Il cinema di Isao Takahata

Storia di un uomo molto innamorato

All'età di 82 anni è scomparso Isao Takahata, regista noto per aver fondato insieme a Hayao Miyazaki lo Studio Ghibli e per aver realizzato capolavori come Una tomba per le lucciole, Pioggia di ricordi e La storia della Principessa Splendente. Per ricordare il maestro giapponese abbiamo deciso di pubblicare alcuni estratti dal primo capitolo di Un cuore grande così. Il cinema di animazione di Isao Takahata (Weird Book, 2018, pp. 378), scritto dal nostro Mario A. Rumor e recentemente presentato in libreria in una nuova edizione aggiornata.
Mandatory Credit: Photo by Shizuo Kambayashi/AP/REX/Shutterstock (6738377d)
Isao Takahata Japanese animated film director Isao Takahata speaks about his latest film "The Tale of The Princess Kaguya" with its poster during an interview at his office, Studio Ghibli, in suburban Tokyo. The princess laughs and floats in sumie-brush sketches of faint pastel, a lush landscape that animated film director Isao Takahata has painstakingly depicted to relay his gentle message of faith in this world. But his Oscar-nominated work stands as a stylistic challenge to Hollywood's computer-graphics cartoons, where 3D and other digital finesse dominate. Takahata says those terms with a little sarcastic cough. The 79-year-old co-founder of Japan's prestigious animator, Studio Ghibli, instead stuck to a hand-drawn look
Japan Oscars Overseas Princess Animation, Tokyo, Japan

Vecchi cortometraggi di animazione danzano sullo schermo immacolato di una delle sale del Forum des Halles, alloggiato in Porte Saint Eustache a Parigi. Il regista Isao Takahata siede in mezzo al pubblico e il suo sguardo non vacilla un secondo. Quei film in miniatura li avrà visti una dozzina di volte almeno, eppure sembra quasi assistervi per la prima volta tanta è l’emozione. Siamo nel 2003. Il “Forum des Images” ospita il Giappone dei cartoni animati grazie alla biennale “Nouvelles Images du Japon”, manifestazione che dal 1999 al 2003 ha puntato i riflettori su veterani quali Kihachiro Kawamoto, Osamu Tezuka e sugli animatori che hanno contribuito a costruire la reputazione dell’animazione giapponese: Hayao Miyazaki, Yasuo Ōtsuka, Katsuhiro Otomo. Un festival come se ne sono visti pochi in Europa, diventato in quel frangente un appuntamento irrinunciabile per coloro che – senza nulla togliere al “Festival di Annecy” – continuano a partecipare ai numerosi incontri, ai seminari e alle proiezioni organizzate da due specialisti della materia nipponica in Francia: Ilan Nguyên, esperto conoscitore dell’opera di Takahata e dei film di Tōei Animation, e Xavier Kawa-Topor.

Già ospite nel 1999, complice l’anteprima europea del lungometraggio Mes voisins les Yamada (Hōhokekyo – Tonari no Yamada-kun), Takahata deve sbrigarsela ora con doveri da anfitrione introducendo al pubblico quei cortometraggi per presentare ufficialmente il suo Souvenirs goutte à goutte (Omohide Poroporo, 1991), in previsione di una distribuzione nelle sale francesi che invece non avverrà. L’occasione è formidabile per un intellettuale “degli anime” riconosciuto quale è lui e il soggiorno parigino in veste di conferenziere proseguirà ancora: una successiva tappa è fissata all’Inalco (Istitut National des Langues et Civilisations Orientales) per raccontare agli studenti di lingua giapponese la storia di un altro suo vecchio film, Jarinko Chie, che si tramuta naturalmente in glorioso viaggio nel passato. A conti fatti non è la prima volta che succede. Di fronte a un pubblico o sulla carta in forma di documentatissimi saggi e articoli, gli esempi fanno a gara per mettersi in evidenza: c’è per esempio quel portfolio stupendo sul cinema animato degli albori realizzato dalla rivista «Animage» nel gennaio 1984, pezzo forte del quale era una lunga intervista a Takahata. Lì egli prendeva in consegna la memoria storica del cinema di casa sua, dai primi cortometraggi dell’epoca del Muto sino al film Hakujaden (La leggenda del bianco serpente, 1958), comprese le passioni riconosciute pubblicamente: il film La regina delle nevi di Lev Atamanov e La bergére et le ramoneur di Paul Grimault.

