Halloween: il buio oltre la siepe

Di nuovo in sala il cult movie di John Carpenter.

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Come tutti i film dell’orrore che si sono fatti strada nella vita, anche Halloween (1978) di John Carpenter è nato piccolo. Pochi soldi per farlo, enormi guadagni. Rinchiuso in una nicchia, ha spalancato le porte al genere slasher facendolo piombare nel cinema mainstream. Mentre sfilano le prime indiscrezioni sul rifacimento di quel capolavoro indie del cinema horror, realizzato con il benestare del suo principale artefice e in arrivo il prossimo anno per festeggiare il quarantennale della pellicola, in questi giorni Halloween è tornato nelle sale italiane nella versione restaurata dal direttore della fotografia Dean Cundey.

Il miglior complimento che potreste rivolgere al film di Carpenter è il fatto che si tratta di horror di successo incentrato su un boogeyman, l’Uomo Nero, senza volto. Michael Myers, il killer con maschera sul volto, non proferisce parola, si muove come un automa e apparentemente non muore mai. Myers è l’incarnazione del Male assoluto, dice il dottor Loomis (Donald Pleasance), sua più diretta nemesi. Privo di emozioni, il killer di Halloween è anche la perfetta incarnazione della serialità omicida su grande schermo: non importa chi sei o come ti chiami, chiunque può essere una vittima. L’unica volta che lo si vede in faccia è appena ragazzino nelle sequenze iniziali della pellicola, dopo aver compiuto il primo efferato delitto. In realtà la maschera che indossa, abbinata a una lugubre tuta da operaio, un volto ce l’ha: si tratta della faccia del capitano Kirk, cioè l’attore William Shatner, di Star Trek. Una maschera affogata nella tinta bianca, scelta al posto dell’iniziale (e banale) maschera da clown.

Hollywood non è stata più la stessa dopo l’epifania cinematografica di Halloween. Con 47 milioni di dollari incassati, a fronte di un misero budget di 320 mila dollari (il debutto in sala avviene il 25 ottobre 1978 a Kansas City), il film è un affare che scatena proliferazione di killer assassini al cinema. Molti di nuovo mascherati, vedi il Jason Voorhees di Venerdì 13, altri mascherati per esigenze narrative dovendo mostrare volti orribilmente ustionati: Freddy Krueger in A Nightmare on Elm Street. Figli degenere di un medesimo ceppo omicida, aggiungono poca sostanza intellettuale alla tradizione di un genere che vantava rappresentanti non meno spietati: da Leatherface di Non aprite quella porta (1974), il film di Tobe Hooper che sconvolse il pubblico americano, ai primi film di Wes Craven, Francis Ford Coppola (Dementia 13), e più indietro ancora al Norman Bates di Psycho o al killer di Peeping Tom di Michael Powell. Con Halloween cambiano le coordinate della paura su grande schermo. Ora l’imperativo è quello di fare un sacco di soldi. E pensare che il film di Carpenter era nato in un periodo altamente infiammabile, diretto da un gruppo di autori arrabbiati con il sistema a tal punto da trasformare minuscole società indipendenti in pericolose avversarie di Hollywood.

Una di queste si chiama Compass International Pictures, fondata da Irwin Yablans, ed è il punto di incontro tra il giovane regista “emergente” John Carpenter e il successivo dilagare di pellicole a basso costo. Non sempre i seguaci cinematografici di Halloween si sono rivelati vincenti al botteghino. Anzi. Arrivando tuttavia da collaborazione con Dan O’Bannon (il cult-parodia Dark Star del 1974) e, soprattutto, dal thriller Distretto 13 – Le brigate della morte (1976), John Carpenter diventa il personaggio più ambito per mettere alla prova la nuova società. E il film candidato per il debutto si rivela essere per l’appunto Halloween, che all’inizio è intitolato The Babysitter Murders. Ad assistere il regista nella creazione della sceneggiatura c’è Debra Hill, brillante procacciatrice di idee, anche se lo spunto di ambientare il film durante la notte delle streghe arriva dal produttore Yablans.

