Mad Max

Un ostinato attaccamento alla vita

Un film che doveva essere sulla crisi petrolifera e invece parla di chirurgia estetica d’avanguardia.
Mad Max: Fury Road
Un ostinato attaccamento alla vita

Un tempo mio fratello aveva l’abitudine di organizzare dei cineforum estivi dedicati agli horror. Durante una proiezione di Jeepers Creepers – Il canto del Diavolo, dopo una scena particolarmente raccapricciante disse: “Io mi sarei già tolto la vita da solo”, guadagnandosi facili ironie sul suo cuor di leone. Ma lo pensavo anch’io: se mi trovassi in uno scantinato in balia di un maniaco feticista di lembi squartati, il mio attaccamento alla vita evaporerebbe in pochi secondi. Invece di sfidare il killer mi chiederei, appunto, come farla finita il prima possibile. Considerando i contesti inospitali e squallidi a cui molti film horror e distopici ci hanno abituati, a essere ridicola non è la corsa della liceale nuda nel bosco ma la semplice circostanza di voler vivere. È fiction, sia chiaro, ma il filosofo americano Eugene Tachker non ha del tutto torto quando in una serie di saggi tratta la filosofia come se fosse un film horror e viceversa (questo per farla breve) e si interroga su quella zona ambigua che è il mondo fisico e terrestre senza di noi.
Ecco, Mad MaxFury Road di George Miller, il blockbuster definitivo che eleva al massimo grado tutte le caratteristiche del genere – potenza, spettacolarità e insensatezza -, il problema del mondo senza di noi non se lo pone affatto, anzi: non fa che riaffermare il nostro diritto a esistere, quando tutto nello spazio fisico circostante ci respinge.
Invece di suscitare riflessioni su un pianeta in cui la guerra e l’emergenza sono legate alle risorse, Mad Max indugia su un’umanità che non si rassegna, con illusioni bioniche che non hanno nulla della fluorescenza acciaiosa dei cyborg di Donna Haraway e degli altri teorici del post-umano.

Più che un film ecologista-pessimista, quello di Miller è un film sulla cosmesi e le frontiere della chirurgia estetica; sulla nostra ostinazione a restare in vita, rattopparci e reinventarci, al punto da diventare non tanto una versione potenziata di noi stessi, quanto altre creature e forme di vita tout court. Forse si tratta di una resistenza congenita: dopo mille interventi, Donatella Versace somiglia più ai sopravvissuti in Mad Max che non a un’eroina futuribile, a dimostrazione che non tendiamo al robotico quanto alla ruggine.
Dire che il mondo all’epoca di Mad Max è inospitale è un eufemismo – c’è un momento in cui pure Charlize Theron sembra invocare il suicidio – ma il nostro senso per la sopravvivenza, definito da Cristo e perpetuato pure da chi non si affida al sacro, ha sempre la meglio, in maniera piuttosto convenzionale. Forse l’unico personaggio “sano” è proprio il protagonista interpretato da Tom Hardy, che tutte le volte che si salva la vita sembra farlo più per noia che per convinzione, perché è stato programmato così e non immagina un altro tipo di reazione. Ma senza la resistenza (e la vittoria) non c’è un blockbuster: per quanto quasi d’avanguardia nel suo rinunciare a un flusso narrativo per affidarsi solo a fantasie, bombe e fiamme, Mad Max cede al più classico dei principi occidentali, quello per cui l’istinto all’annichilimento è sempre secondario rispetto all’affermazione della vita. E però qualche dubbio lo fa venire: il sospetto che dopo quel rattoppamento, quell’apocalisse che ti uccide ed è tutt’altro che meravigliosa, quel che resta di te non sia niente di desiderabile e importante. In un mondo al collasso, il maquillage conta ancora. In un mondo al collasso, molti di noi potrebbero non voler vivere comunque. Ma quanti? Guardando questa divertentissima avventura post apocalittica, viene il sospetto che a rinunciare non saremmo in tanti.
Flaubert scriveva: “Quale meraviglia trovare negli esseri viventi le stesse sostanze che compongono i minerali”. Sarà, ma questa ostinazione calcificata e cristallina che puzza di napalm, io la definirei in tutt’altro modo.

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