L’amicizia secondo il Torino Film Festival

I primi film del festival guardano ai rapporti d’amicizia e ai loro sedimenti

I primi film della 31esima edizione battono bandiera americana. Diversi, anche come modi d’intendere il cinema. Eppure segnano già una tendenza, ossia quella di parlare di amicizia. O ancora meglio di raccontare l’amicizia come un sedimento che filtra o intasa i rapporti e la loro percezione.
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A partire da Last Vegas, film di apertura della rassegna torinese: diretto da Jon Turtletaub, il film racconta di un addio al celibato nella capitale del gioco d’azzardo – messinscena con la memoria al magnifico finale di Casinò di Scorsese – tra quattro settantenni. Commedia che pare una versione senile di Una notte da leoni, più che raccontare ciò che può fare la terza età quando non si sente tale, Last Vegas si concentra sulla ruggine che piega ma non spezza un rapporto lunghissimo e descrive i protagonisti più o meno realizzati, acciaccati, disperati come somma non solo delle proprie esperienze ma soprattutto dei reciproci rapporti. A lieto fine e con tocchi di patetismo temperato qua e là, la rimpatriata pare comunque funzionare proprio perché la nostalgia è bandita e resta la consapevolezza.

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Il filtro dell’amore è quello che usa Nicole Holofcener per Non dico altro, meglio noto come l’ultimo film di James Gandolfini. Qui la protagonista massaggiatrice diventa amica di una cliente che è però anche l’ex-moglie del suo nuovo compagno: ovviamente userà l’amicizia in incognito per carpire segreti. “Non dormiresti in un albergo mal recensito, no?” dice all’amica riguardo al suo doppio gioco. Non dico altro fa emergere qualche finezza di scrittura, nei dialoghi e di conseguenza negli attori. Il legame e i giudizi di chi ci sta intorno “avvelenano” le nostre percezioni e le rendono più simili a un Trip Advisor collettivo che a uno scambio di opinioni. Così la soggettività dei difetti diviene l’oggettività della lamentela. E infine del rimpianto.

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A unire gli sguardi, le vie, le ottiche dell’amicizia ci penso il primo colpo di fulmine del festival, l’atteso Frances Ha di Noah Baumbach, storia della ricerca di una casa e dell’amicizia tra due ragazze. Ma soprattutto di una dipendenza più o meno celata, più o meno illuminata, dallo sguardo e dalla presenza di un’amica che definiscono l’adeguatezza al mondo, che rendono accettabili le stranezze che nessuno potrebbe accettare e che ci fanno essere, in momenti precisi, infrequentabili. L’amicizia per dinamiche, peso specifico nella crescita emotiva delle persone, ruolo fondamentale nell’educazione sociale diventa più importante dell’amore stesso, perché lo si vorrebbe indissolubile di natura, e invece va coltivato con più dedizione.
Baumbach, aiutato dalla musa Greta Gerwig, dalla scrittura alla selezione musicale, mette in scena con levità pensosa che reinventa Woody Allen e François Truffaut ai tempi dell’(est)etica indie. Che sulla sincerità e la mancanza di cinismo che pervadono l’amicizia ha fondato un’ideale.

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