A caccia di numi tutelari e scappatoie dall’egocentrismo così sfacciato dei fabbricanti di immagini animate, Takahata regala dunque il suo primo personale capolavoro mnemonico recapitando a coloro che lo ascoltano il nome in bianco e nero di un defunto, pilastro del cinema di animazione giapponese: Kenzō Masaoka (Nishio, 1898 – Tōkyō, 1988). Un maestro di cui si considera allievo di seconda generazione e che, tra una proiezione e l’altra, tenterà di rievocare grazie a cortometraggi di prima della guerra. In quel preciso istante, le parole di devozione pronunciate da Takahata nei confronti di quest’uomo, così sventurato in vita da dover interrompere il mestiere di animatore a causa di una malattia agli occhi, sciolgono ogni riserva sull’artista che il pubblico ha davanti. Non è il cineasta Isao Takahata a parlare, non è l’amico e il collega del più celebre Hayao Miyazaki a intrattenerli con formidabile erudizione, bensì il discepolo discreto, l’uomo innamorato di arte e letteratura, l’appassionato conoscitore del cinema animato di mezzo mondo. La riesumazione di Masaoka è un velo che finalmente scivola via. A Takahata è bastato ricordarne la centralità nella storia dei disegni animati (Masaoka è stato infatti un precursore, il primo artista ad aver messo in pratica un “sistema di creazione collettivo”), per scandire la conoscenza degli anime giapponesi in senso orario. Nella giusta prospettiva. All’interno di tale meccanismo egli si considera un elemento di raccordo come altri animatori nati prima della guerra, nient’altro che un artista di passaggio a Cartoonia.

Iniziare dalla Francia non è una scelta accidentale. Come per il cinema delle origini, la luce per il regista giapponese si è accesa proprio qui. Più che a chiunque altro, al pubblico parigino Takahata ha confidato i personali innamoramenti, raccontando qualcosa di sé per interposta persona (i personaggi dei suoi lavori) o lasciando allo scoperto impalpabili emozioni che soltanto una sala buia penetrata da un cono di luce è capace di rendere, per pochi attimi preziosi, vulnerabili e visibili a tutti. Vale a dire che il modo migliore di conoscere un regista è sedergli accanto in un cinema. E Takahata non è da meno. […]Isao-Takahata.-Un-cuore-grande-cosi-2

Isao Takahata nasce il 29 ottobre 1935 a Ujiyamada, oggi Ise, nella Prefettura di Mie, città che dà anche il nome alla baia omonima. Una regione che ha ospitato importanti personalità della cultura: il poeta Matsuo Bashō, monaco del secolo XVII grazie al quale l’haiku conobbe massimo splendore letterario; l’intellettuale Motōri Norinaga che sul finire del secolo XVIII scrisse una fondamentale esegesi sulla Storia del Giappone, il Kojiki-den. Aggiungiamo pure il regista Yasujiro Ozu trasferitosi appena decenne con la madre in quella regione per cominciare una nuova vita. Ise è anche significativamente poco distante da Kōbe, città portuale che Isao Takahata userà come personale aggancio mnemonico in uno dei suoi film più noti in Occidente, La tomba delle lucciole (Hotaru no Haka, 1988), dove è narrata “senza retorica vittimistica” la storia di due orfani che tentano di sopravvivere alla guerra.

Ultimo di sette figli e ragazzino piuttosto ordinario («Tutto sommato ho avuto un’infanzia banale, con i miei fratelli e sorelle ho intrecciato legami sereni e normali», dirà a Jean-Pierre Pagliano in un’intervista apparsa su «Positif» nel 2003), il piccolo Isao segue la famiglia nei continui spostamenti dovuti al lavoro del padre. Nel 1938 si trasferiscono a Tsu, quindi a Okayama (un’ora di treno da Hiroshima) dove Takahata frequenta il primo anno in una scuola elementare maschile. A causa della guerra perdono la casa nel corso di un bombardamento aereo il 29 giugno 1945 e sono costretti a trasferirsi ancora. Il timore di morire sotto le bombe non li abbandona mai: negli ultimi mesi del conflitto, gli americani bombardano costantemente la linea ferroviaria Hanshin che collega Kōbe a Ōsaka, e colpiscono anche le zone residenziali tutt’intorno (in giugno gli attacchi dal cielo si intensificano e Ōsaka paga il prezzo più alto).

Quando può, coglie l’occasione per frequentare il cinematografo, nonostante la guerra; Kumo to chūrippu (Il ragno e il tulipano, 1943) diretto da Kenzō Masaoka, è il primo film di animazione visto, il primo a regalargli qualche brivido lungo la schiena: a spaventarlo è la scena in cui il ragno intrappola la piccola coccinella nella sua tela. È l’inizio di una lunga serie di colpi di fulmine, quel film lo rivedrà spesso da adulto e Masaoka diventerà uno dei maestri del cinema a cui fare riferimento per costruire la sua carriera nell’animazione.

