Never Ending Man – Hayao Miyazaki

Tutto quello che avreste voluto sapere su Miyazaki.

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Comincia in un modo e finisce in un altro, il film Never Ending Man – Hayao Miyazaki. In teoria il documentario di Kaku Arakawa, distribuito in sala il 14 novembre da Nexo Digital, doveva mostrare il grande maestro dell’animazione giapponese impegnato nella realizzazione del suo primo corto in CGI intitolato Kemushi no Boro (Boro il bruco) destinato esclusivamente al Museo Ghibli. Invece l’oretta scarsa di pedinamento artistico ha riservato non pochi colpi di scena. Trasmesso sulla rete di stato giapponese NHK nel novembre 2016, Owaranai Hito Miyazaki Hayao (così in originale), parte infatti con l’annuncio del pensionamento di Miyazaki nel 2013 davanti a una marea di giornalisti in un hotel di Tokyo per terminare con il clamoroso dietrofront del regista e il desiderio di voler fare un ultimo film ancora.

Nel mezzo, Never Ending Man – Hayao Miyazaki, è di una tristezza infinita. Lo Studio Ghibli, un tempo rigoglioso luogo della magia animata è spento e vuoto: tavoli di lavoro deserti, corridoi silenziosi e il solo Miyazaki ad aggirarsi portando tutto il peso di quella solitudine. Con la decisione presa nel 2013, il piccolo esercito di disegnatori, pittori e animatori dello studio è stato rispedito a casa. I più fortunati e abili sono stati ripescati dal golden boy Makoto Shinkai e messi a lavorare nel blockbuster anime della passata stagione, Your Name. A fare da anfitrione nella versione originale di 48 minuti del documentario si ascolta la voce di Chika Sakamoto, l’attrice che doppiò la piccola Mei in Il mio vicino Totoro (1988). Come si dice: aria di famiglia, o quel che ne resta.

Quanto ci vuole per ritrovare il caro vecchio Miya-san? In realtà pochissimo. Never Ending Man, come tutti gli speciali televisivi andati in onda in questi anni su NHK o Nippon Terebi a ridosso dell’uscita di un film Ghibli in sala, accompagna i fedelissimi del regista nel reame della sua fantasia puntando l’attenzione sul progetto forse più controverso: Kemushi no Boro, un corto di dodici minuti realizzato per il Museo d’Arte Ghibli (domiciliato non troppo lontano dallo studio) in cui il regista giapponese ha ceduto alla tentazione di cimentarsi con la computer graphic in 3D mescolata all’animazione tradizionale. Un vero colpo gobbo per uno che fino a ieri professava totale disinteresse per questo genere di produzioni. Lui che – Oscar alla carriera in mano – si era proclamato uno degli ultimi artigiani dell’animazione fatta orgogliosamente a mano.

Miyazaki ormai lo conosce molto bene, il regista Arakawa. Con la sua camera a mano, solo soletto, ha iniziato a frequentare lo Studio Ghibli nel 2005 e ha seguito il maestro dell’animazione come un’ombra mentre lavorava a Ponyo sulla scogliera (2008) e a Si alza il vento (2013). Da allora, lo ha visitato spesso anche senza la fedele videocamera bevendo tazze di caffè che Miyazaki preparava personalmente nel suo studio privato, chiamato Butaya, giusto qualche strada più giù lo Studio Ghibli. Come tanti del settore prima di lui, Kaku Arakawa non ha mai veramente creduto a Miya-san nel 2013. “Ritiro” è una parola che il regista ha scomodato parecchie volte nel corso della sua carriera, eppure basta un guizzo, un’idea ed eccolo tornare al lavoro. Il corto Kemushi no Boro, per esempio, ufficialmente risorge dalle ceneri di un antico progetto di lungometraggio mai approvato dal Ghibli vent’anni fa, in realtà è servito da coadiuvante alla solitudine in cui l’artista s’era rintanato dopo il pensionamento.

Nel suo documentario, Arakawa ha catturato l’immagine di un uomo talvolta molto diverso e più amichevole dai film che ha diretto, un artista che si definiva “finito” ma che pochi fotogrammi più in là già ha ritrovato la tradizionale vivacità e ironia mentre viene pizzicato ad ammirare le evoluzioni in CGI del suo minuscolo bruco. Per realizzare il quale, Miyazaki ha chiesto l’intervento di un super esperto della materia, Yuhei Sakuragi. Un trentenne con solida reputazione, ciuffo di capelli che gli scivola sempre sulla fronte e borsone da donna a tracolla. Arakawa non s’è fatto sfuggire neppure il momento clou del “Miyazaki dietro le quinte”, quando torna a essere l’animatore bellicoso e inflessibile che tutti i più stretti collaboratori conoscono, mentre gli scorrono davanti le immagini di un sample dimostrativo concepito dallo studio Dwango, ovvero un esempio di animazione creata da un’intelligenza artificiale. Non vorrete essere nei panni del CEO Ryo Kawakami, quando vedrete la scena. Il sudore sulla fronte dell’uomo è vero, verissimo. Come l’ira dell’umanissimo artista Miya-san che considera quella roba un insulto alla vita stessa.

Never Ending Man riassume in realtà, in via semi ufficiale, tutta l’insoddisfazione di Miyazaki per la CGI. Si nota chiaramente quanto la sostanza “digitale” di cui sarà fatto il suo corto Kemushi no Boro lo metta a disagio (rovistandosi fra i capelli, come fa sempre quando è tormentato). Al tempo stesso ribadisce un concetto vecchio quanto lo Studio Ghibli: al regista piace circondarsi di giovani talenti a cui lanciare sfide accessibili per pochi. Tema che Arakawa cavalca con discrezione mostrando l’artista anche implacabile, capace di licenziare un dipendente che non esegue il compito assegnatogli. Il suo documentario riporta alla luce soprattutto le fragilità del regista. Un uomo di settantasei anni messo davanti a questioni per lui penose come il ritiro, la pensione, i troppi funerali dei colleghi a cui ha partecipato (non ultima la fedele Michiyo Yasuda, conosciuta come “la signora dei colori” dei film Ghibli) e un’apprensione per le cose ancora da fare che lo costringono a riporre nel cassetto perfino il fumetto dal titolo Teppo Samurai che stava disegnando per una rivista.

Dopo tanti documentari realizzati più per se stesso, e per gli ascolti di NHK, Arakawa può dirsi un filmmaker appagato. Con la messa in onda nell’autunno 2016, sintesi di tre anni di riprese, l’interesse per il suo lavoro ha reso Never Ending Man un documentario con la maiuscola distribuito perfino all’estero. Alla versione di 48 minuti, Arakawa ha fatto seguire una versione più lunga di venti minuti in cui è presente un’intervista al regista. E dove è ancora presente il colpo di scena finale tanto atteso dagli appassionati: l’annuncio di un nuovo film da realizzare in tre-quattro anni e che, nonostante le prime indiscrezioni dei fan, non sarà la versione estesa di Boro il bruco ma un lungometraggio tratto dal romanzo Kimi-tachi Wa Do Ikiru ka di Genzaburo Yoshino pubblicato nel 1937. Perché Miyazaki talvolta è pure questo: uno che sa ancora come sorprendere il suo pubblico.

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