Katsuhiro Otomo

Il cinema (anime) a modo mio

"Akira" torna nei cinema per un giorno. Eterna gratitudine al suo regista, che raccontiamo tra fumetto e cinema di animazione.
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Qualcuno deve pur salvare il mondo. Farlo a bordo di un’avveniristica motocicletta rosso Ferrari non s’era ancora visto. Occhi puntati quindi su Kaneda, il teppistello che nella Neo Tokyo del 2019, si trova immischiato in vicende enormi tra militari che sperimentano, bande di bosozoku (letteralmente: “gente impazzita”, ma nel gergo nipponico sono le bande di motociclisti che saettano chiassosi e irrispettosi per le strade di notte), nuovi culti religiosi e un misterioso passato che ha per colonna sonora il fragore di un’esplosione atomica. E questa è la trama di Akira, il film che per un giorno soltanto è tornato nelle sale grazie a Nexo Digital e Dynit.

Come per Miyazaki, il tempo di cottura cinematografico di certi anime è lungo una intera generazione: il film di Katsuhiro Otomo ha impiegato 25 anni a farsi notare di nuovo dopo mega edizioni collector del fumetto, ristampe varie e versioni in blu-ray (la prima volta, inizi anni 90, ci provarono Glénat a pubblicare il manga e Eagle Pictures a distribuire la pellicola). Come per Godzilla ai suoi tempi, indietro di mezzo secolo dunque, questo kolossal di animazione pare fatto di proposito per i discorsi commemorativi. Ma Fukushima non c’entra. Mescolare disaster movie e temi distopici fa parte del dna di tutti i giapponesi. Akira era apocalittico già da quando il suo autore iniziò a disegnarlo sul settimanale “Young Magazine” nel 1982. Perché l’apocalisse e la disintegrazione del genere umano (pure senza La Bomba) gli apparivano davanti agli occhi ogni santo giorno, in quei casermoni in cui finì ad abitare giovanissimo dopo aver lasciato la provincia. Dove era nato nel 1954, nella prefettura di Miyagi, trascorrendo parecchi pomeriggi nei cinema a vedere film americani o leggendo i fumetti del suo unico dio: Osamu Tezuka.

Akira, la distruzione di Tokyo
Akira, la distruzione di Tokyo

Per la cronaca: i casermoni sono gli edifici alveari (chiamati danchi) costruiti alla periferia di Tokyo che diventeranno protagonisti del suo primo fumetto davvero famoso, Domu (1981). Storia di una bambina e di un vecchio dotati di poteri psichici. Manga di sublime efficienza narrativa che è diventato manifesto di un nuovo modo di fare fumetto a partire dallo stile grafico, realistico e congelato in volti pronti a produrre smorfie di disappunto, per finire con la presenza di tante suggestioni musicali (un paio di canzoni dei Deep Purple), cinematografiche (adora Stanley Kubrick) e letterarie (prendete il Moby Dick di Melville usato per una delle sue storie brevi, Hakugei, cioè “balena”). Vivere in periferia, tra gente normale e sballati agli angoli della strada, è quel che si dice la sua musa ispiratrice. I volti con smorfia incipiente mettono su famiglia, in fretta, fino a creare decine di altri personaggi e situazioni al limite del reale. Il disegnatore che sognava, da novellino nella grande metropoli, di disegnare fumetti basati sui classici, si trasforma al contrario nel discepolo più industrioso e geniale della celebre rivista a fumetti “COM”, fondata da Tezuka. Manga sperimentali, in poche parole.

Il fatto di essere approdato a un kolossal come Akira, duemila pagine per oltre 3 milioni e mezzo di copie vendute, deve qualcosa al caso e all’abile fiuto dei redattori della rivista “Young Magazine”: il manga richiama attorno a sé sempre più lettori incuriositi e i volumi che ne raccolgono gli episodi sono una sfida linguistica, nei risvolti scritti di volta in volta in inglese, francese, russo o coreano, e quindi un ideale biglietto da visita per il mercato librario straniero. La moto di Kaneda è naturalmente sempre rosso Ferrari, i casini da risolvere ancora giganteschi e la mappa della metropoli di Neo Tokyo appare un vademecum per apocalittici e miracolati. Qualcuno, giustamente, si tocca i cosiddetti, visto che la catastrofe nucleare – nel manga – è prevista per il 1988, a opera non ancora conclusa. Nel frattempo, quell’apocalisse nucleare, ha modo di essere osservata nei dieci secondi che aprono il film animato di Otomo, il solo a poter gestire un lungometraggio da una sua opera. Akira film si prende infatti la rivincita sulla complessità tentacolare di Akira fumetto che Otomo continua a definire un mosaico con pezzi intercambiabili.

