Mad Men

Arrivederci Sisifo dei sobborghi

Non è vero che dopo otto anni di "Mad Men" Don Draper è troppo uguale a se stesso: da eroe letterario è diventato un ectoplasma horror.
Mad Men
Arrivederci Sisifo dei sobborghi

E non è vero che la vera letteratura è fatta da pagine e non da fermo immagine: quando penso all’ingresso di Nikolaj Stavrogin ne I Demoni di Dostoevskij o al modo in cui Nick Shay si appoggia a uno stipite in Underworld di DeLillo e di colpo domanda “Che cosa capto?” alla moglie dopo averne intuito il tradimento, vedo soprattutto dei corpi nei confronti dei quali la mia risposta è più fisica che metafisica, più sanguigna che cerebrale.
Un tempo anche Don Draper mi faceva palpitare in quel modo, rendendo erotico un processo di trauma ed espiazione, ma i primi due resistono all’escoriazione del tempo e delle nuove letture che ho fatto mentre lui continua ad avvitarsi su se stesso in un loop che riterrei sintomo di cattiva scrittura se solo gli autori di Mad Men non dessero prove continue di raffinatezza nella costruzione degli altri personaggi.
È buffo, ma quando si parla di morte del protagonista in una serie tv e del disorientamento dello spettatore, la mente va subito alla fine di Ned Stark nella prima stagione di Game Of Thrones, mentre la AMC manda in un onda un programma il cui personaggio principale ha iniziato a consumarsi dai primi minuti del suo debutto sulla scena fino a ridursi, otto anni dopo, in un ologramma di se stesso. Sarà meno coreografica, ma la sua è pur sempre una morte, una forma di rinuncia alla centralità dell’eroe.

Se ci penso mi sento imbrogliata: Mad Men non è – o almeno non è più – una serie su dei pubblicitari che dal futuro denso e possibile degli anni Cinquanta in cui proliferano germi di solitudine traslano al futuro negativo del conflitto in Viet Nam o della recrudescenza del capitale in una stagione sempre più triste e lisergica, né un interludio sentimentale-esistenziale tinto di giallo Simenon, ma un prodotto più ambiguo, che fatico a collocare nella piccola letteratura dei sobborghi o nella grande tradizione realista americana.
A un certo punto la mia serie preferita, amara e definitiva come i posaceneri del giorno dopo, è diventata un’altra cosa e ho iniziato a guardarla con la malinconia con cui si affonda dentro Twin Peaks o l’inquietudine di chi vede Poltergeist, storie in cui i confini tra il mondo fisico e la coscienza si diluiscono o interrompono, e guardandoti le mani temi di non vederle più.

Guardo Don Draper partecipare a riunioni, tradire mogli, sterzare con aria pensosa e pigra e mi chiedo se non abbiamo sbagliato tutto ad aprire dozzine di thread su Lost per interrogarci se quello che vedevamo fosse reale, quando Mad Men è una delle poche serie per cui è legittimo ipotizzare che sia protagonista sia spettatore stiano sognando, e in cui la pena ha una dimensione più allegorica e biblica che reale.
Don Draper non è Jay Gatsby e non è Frank Wheeler, semmai è il morto ambulante de Il sesto senso: il nodo centrale della serie non è scoprire chi è, ma rendersi conto che tutti possono fare a meno di lui; un eroe antico, non particolarmente complesso, che continua a spingere un sasso sulla montagna come Sisifo solo per vederlo rotolare di nuovo giù, alimentando la frustrazione di chi vuole saperlo risolto e non ha abbastanza compostezza filosofica da immaginare che in questa sua ripetizione continua dell’errore Sisifo possa essere, a suo modo, felice. Come i suoi colleghi e le sue ex mogli, anche io potrò fare a meno di questo recidivo dei sobborghi, che mi mancherà meno di quanto pensassi, se non altro perché con il suo precipitare in basso mi costringe a ricordare che l’inferno non è un abisso: l’inferno è circolare.

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