In quel periodo vive un’esperienza drammatica: è costretto a fuggire in piena notte nel corso di un’incursione aerea assieme alla sorella maggiore e perde di vista i genitori riabbracciandoli soltanto due giorni dopo, vagando nel frattempo da un rifugio all’altro tra gli sfollati e contando decine di morti abbandonati per strada o nei campi. Nonostante egli abbia più volte spiegato di non fare film autobiografici, è quasi impossibile non cedere alla tentazione e associare la “pioggia di fuoco” che investe la città di Kōbe nel film La tomba delle lucciole alle esperienze vissute quando aveva dieci anni. Un capitolo di storia personale che in realtà riaffiora ogniqualvolta viene intervistato a proposito del film. Come tutti coloro che sono sopravvissuti all’orrore della guerra, i resoconti di Takahata restituiscono immagini vivide. Un corollario imprescindibile per districarsi dalla memoria, che di solito egli trasforma in ammonimento per gli spettatori ricordando loro l’esistenza di un significato etico nell’insensatezza dei comportamenti umani: «Durante la guerra, e non solo in Giappone, gli adulti erano guardati con rancore dai bambini. Molti spettatori più anziani di me, hanno confermato che all’epoca le cose andavano così. Non era cattiveria: era la guerra. Mi piacerebbe che il pubblico di oggi, osservando gli adulti del film, si interrogasse sul tipo di comportamento che avrebbe tenuto in una situazione così estrema».

Gli anni del Secondo dopoguerra si schiudono per lui come un diaframma e gli consentono di tornare a vivere in maniera ordinaria e ordinata come milioni di altri individui. Nell’aprile del 1948 entra in una scuola media di Okayama affiliata alla Scuola dell’Educazione della Okayama Daigaku e tre anni più tardi è ammesso alla scuola superiore Asahi nella medesima prefettura. Si diploma nel 1954 ed entra all’università di Tōkyō, dipartimento di Belle Arti. Non è chiaro quali fossero i suoi propositi e le aspirazioni per il futuro. È certo che durante gli studi universitari si avvicinò prepotentemente alla cultura e alla letteratura francesi: assiste per la prima volta alla proiezione del film La bergère et le ramoneur (La pastorella e lo spazzacamino, 1948, diventato poi Le Roi et le Oiseau), di Paul Grimault, il film-fondamento di cui ama «il realismo e al tempo stesso la portata simbolica, la bellezza e la forza del grafismo e dei movimenti». Si scopre perdutamente innamorato delle opere di Jacques Prévert, che da quel momento diventa una presenza fissa nella sua vita e che in seguito tradurrà in giapponese (vedi Cronologia); tra le altre letture ci sono i libri di André Bazin e le opere di Kenji Miyazawa. Il cinema di Marcel Carnè aggiunge emozioni e incitamenti in una strada da percorrere nella consapevolezza di votarsi a quell’arte, ma per vie traverse; e infatti, finalmente, «decisi una volta per tutte che mi sarei dedicato anima e corpo ai disegni animati». Nel 1952 vede in sala il film Giochi proibiti (Jeux interdits) di René Clément, pellicola che lo colpisce profondamente e che in seguito i critici giapponesi associeranno al suo La tomba delle lucciole, in particolare la scena della piccola Brigitte Fossey che gioca con un ragazzino intento a scavare una tomba.

Abbandona Belle Arti e nell’aprile del 1956 passa al dipartimento di letteratura francese. Due anni dopo presenta domanda di assunzione a Tōei Company, ma solo perché la compagnia si era lanciata nella produzione di un lungometraggio animato, Hakujaden di Taiji Yabushita. Altre eventualità non erano state contemplate. Benchè fosse stato realizzato per il pubblico di ragazzini, il film di Yabushita in realtà si rivelò un autentico colpo di fulmine per i diplomati (tra cui lo stesso Hayao Miyazaki) e per i laureati in cerca di lavoro. Il successo della pellicola, dovuto soprattutto alle sue qualità artistiche e tecniche, come scrive Tze-Yue G. Hu in Frames of Anime (Hong Kong University Press, 2010), attirò l’attenzione di numerosi giovani laureati dai più prestigiosi atenei e per Tōei costituì un inestimabile bacino di eccellenze a cui attingere per dare forma al progetto di un’animazione nazionale davvero competitiva.

Takahata si laurea nel marzo 1959 e il mese successivo entra a far parte dell’organico dello studio in qualità di assistente alla regia. Ha ventiquattro anni e non disegna alla stregua di tanti altri suoi colleghi che si destreggiano in incarichi da enshutsu (direttore tecnico di una serie) e kantoku (regista). Anche lui, come il laureato in Economia Miyazaki, fa parte di quel gruppo di assunti in Tōei che non proveniva da istituti d’Arte (quasi tutti dallo stesso posto, peraltro, la Tōkyō Bijutsu Gakkō), vantando ben altro tipo di formazione universitaria. Per lo studio si trattò di un momento formidabile per accogliere nuovi dipendenti, e seppe valorizzare anche coloro che il talento ce l’avevano nel sangue, come l’animatore e regista Sadao Tsukioka, futuro capo di Takahata, che non aveva goduto di una educazione artistica ma fu spronato a sperimentare e a mettere alla prova quel talento da uno dei pilastri della Tōei, Daisuke Shirakawa, al quale si deve la perfetta macchina produttiva legata al Saiyuki animato di Tezuka del 1961. Di quel lontano periodo, Takahata ricorda soprattutto le innumerevoli possibilità concesse a giovani come lui, una volta accumulata la necessaria esperienza.

Per gentile concessione dell’editore.

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