Principessa Mononoke

Battito animale

Torna nelle sale "Principessa Mononoke" (1997), capolavoro di Hayao Miyazaki, con nuovo doppiaggio e adattamento fedele all’originale. Film che cambiò le regole, mostrando il lato crudo e pessimista di un genio dell’animazione per bambini.
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E pensare che doveva essere il film dell’addio. Nel 1997 Principessa Mononoke non era ancora diventato il kolossal frantuma incassi in Giappone che conosciamo (oltre venti miliardi di yen), e già il suo regista Hayao Miyazaki, a un passo dalla notorietà internazionale grazie a Miramax che lo avrebbe presentato ufficialmente agli americani due anni dopo, aveva avvisato giornalisti e fan: Mononoke sarà il mio ultimo film. A quella promessa, per la fortuna degli irriducibili, sono seguiti invece altri quattro lungometraggi animati, compreso il recente Kaze Tachinu (2013) a chiudere definitivamente il cerchio sui suoi cinquant’anni nell’animazione.

Lo disse, Miya-san, più che altro stremato dall’immenso lavoro per creare Principessa Mononoke. Un kolossal di oltre due ore di durata che tenne impegnato lo Studio Ghibli dal 1995 al giugno del ’97, tra ritardi sulla colorazione dei cel e un budget mostruoso, per l’epoca, di due miliardi e mezzo di yen. Un record che rendeva una bazzecola i soldi spesi per Porco Rosso, appena 900 milioni, cinque anni prima. Da capogiro anche il numero di disegni necessari per il film, oltre 135 mila, di cui cinquemila solo per i primi due formidabili minuti in cui si assiste all’assalto di un enorme cinghiale tramutato in demone. Alla devozione di Miyazaki per la qualità delle immagini non ci si abitua mai.

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Realizzare Principessa Mononoke risultò in realtà un’urgenza che il regista avvertiva in un momento di transizione importante per lo studio e, forse, per la sua stessa carriera, dovuto allo storico accordo siglato con la Disney che prevedeva la distribuzione di tutti i film Ghibli nel resto del mondo, e in Italia affidata a Lucky Red. Passaggio a Occidente che suonò quantomeno ardito: Mononoke infatti non era la pellicola intrisa della consueta poesia di Miyazaki. Ma un film crudele e rancoroso, affogato nel sangue. Proprio quanto ci si aspettava di vedere dai famigerati anime giapponesi.

Nella storia del principe Ashitaka che intraprende un viaggio per debellare la maledizione di cui è caduto vittima e incontra, prima, una misteriosa ragazza che s’accompagna a un branco di giganteschi lupi e, poi, una comunità di uomini che estrae il ferro dalle montagne guidata dalla cinica Eboshi, c’è lo stesso Miyazaki autore di Il mio vicino Totoro. Il discorso sul rapporto tra l’uomo e la natura è tenuto in vita come ai tempi di Nausicaä. E quel finale affatto consolatorio in Principessa Mononoke non è altro che una replica al tema di fondo, ma anche un patto che Miyazaki consolidò con se stesso per non sfiduciare l’assioma che continua a tormentarlo ancora oggi: l’uomo è nato per la distruzione di sé e di tutto ciò che lo circonda. E non ha più diritto a esistere su questa terra. Messaggio a cui in qualche misura la locandina originale della pellicola riparava con un fatalistico: “Vivere” (Ikiru). O meglio: continuare a vivere, nonostante tutto e tutti. Dèi furenti compresi.

Principessa Mononoke era un film che il Ghibli doveva fare, dice Miyazaki. Perfino con tutto quel carico di computer graphic usata con meno parsimonia rispetto al passato (hanno iniziato a sfruttarla in Pompoko, nel 1994) e lo sforzo titanico per portarlo a termine con animatori stremati, notti insonni e non poco nervosismo, quasi si fosse tornati indietro di quarant’anni, ai tempi di Toei Doga, quando cinema e serie animate coinvolgevano senza sosta i disegnatori come in una catena di montaggio di chapliniana memoria.

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Soprattutto, Miyazaki intendeva mostrare al pubblico di giovanissimi uno stato delle cose più autentico e crudele rispetto al mondo di illusioni partorito da tv, fumetti e videogiochi. Non farlo sarebbe sembrato un tradimento, anche nei confronti di chi aveva amato Totoro e Nausicaä.

E pensare che in principio, nei primi anni 80, Mononoke era nato come una fiaba in stile La Bella e la Bestia, ambientata nel Giappone feudale, con graziosa fanciulla rapita da un gatto gigante. Ennesimo progetto per bambini che Miyazaki, mezzo disoccupato e molto depresso, sperava di trasformare in film, ma non gli fecero fare. Col senno di poi, la vendetta, ha davvero un sapore amaro.

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