Lei

Tutti i figli di Turing

Esce al cinema "Lei", storia d’amore tra un uomo e un computer. E riscrive la storia dei nostri rapporti con le macchine, non più mostri meccanici o automi ribelli. Sollevando una domanda: cosa ci rende ancora umani?
HER

Lei, l’epocale film di Spike Jonze nelle sale dal 13 marzo, racconta in superficie di un uomo che si innamora di un computer; in profondità parla di come il concetto stesso di ‘umano’ vada sfumando in epoca iper-tecnica. “Non costruirai mai una macchina somigliante alla mente umana” è il primo comandamento della bibbia jihadista nel ciclo di Dune (1965) di Frank Herbert, e sulla stessa linea sono le tre leggi della robotica postulate da Isaac Asimov vent’anni prima (un robot non può danneggiare un essere umano, deve obbedire agli ordini e può proteggere sé stesso solo quando ciò non collida con le altre leggi). Ben prima che si potesse parlare di intelligenza artificiale il ruolo perturbante di doppio meccanico era affidato ad automi e manichini, e pare che i marinai di una nave diretta in Svezia nel 1649 siano quasi morti di paura nel trovare accantonata nella stiva, durante una tempesta, la perfetta riproduzione della figlia illegittima di Cartesio, Francine, morta da un decennio. Sono stati formulati tabù per la costruzione di macchine intelligenti, ma stupisce che nessuno abbia mai legiferato al contrario: “Non produrrai mai una società di uomini somiglianti alle macchine” è un diktat che la modernità ha sempre eluso.

Uno degli aspetti più potenti del film di Jonze sta nel fatto che il rapporto tra uomini e computer sia privato di carica orrorifica. La storia dell’intelligenza artificiale comincia nel 1950 quando il matematico Alan Turing propone il suo famoso test (possono le risposte date da una macchina essere indistinguibili da quelle di un uomo? In quel caso la macchina è uguale all’uomo o sta solo fingendo di esserlo?), e già vent’anni più tardi l’esperimento scientifico si fa incubo con HAL 9000, il computer che tenta di far strage del suo equipaggio in 2001: Odissea nello spazio. Il punto è qui quello che sarà in tutta la fantascienza a venire: una macchina che prova emozioni non è meno inquietante di un corpo morto che prende vita. Nello stesso anno del film di Kubrick, il 1968, Phlip K. Dick complica ulteriormente le cose immaginando androidi indistinguibili dagli umani al punto che ci si può innamorare di loro, o si può non essere a conoscenza di essere uno di loro. Nella versione per il cinema di Ridley Scott, Blade Runner (1982), Harrison Ford si innamora dell’algida Racheal, mentre l’erotismo selvaggio viene incarnato da Daryl Hannah in look post-punk; nel film di Jonze la voce del sistema operativo è quella fragile e umanissima di Scarlet Johansson: a separare i due universi c’è un tasso di penetrazione dei computer nella vita quotidiana che negli ultimi trent’anni si è evoluto oltre ogni possibile fantasia. Un sistema operativo che ci parla nella testa è diventata oggi più che un incubo una auspicabile probabilità. Da questo punto di vista l’amore insieme vero e artificiale di Lei è davvero il segno di quanto sia l’idea stessa di umanità a subire vertiginose ridefinizioni nel tempo della metaforica nube di dati che tutti ci avvolge e sovrasta.

Nel solito 1968, nella Bay Area all’apice della sua ubriacatura hippy Douglas
Engelbart aveva inventato in un solo colpo tutti i dispositivi che avrebbero reso possibile l’interazione uomo-macchina, dal mouse al word processor alla videoconferenza; più recentemente il filosofo Derrick De Kerckhove ha postulato l’esistenza di un “inconscio connettivo” della Rete, che come l’inconscio collettivo junghiano contiene un’informazione latente e imprevedibile. Dal test di Turing è passato mezzo secolo, eppure per certi versi siamo ancora lì: nel suo bestseller Tu non sei un gadget del 2010 il guru della realtà virtuale Jaron Lanier proponeva questa confutazione: un computer indistinguibile dall’uomo è frutto dell’evoluzione del computer o dell’involuzione dell’uomo? Lei è la formulazione di questa domanda, la sua smentita e la smentita della smentita; un trattato di filosofia in una storia d’amore, candidato per questo a diventare, in merito, uno dei film più importanti del decennio.

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