Nymphomaniac

Not a real porno

Lars Von Trier non ha girato un film hard, né d’autore né di cassetta. Ma ha raccontato una storia che rimette in discussione alcune idee che abbiamo sul sesso. Oppure no?
Nymphomaniac 2

Il motivo per cui le persone possono continuare ad avere un’idea della sessualità intesa fondamentalmente come piacere, è perché non la esplorano fino in fondo… e probabilmente neanche dovrebbero, perché significa scherzare col fuoco. Se indagata a fondo, la sessualità può rivelarsi più grande e anarchica di quanto si immagini, ed è per questo che è stata oggetto di tanta regolazione nel corso della storia. Non credo la gente capisca il problema della repressione. Io rovescerei la questione e direi che la ragione per cui gran parte delle società ha represso la sessualità, almeno fino a certi limiti, è che le persone devono capire che può andare fuori controllo ed essere totalmente distruttiva”.

Questa è Susan Sontag che risponde a un giornalista di “Rolling Stone” nel 1978. Lars Von Trier l’ha letta prima di girare Nymphomaniac? Non credo, dato che l’edizione integrale dell’intervista è uscita poco prima che il film debuttasse nei cinema europei. Ma in qualche modo è lì che va a parare il suo ultimo lavoro, che è più moralista e confuso del previsto. A dire il vero il regista ci ha volutamente depistato quando ha dichiarato di voler girare una specie di film porno, genere in cui non è del tutto un novizio: Zentropa, la compagnia
che ha co-fondato e ha reso celebre il movimento Dogma 95, all’inizio era specializzata
in film hardcore per donne dai titoli come HotMen CoolBoyz. Come per Nymphomaniac, se cercate il film su IMDb leggerete: NOT A REAL PORN!

“Declassato” a film d’autore diviso in due volumi che utilizza i linguaggi del porno ma tutela i propri attori impiegando controfigure e sequenze digitali al loro posto, Nymphomaniac non è deludente ma sicuramente diverso da quanto previsto. Soprattutto se ci si è basati sui primi teaser o le foto di Charlotte Gainsbourg in mezzo a due uomini di colore (una scelta piuttosto banale che ripristina la mitologica fascinazione della donna bianca per il prestante omaccione nero) che sembravano urlare GANG BANG a tutto spiano. In realtà, molte scene di sesso sono grottesche o semplicemente – e volutamente – comiche, e poche hanno il gusto della provocazione o l’agonismo disperato di Fassbender in Shame.

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Conoscendo i toni del cinema di Von Trier, diversi amici mi hanno chiesto “Perché vai a vederlo?”: molti uomini credono che un film in cui la ninfomane sarà tutt’altro che gioiosa faccia passar loro la voglia di fare sesso per sempre, con lo stesso infantile pregiudizio con cui dichiarano di non voler entrare in sala parto perché poi, andiamo “non riesci più a guardarla nello stesso modo”. Sarà per questo che c’erano più donne al cinema? O forse perché pensavano, non del tutto a torto, che il regista abbia realizzato un film che in qualche modo ripristina la legittimità del desiderio sessuale femminile? Quando una madre abbandona la famiglia per soddisfare il proprio piacere o liquida i partner dopo una serie infinita di prestazioni sessuali o da ragazza partecipa a un movimento il cui slogan è MEA VULVA MEA MAXIMA VULVA, in linea di massima alla spettatrice viene voglia di alzare un pugno al cielo e dire: “è così che possono andare le cose”. O almeno a me è venuta voglia di farlo, prima di realizzare che c’è una distorsione alla base. Quand’è che il nostro sguardo diventerà davvero neutrale rispetto al genere?

Il primo volume, più riuscito del secondo, oscilla tra due definizioni di ninfomania: da un lato è uno status assolutamente naturale, un modo di stare al mondo che non viene scelto ma sviluppato sin dai primi anni di vita. Dall’altro, invece, è una condizione nobile, una questione di sensibilità ed elevazione che rende la protagonista superiore agli altri. Gran parte del film si basa sulla “normalizzazione” della ninfomania, ma nel momento in cui la protagonista non riesce più ad accedere al piacere, la sua condizione diventa quasi suicida: deve cercare qualsiasi espediente per rinvalidare il suo diritto all’orgasmo. Ed è qui che Nymphomaniac diventa meccanico: perché la ninfomania non è più uno stato naturale, ma una scelta ossessiva, una causa in cerca di un effetto. Dopo averci incantati e divertiti con la possibilità di una frenesia sessuale tutto sommato vivibile, il regista sembra quasi propendere per la tesi di Susan Sontag, sempre oscillante tra ricerca estetica e moralismo: il sesso è distruttivo.

Il sesso può rovinare i rapporti tra le persone e negare l’amore (sembra strano, ma nel film l’amore gioca un ruolo più preponderante di quanto si tenderebbe a pensare). O peggio ancora: la protagonista è ninfomane perché vive in stretta prossimità con la solitudine. Sono spiegazioni realistiche, ma per una volta ci sarebbe piaciuto rinunciare a questa matrice depressiva, la cui esplorazione invece era e resta il motivo principale del cinema di Von Trier. L’unico sussulto spietato è quando il regista ci pone davanti a quella che viene considerata la devianza sessuale per eccellenza, la pedofilia: per ogni 5 per cento di pedofili che agisce in base al proprio impulso, ci deve essere un 95 per cento di pedofili che non lo fa. Attraverso le parole di Charlotte Gainsbourg, Von Trier racconta l’intima disperazione di una categoria di persone che lotta costantemente contro la propria natura: sono quelli che sono andati fino in fondo alla sessualità, hanno visto cosa c’era, e si sono inorriditi. E che invece di essere additati, forse, meriterebbero una medaglia d’onore. Ma un’illuminazione del genere è un po’ poco per un film di quattro ore. E, soprattutto, non chiarisce gli strani paradossi di un’opera basata tutta sulla stimolazione sensoriale la cui unica frase memorabile è “Non sento assolutamente niente”.

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