Per chiudere il cerchio manca una persona ancora: il produttore Moustapha Akkad. Lui finanzia, Carpenter e Hill accentrano su di sé ogni scelta creativa ricevendo addirittura il potere di decidere il final cut della pellicola. Prodigi del cinema indie. Carpenter, come ben sanno i fan, comporrà anche le musiche della pellicola. Dal canto suo Akkad, diventa il mecenate di tutti i successivi capitoli della serie Halloween, belli e brutti. Nella sceneggiatura, la coppia mette dentro un connubio ideale per il film horror che stanno immaginando, con cittadina di provincia apparentemente tranquilla, brava ragazza dall’aria virginale (contrariamente alle sue compagne di studi che violano la regola numero uno del cinema slasher: mai fare sesso) e orrore scaturito dal nulla. Le scene con Michael Myers seminascosto dietro le siepi o le soggettive che partono dalla sinistra casa abbandonata forniscono nuove prospettive all’incombente minaccia.

La “tecnica” per realizzare il film viene posta su un piedistallo. Perfino con pochi dollari a disposizione. Ma questo aspetto si rivela un vantaggio. La sequenza d’apertura di Halloween, per esempio, viene realizzata con la steadycam e si dimostra non soltanto innovativa ma addirittura geniale. È Debra Hill a richiedere l’intervento di Dean Cundey in veste di operatore e direttore della fotografia. Il legame di Cundey con Carpenter non si esaurisce con questo film: pensiamo ai successivi lavori assieme, da The Fog a Grosso guaio a Chinatown. I due si ritrovano in una sorta di luna di miele artistica: fare cinema come divertimento assoluto e in maniera creativa. Il cui più diretto risultato è riassunto anche dalle reazioni entusiaste della stampa dell’epoca: Halloween non è soltanto un horror bensì “un superbo esercizio di stile nell’atto di creare suspense”.

I film della serie Halloween, per lo meno i primi due, hanno diritto di esistenza grazie anche ai personaggi di Laurie Strode (la virginale protagonista perseguitata dal maniaco) e del dottor Loomis. I due, a essere fiscali nella contabilità della loro presenza in scena, in realtà si incrociano pochissimi minuti sia nel primo film che nel seguito Halloween II – Il signore della morte (1981). Se la scelta di Loomis era nata dall’esigenza di avere sul set un attore assolutamente britannico, la decisione di chiamare il brillante Pleasance è motivata soprattutto dal rifiuto di Christopher Lee e Peter Cushing (due icone degli horror di serie B). Carpenter si troverà però così a suo agio con l’attore inglese da affidargli in seguito la parte del Presidente degli Stati Uniti in Fuga da New York. Inoltre, Halloween senza Loomis è quasi un oltraggio. Vedi alla voce: Halloween III – Il signore della notte (1982) che è un pur sempre un buon horror ma slegato dalla mitologia della saga originale.

Laurie Strode è invece diventata un’icona del nuovo cinema horror anni Ottanta. Carpenter e Debra Hill volevano un personaggio forte che non temesse l’ignota minaccia. Trovarono degna incarnazione nel personaggio in Jamie Lee Curtis. L’attrice ricorda il primo film come un gioiello di narrazione, un po’ meno il sequel a cui prese parte soltanto per lealtà e affetto nei confronti di Carpenter e Debra Hill. Pur non amando il genere, Jamie Lee Curtis è poi diventata il manifesto vivente delle eroine in pericolo in parecchi film del brivido di quel decennio. Realizzati in quanto parte del mestiere d’attrice: altre prenderanno poi il suo posto, da Heather Langenkamp di Nightmare a Neve Campbell di Scream. Dell’eredità di Halloween l’attrice regalerà ai fan almeno due emozioni fortissime: il film Halloween: 20 anni dopo (1998) girato assieme alla madre Janet Leigh e la serie tv Scream Queens, quale ironico omaggio a un genere che non fa ridere per niente.

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