino Artista che non partecipa alle riunioni ma arriva a una settimana dalle riprese per interpretare, più che per girare, il copione. Succede così che una commedia venga girata come un melodramma, o viceversa, dando luogo sovente a ibridi imbarazzanti. Ecco perché da noi il regista e lo sceneggiatore non si conoscono, e quando si conoscono, si odiano. Lo sceneggiatore pensa che il regista sia un incapace, il regista pensa che lo sceneggiatore sia un analfabeta, entrambi pensano che gli attori siano cani.

6. Star e starlette.
È falso che in Italia non esista la meritocrazia. Avvenenza e versatilità nelle pratiche sessuali sono doti apprezzate nelle giovani accompagnatrici di politici e dirigenti. Sfortunatamente, è invalsa l’abitudine tra questi ultimi di risparmiare in pellicce e brillanti per ricompensare le più brave con carriere nel mondo dello spettacolo, sovente finanziate da denari pubblici. È così che tante volenterose cortigiane finiscono a intristirsi nelle nostre fiction, dove il fastidio della recitazione mortifica talenti che sarebbero meglio valorizzati su altre strade.
Diverso il discorso per gli attori importanti, quelli che “fanno audience”. Pagati fino a tre quarti del budget di serie, costoro hanno il potere di imporre l’intero cast artistico e tecnico, tagliare o aggiungere scene e battute, cambiare il finale alle storie e apparire sempre belli e abbronzati, anche quando interpretano tossici senzatetto in sciopero della fame.

 

granata
La Farfalla Granata

7. Il Centro di produzione RAI deve lavora’.
Di solito è quello di Napoli, ma il discorso vale per qualsiasi struttura pubblica che, per il fatto di stipendiare le sue sovrabbondanti e sonnacchiose maestranze, non può giustificare la propria esistenza se non producendo qualcosa. Cosa, non è importante: l’obiettivo non è creare ricchezza, o bella TV, ma posti di lavoro. In ultima analisi, voti.

8. Quelli del marketing.
Di tanto in tanto si organizzano riunioni con “quelli del marketing”. Arrivano invariabilmente da Milano, vestono come agenti immobiliari e illustrano le conclusioni dei loro focus group con l’ausilio di tristi presentazioni PowerPoint: tutte banalità come “il pubblico preferisce il lusso alla povertà, il successo alla sfiga, i personaggi positivi a quelli negativi”. Prenderli sul serio dà luogo a serie TV in cui tutti i personaggi sono buoni, i poveri vivono in ville sul mare, giovani disoccupate sconfiggono il precariato organizzando mostre d’arte e vendendo tisane.

9. Perpetrare l’esistente.
Stando così le cose, nessuno tra produttori, dirigenti, editor e sceneggiatori ha interesse a proporre nulla di diverso da quanto esiste già. Il nuovo è bandito perché in potenza produce solo grane.
In tal modo la fiction nostrana scarta i temi controversi per quelli più innocui e banali. Non esiste una censura esplicita, ma ogni deviazione dalla norma viene evitata o trasformata in macchietta. Così i gay sono leali, brillanti, col pallino dell’arredamento; gli immigrati tristi, pieni di problemi e di nostalgia; aborto e eutanasia, meglio non menzionarli nemmeno. Nessun legal italiano affronterà casi come quello di Law And Order, in cui la sottrazione di embrioni da un laboratorio determina il problema di stabilire se si tratti di un furto o un sequestro di persona. Chi glielo fa fare?

10. “Teniamo famiglia”.
Al lettore che si chieda, a questo punto, per quale recondito motivo gli sceneggiatori continuino a scrivere roba di cui si vergognano, la risposta è semplice. Ciascuno di loro coltiva la speranza di realizzare un giorno qualcosa di diverso, consapevoli che gran parte di quanto esposto fin qui è oggi meno vero di qualche anno fa. La crisi degli ascolti e degli investimenti, i terremoti politici, il ridimensionamento delle strutture, il boom delle autoproduzioni sul web, stanno creando un sistema nuovo destinato a sostituire quello attuale.
E poi, diciamo la verità, amano il vino buono, i weekend al mare e i MacBook Pro. Scrivere Don Luca, tutto sommato, è sempre meglio che lavorare.

 

Questo estratto fa parte di un lungo servizio sulla fiction italiana che verrà pubblicato sul Mucchio 715 (disponibile da lunedì 3 febbraio in edicola, pdf e app). Attraverso le voci delle sceneggiatrici Ludovica Rampoldi e Barbara Petronio di WritersGuild Italia, e le dritte del blogger Amleto De Silva (Spoiler) indaghiamo i nodi di un modo di fare televisione lontano anni luce dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra, dalla Nuova Zelanda, da Israele etc etc..

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