Rappresentazione di David Foster Wallace

The End Of The Tour

"The End Of The Tour", il primo film su DFW, dimostra il rapporto equivoco che intratteniamo con il più importante scrittore americano degli anni 90.
David Foster Wallace, Syracuse, New York, 1995

Il 31 luglio esce al cinema The End Of The Tour, il primo film su David Foster Wallace: basato sul libro Come diventare se stessi, racconta cinque giorni dell’intervista che il giornalista David Lipsky fece allo scrittore durante il tour promozionale di Infinite Jest tra il 5 e il 10 marzo 1996. Il regista, James Ponsoldt, è sconosciuto ai più ma ha una passione per le lettere (porterà sullo schermo il romanzo di fantascienza Il cerchio di Dave Eggers), Wallace è interpretato da Jason Segel e Lipsky da Jesse Eisenberg (Mark Zukerberg in The Social Network). Nel trailer ufficiale, rilasciato il 27 maggio, ci sono interstatali e parcheggi, supermercati e luna park. C’è Wallace-Segel che fuma e parla al registratore vocale dicendo “I am smoking, it’s just me and the tape recorder”.

Al netto di un riconoscimento critico ormai unanime (Foster Wallace è lo scrittore americano del tardo-postmoderno), è interessante notare come a sette anni dal suicidio ogni frammento di cultura pop edificato intorno alla figura dell’autore di Infinite Jest venga recepito con una sorta di cautela, tant’è che a fare il primo passo devono essere degli outsider: era capitato lo stesso con la pur bella biografia Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, che è valsa al suo autore D.T. Max una notorietà solo passeggera. Sembra che chi entra in contatto con DFW e il suo mito in qualche modo si smaterializzi, come se venisse risucchiato in un buco nero.

In parte ciò si deve al fatto che, come ho sentito dire a un amico, Wallace è come Sun Kil Moon: quelle cose che tutti amano ma che nessuno conosce fino in fondo. C’è una verità più profonda in questo (con le dovute differenze) rispetto alla constatazione banale che in pochi possono vantarsi di aver approcciato lo scrittore del New England in maniera spontanea come si potrebbe fare, ad esempio, con uno Stephen King o un Bret Easton Ellis. Infinite Jest escluso, l’importanza di Wallace è nei saggi come E Unibus Pluram, nel discorso sulla New Sincerity, nell’esaurimento espressivo veicolato dalla sua sintassi: non cose semplici. In un’intervista del 1997 dice che all’università il suo campo di studi era “la logica matematica e la semiotica”. Cavar fuori l’hype da questo è tutt’altro che una passeggiata.

Lo stesso vale per quell’America anni 90, delle statali e dei supermercati, che era davvero il mondo di Wallace: un tizio che non hai mai smesso di andare in giro con la bandana e di avere paura degli squali nonostante vivesse a svariate centinaia di chilometri dal mare. Niente di cool. Come non c’è molto di cool nella storia della depressione che l’avrebbe portato alla morte, per quanta leggerezza vi si voglia cercare (e nel film pare che ce ne sia parecchia) con buona pace dell’estetica indie che ha sdoganato ormai da qualche decennio il nerd genialoide come figura dell’eroe in un mondo senza eroi.

Marta Ciccolari Micaldi, che ha visto il film in anteprima lo scorso giugno a Bloomington, Illinois, in compagnia degli amici di DFW, ha scritto sul suo blog lamcmusa.com un pezzo illuminante su come nessuno da quelle parti si aspettasse di vedere un ritratto di David più complesso o tormentato di quello fatto da Ponsoldt. Anche questa è una lezione: il Midwest americano che ha generato Wallace guarda il film e rivede se stesso, ed è giusto così. Noi invece vediamo lo scrittore di culto che genera centinaia di visite annuali al suo archivio conservato a Austin, in Texas, e qualcosa ci sfugge: c’è una barriera culturale, una irriducibilità di Wallace al discorso che lo circonda, che lo salva dalla banalizzazione proprio in virtù della sua tormentata complessità. E anche questo, senza dubbio, è giusto così.

 

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