Gli italiani al Lido

Venezia 2013

Tre film in concorso e molto altro, ma la gloria è lontana
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Non che la questione c’interessi poi tanto, o meglio non c’interessa posta in questi termini, ma insomma: come sta il cinema italiano? Che polso rende la mostra del cinema di Venezia? Come se una domanda del genere potesse avere una vera risposta, come se dovessimo far finta che un festival sia lo specchio di un’industria o che nella selezione dei titoli non ci siano logica politiche e di altro tipo imperscrutabili e non sempre correttissime. Però, detto questo, gli italiani al Lido stanno un po’ meglio di quanto non stia il cinema italiano in generale.

Tre, come sempre, i film in concorso: Via Castellana Bandiera, l’esordio cinematografico di Emma Dante, è un film viscerale e ancestrale, capace di trasformare la radice teatrale (e romanzesca) dell’opera in un cinema personale e vivido, che si nutre di umori e odori siciliani, di famiglie e rimpianti, di nero popolano e lieve surrealtà; L’intrepido è il risarcimento ad Amelio dello sgarbo fattogli due anni fa dalla Mostra, che negò il concorso al Primo uomo facendole emigrare a Toronto, ma questo film non è all’altezza di quello e se da un lato la delicatezza surreale nel parlare di lavoro colpisce, dall’altro i toni patetici rovinano un’opera che solo nel finale sa mostrare vero talento cinematografico; capo pattuglia per bellezza e possibilità di premi è Sacro GRA, bellissimo documentario – o opera di confine tra i linguaggi – che Gianfranco Rosi dedica all’umanità ai margini della capitale e della sua società, cinema che si immerge nella realtà, nei personaggi ai limiti e che ridiventa creazione ed emozione, guardando tanto ai migliori autori quanto alle vere glorie della commedia all’italiana.

Anche Orizzonti parla italiano e ci fa piacere, essendo la sezione dedicata alle nuove correnti e tendenze, al cinema indipendente e alternativo, alla ricerca e agli esperimenti. Poi però appare Il terzo tempo, esordio nel lungo di Enrico Maria Artale e ti poni più di un dubbio: perché il film è espressamente, nonché fieramente ribadito dal suo autore, un film industriale e commerciale, pensato e fatto per il grande pubblico, che di alternativo non vuole avere nulla. Ma oltre all’aver sbagliato sezione e all’aver tolto un posto a un film magari davvero rispondente ai requisiti, il film è convenzionale, a tratti banale, tra le cose meno belle viste al Lido. Meglio, non troppo, va con Piccola Patria di Alessandro Rossetto, più interessante nella forma, soprattutto nel lavoro su corpi e attori, ma che racconta sempre le solite cose (immigrazione e integrazione) nei soliti modi, ossia macchina a mano a tamponare i personaggi. Abbastanza meglio va con La prima neve di Andrea Segre, sempre sulla base dell’emigrazione, ma più poetico nello spostare il discorso sullo spaesamento, la perdita, l’assenza e il lutto, temi raccontati nelle loro sfumature e sempre calati in contesti naturali e culturali da scoprire. La rivelazione poi è Medeas di Andrea Pallaoro, ma produttivamente batte altre bandiere, quindi è un merito che non possiamo prenderci, come per Still Life di Uberto Pasolini.

Scoperte interessanti nelle sezioni collaterali: più che la graziosa commedia Zoran il mio nipote scemo, che ha vinto la Settimana della Critica suscitando però dubbi sul tipo di cinema che debba vincere certi premi – e si parla di qualità non di generi –, colpisce La mia classe di Daniele Gaglianone, opera ibrida (presente nelle Giornate degli autori) e fertile tra dramma, documentario e meta cinema che racconta l’Italia dei nostri giorni e soprattutto riflette sui modi in cui è rappresentata dal cinema, dai giornali, dalla tv. A metà strada la docu-fiction di Costanza Quatriglio Con il fiato sospeso, inchiesta poetica sullo sfruttamento degli studenti nei laboratori di ricerca e sulle malattie poi contratte che ha il difetto di dire meno di quanto dovrebbe, mentre una vera sorpresa La voce di Berlinguer, lavoro di ricerca e montaggio sui discorsi del leader comunista, sui volti di chi lo seguiva, sulla realtà a cavallo tra ’70 e ’80, con parole che paiono arrivare da domani e suoni e rumori che nelle mani di Teho Teardo vengono scomposti, ricomposti, destrutturati e resi musica: in 20 minuti tutte le emozioni e le passioni di una certa politica.

Poi si esce dal Lido, si torna a Roma e si continua a seguire la realtà produttiva e industriale, i film che escono ogni settimana. E ci si chiede: dov’è il cinema italiano?

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