James Franco

Venezia 2013

In concorso, Fuori concorso e in Orizzonti, James Franco si fa in quattro alla Mostra Cinematografica di Venezia.
Tutti i volti di James Franco
Venezia 2013

Arrivi con il traghetto a Piazza San Marco e la sua foto enorme, su un cartellone Gucci, occupa l’orizzonte e dà simbolicamente il benvenuto al Lido. Perché più del direttore Barbera o di Bertolucci presidente di giuria, il vero signore della mostra del cinema numero 70 è James Franco. Divo mainstream e autore indie in una sola persona. A Venezia Franco mostra la seconda delle sue due facce, quella in questi ultimi tempi più prolifica: dopo aver portato un’opera da regista al recente festival di Cannes (As I Lay Dying) e dopo aver colpito la Mostra 2 anni fa con Sal, Franco è contemporaneamente in concorso, fuori concorso e in Orizzonti.

Child Of God passa in competizione e prosegue il viaggio di Franco nei miti della letteratura americana: dopo Faulkner e prima di Bukowski ecco McCarthy, il cui Figlio di Dio diventa un viaggio allucinato e metaforico sull’asocialità fiera dell’America, sul suo sentirsi sopra la legge e la morale in nome dell’individualismo e della wilderness qui radicalizzata in necrofilia, l’ultimo e il più spudorato dei tabu umani. Tutto sullo sguardo e l’attitudine repellente del suo protagonista Scott Haze, impegnato in un tour de force anche spirituale, è un film che shocka e ipnotizza, in cui gli altri, il mondo, sono ridotti a voci esterne o carne per soddisfare il bisogno. Cinema estremo ed estremamente politico a cui nuoce un po’ la patina indie, il colore desaturato dell’America profonda ma già rappresentata; eppure Franco sa mettere mano alle perversioni del suo paese e dello spettatore e fa immaginare un autore che può crescere.

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Da “Child Of God”

 

Palo Alto invece è nella sezione Orizzonti, quella dedita al cinema più alternativo, di ricerca e sperimentale: qui ricerca e sperimentazione non sono proprio di casa, e basterebbe il nome della regista, Gia Coppola – nipote d’arte – per farsi un’idea di pruriti adolescenziali, sfascio stupefatto ma non troppo e musica indie-pop. Franco però è attore, produttore e autore dei racconti di partenza, quelli In stato d’ebbrezza pubblicati da minimum fax. Coppola cerca di giostrarsi tra i film per teenager commerciali, con un particolare occhio agli anni 80-90 e la versione devastata dei nostri giorni: da Hughes a Lary Clark. Ma anziché amalgamare le due visioni, Coppola se ne tiene equidistante e la sensazione né carne né pesce ben confezionata è forte. E Franco benedice ammiccante più che altro.

E non si sposta di troppo con il micrometraggio senza titolo che compare in Future Reloaded, la raccolta di filmati brevissimi con cui la Mostra ha chiesto a 70 registi di immaginare il futuro del cinema celebrandone il passato: Franco recupera una vecchia intervista di Coppola (nonno) in cui predice un cinema a venire fatto di attrezzature leggere e libertà assoluta e poi le sfalda elettronicamente sostitundolo con immagini casuali e folli della sua risata.

In questo calderone emerge però chiaro come quella di Franco non sia affatto schizofrenia artistica, ma precisa strategia comunicativa, di narrazione di un personaggio alla luce del suo narcisismo, tenuto a bada ché il nostro non è mica un Vincent Gallo qualunque, ma presente e fertile nel partorire idee creative. Un Franco che alla luce di una rilettura del Salò di Pasolini, notizia da poco diffusa, pare non volersi mai fermare.

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