Il film passerà alla storia come il kolossal dei grandi numeri: sette milioni di dollari di costo, oltre due ore di durata, 150 mila disegni necessari, realizzati da uno staff di mille persone e 327 colori di cui 50 creati appositamente su richiesta di Otomo. La parabola distopica di Akira come ennesimo vessillo della minaccia atomica viene spacciata per esaltazione cyberpunk, ma intanto è diventato fenomeno internazionale. Il tizio con la moto rossa che salva il mondo finisce sulla copertina del numero di agosto 1988 del mensile giapponese “Animage”, con dietro la mappa della “nuova Tokyo”, rubando così il posto al film che, in teoria, tutti attendono: Totoro di Hayao Miyazaki.

 

Steamboy
Steamboy

Katsuhiro Otomo vive il decennio successivo cavalcando l’onda. Quando la recessione in Giappone non era così fetente come ora, e l’industria degli anime poteva contare sulla fidelizzazione estrema di fan e sponsor pubblicitari, saltavano fuori progetti ambiziosi e mirabolanti, quasi sempre affidati a coloro che la stampa definiva i discepoli, gli allievi o i continuatori dell’estetica-Otomo: e quindi Hiroyuki Kitakubo con il formidabile Roujin-Z (1991), il film a episodi Memories (1995) diretto da Otomo, Koji Morimoto e Tensai Okamura fino al kolossal Steamboy (2004) che il regista impiega dieci anni a realizzare dopo aver creato un pilot di cinque minuti.

Steamboy, ambientato in un’ipotetica Inghilterra vittoriana tra avveniristiche macchine a vapore alla vigilia dell’Esposizione Universale, sembra un Akira indietro nel tempo. Non c’è più Kaneda, ma Ray Steam. Niente moto rossa, ma un veicolo di sua invenzione che viaggia su una ruota sola. A Otomo, che odia ripetersi artisticamente, deve essere sembrato un omaggio spericolato. E anche se il film non regge bene il mix di azione e congegni narrativi eufemisticamente alla cazzo di cane, non si può negargli una spavalderia tecnica unica. Dice Otomo: “se in quei dieci anni l’evoluzione tecnica non avesse accompagnato la realizzazione del mio film, non ci sarebbe stato nessun film”. Ma questo si sa, di innovatori ci sono lui e Mamoru Oshii (Ghost In The Shell). Curioso invece come lo steampunk del suo kolossal, in quello stesso anno, sia andato a guastare la festa di nuovo a Miyazaki (niente copertine su “Animage”, però), pure lui alle prese con atmosfere vittoriane e veicoli ingegnosi in Il castello errante di Howl (2004).

Vedere oggi il suo ultimo lavoro, Combustibile (12 minuti di durata), dopo la tappa lunare che lo ha condotto al progetto Freedom (2006, sei episodi per il mercato dei video) in cui riappaiono teppistelli e motociclette, fa un certo effetto. Ambientato in epoca Edo, realizzato con pochi soldi ma tantissimo ingegno, anche questo corto di Otomo fa pensare che il disegnatore-regista (il quale non si sottrae dalla regia di live action: vedi Mushishi), abbia davvero ragione quando dice di non essere interessato a fare le stesse cose. Lo tradisce il suo stile di disegno, che a taluni fa pensare sia proprio così. Lo tradisce, forse, quella ossessione a tenere prigionieri i suoi personaggi nelle società in cui vivono. Lasciando loro lo spazio di una frettolosa decisione: o vita o morte. E il bello è che tale convinzione esisteva anche quando Akira film ancora non esisteva: basta riguardarsi i meno noti Robot Carnival (film a episodi del 1987) o Manie-ManieI racconti del labirinto (ancora film a episodi del 1987). Il proverbiale prequel estetico che Otomo ha messo in piedi contando sulla sua voglia di stupire e sconcertare. Pure lì, ovvio, c’era da salvare il mondo…

Combustibile
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