L’esorcista

40 anni fa

Il classico dell’horror compie 40 anni, e torna al cinema
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Uno dei primi a vedere la pellicola finita fu Bernard Herrmann, lo storico compositore dei film di Hitchcock. William Friedkin voleva fosse lui a realizzare le musiche. A fargli cambiare idea in tutta fretta fu la parola “organo”, un gran bell’organo sul quale il musicista non vedeva l’ora di strimpellare. Roba da far girare le palle degli occhi all’indietro, e senza possessione aggiuntiva. In effetti c’era anche dell’altro. Herrmann aveva suggerito di tagliare i primi “noiosissimi” dieci minuti, quelli del magnifico prologo iracheno dove Max Von Sydow nei panni di padre Merrin, traduce alla lettera le parole del romanzo, trovandosi al cospetto della statua del demone Pazuzu: “Improvvisamente l’uomo si sentì mancare. Sapeva. Sarebbe successo”. Friedkin ringraziò e fece dietrofront, per nulla offeso dell’altra superba sparata del compositore (che viveva a Londra): “Lavorare in quella fottutissima Hollywood? Mai”.

La fottutissima Hollywood, per dirla tutta, non voleva William Friedkin tra i piedi. Per portare sullo schermo il romanzo bestseller di William Peter Blatty immaginava Stanley Kubrick, Mike Nichols o Mark Rydell. Quest’ultimo all’insaputa dello scrittore. Che in realtà si rivelò ben più scaltro di un’intera legione di demoni. L’Esorcista era cosa sua, e ne avrebbe fatto ciò che voleva. Pure convincendo i colletti bianchi della Warner a scommettere sul nome di Friedkin, fresco vincitore di un Oscar a soli 33 anni (la regia de Il braccio violento della legge, 1971). Per due motivi: il regista era un rompiballe di prima categoria capace di contestargli le 220 pagine di first draft ma, artisticamente, arrivando dalla Tv e dai documentari, avrebbe portato nel film la giusta armonia di horror e thriller psicologico. Inoltre Hollywood, la parte meno fottutissima del sistema, stava cambiando. Il mondo stava cambiando.

Per parecchio tempo Blatty era rimasto inquieto. Nell’industria dello spettacolo lo conoscevano grazie ad alcune commedie di Blake Edwards, tra cui Uno sparo nel buio, e quest’idea pericolosa di una ragazzina di dodici anni posseduta dal demonio che compiva azioni innominabili (il crocefisso), picchiava la madre, pronunciava oscenità assortite e parlava in diverse lingue (“La plume de ma tante”), proveniva da parecchio lontano. Un’idea entratagli in testa nel 1949 quando lesse su alcuni giornali la storia di un ragazzo indemoniato ed esorcizzato da due preti. Una storia vera. Uno dei due preti gliela confermò. Quasi ne avesse viscerale necessità, da matricola universitaria presso i gesuiti di Georgetown. Anche solo per confutare l’esistenza di Dio, nel momento topico della perdita della fede, testimoniando le azioni del maligno. Trattare il tema in ambito accademico non aprì le porte che doveva aprire. Trasformarlo in fiction, per Blatty, fu ovviamente una liberazione. Il romanzo, che è un autentico capolavoro di scrittura e mette davvero i brividi, finisce nelle mani di Friedkin e in quelle di Shirley Maclaine, amica dello scrittore, prima candidata al ruolo nella parte della madre ma con un agente carogna che a Blatty voleva rifilare una miseria per i diritti. Fottutissima Hollywood. Tralasciando tutti i noiosi dettagli che separano la genesi del film dalle balzane contrattazioni messe in campo da Blatty, uno dei problemi rilevati dal novello regista fu: non importa come farò il film, ma chi lo farà. Il regista rompiballe e lo scrittore magari non sempre convennero sulla scelta dei nomi, posto che alcuni personaggi erano basati su persone realmente esistenti (il regista Jack L. Thompson o la stessa Maclaine). Con l’attrice predestinata fuori dai giochi, e prima di assumere Ellen Burstyn, s’erano fatti i nomi di Audrey Hepburn, Jane Fonda (nella sua fase pasionaria e indignata) e Anne Bancroft. Anche la scelta della bambina Regan fu impegnativa. Passerà alla storia dei retroscena di un film lo spassoso scambio di battute tra la giovane Linda Blair e Friedkin a proposito della masturbazione. Sappiate solo che le restarono col fiato sul collo per essere sicuri che fosse adeguata al ruolo.

A quarant’anni dall’uscita nelle sale, L’Esorcista non è soltanto un classico del cinema horror americano, ma uno dei primi eventi cinematografici di sempre. Arrivò prima de Lo squalo e di Star Wars. Generò un putiferio senza precedenti: isteria di massa, svenimenti e improvvise conversioni. Tra le vittime, il barbiere personale dell’attore James Cagney che prese i voti dopo aver assistito al film. Ci furono anche diversi funerali nel corso della realizzazione: l’attore Jack MacGowran, quello che si spezza il collo volando fuori dalla finestra, e il figlio dell’attore Jason Miller. Nove morti in totale per infoltire la fama di opera maledetta: la geografia del cinema ha sempre bisogno di luoghi comuni per far breccia nel portafogli degli spettatori.

Come il romanzo, anche il film di Friedkin è un solitario capolavoro. Non c’era niente di simile prima, non ci sarà nulla di simile dopo (The Last Exorcism part II, che vedremo a luglio nei cinema, per esempio, è solo schiamazzo notturno in confronto). Con le sue citazioni pittoriche, l’arrivo di padre Merrin a ricordare un quadro di Magritte, tutti quei “Dio Cristo!” urlati dalla bocca della Burstyn, la sofferta interpretazione di Jason Miller nei panni tristi di padre Karras, l’orrore vero dell’Esorcista non è incatenato al letto di Regan. Sta esattamente anche qui: il prologo iracheno che più d’uno voleva far sparire, e Max Von Sydow molto più matusalemme dei suoi quarant’anni, all’epoca delle riprese; le silenziose vie di Georgetown in cui galleggia il motivo musicale Tubular Bells di Mike Oldfield (pescato in un archivio della Warner), l’attesa snervante prima dei gorgheggi del maligno.

Tutti concordi nel lodare la versione director’s cut. Blatty la considerava un capolavoro nel capolavoro. Nel venticinquesimo anniversario del film, il produttore Nick Freand Jones rintracciò i pezzi mancanti per il documentario The Fear Of God: 25 Years Of The Exorcist usando materiale gentilmente messo a disposizione dalla Warner. Tra i pezzi mancanti il celebre passo del ragno di Regan. Soprattutto: il dialogo finale tra il tenente Kinderman e padre Dyer. Dialogo in stile Casablanca, come nel libro. Perché nell’Esorcista si respira parecchia aria di cinema. Il sacro e il profano. Un’ossessione che ti prende e non ti lascia tanto facilmente.

 

 

 

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