Ricky Gervais

Politicamente scorretto

Sul suo account twitter si definisce scrittore, regista, attore, produttore, pugile a mani nude, filantropo. Semplicemente, Gervais, è il comico più famoso al mondo (anche se l’Italia non lo sa).
Ricky Gervais

Se Ricky Gervais fosse vissuto ai tempi dei Cesari, avrebbe probabilmente inserito nel repertorio commenti taglienti e battute caustiche su imperatori carnefici e cristiani martirizzati; la notte di Natale dell’anno zero, diciamo che avrebbe reso le cose non facili alla sacra famiglia a Betlemme; e fosse stato presente durante crisi del ’29 avrebbe probabilmente preso di mira disoccupati e affamati. Lui scherza, si capisce, ma Ricky Gervais è così: sguazza nel politically incorrect ipnotizzando con battute, frasi, affreschi mentre scaglia il fendente mortifero su chi meno te lo aspetti: dalle star dell’entertainment (Johnny Depp, Bruce Willis, Paul McCartney) agli obesi, passando per i malati di cancro e l’Olocausto. Ricky Gervais, non è molto noto in Italia, ma se chiedete a qualsiasi cittadino di lingua anglofona vi dirà che è oggi il comico più famoso al mondo.

 

Il suo capolavoro? The Office. È il 2001 e sulla BBC (in Italia su Jimmy nel 2004) va in onda una sit-com geniale. Negli anni in cui il reality show si affacciava in Europa, Ricky Gervais e Steve Merchant (amico nonché complice in tutte, o quasi, le produzioni televisive/radiofoniche) decisero di graffiare il format e girare un finto documentario (mockumentary) sull’ambiente lavorativo di un ufficio responsabile della vendita di carta in un paesino nella provincia inglese. Lo show riprende in toni caricaturali la vita farsesca dell’uomo medio (mezza età, cultura media, classe sociale media) ne amplifica i difetti, sovrapponendo quello che è David Brent (l’office manager interpretato dallo stesso Gervais) a quello che David Brent vorrebbe essere. In questo iato, tra l’essere e il voler essere, giace la carica umoristica e spiazzante dello show. Una troupe televisiva presente dietro le quinte dell’ufficio che fa finta di girare un documentario lancia il format verso il successo planetario. Una decina sono i The Office in giro per i network dei diversi paesi: dalla Germania (Stromberg) alla Francia (Le Bureau) da Israele (HaMisrad) alla Cina (attualmente in produzione). La versione più famosa (anche se non all’altezza dell’inglese) è quella americana (The Office US) con Steve Carell nel ruolo dell’Office Manager (unico caso al mondo in cui due attori hanno vinto un Golden Globe per lo stesso personaggio in due contesti diversi).

 

Quando nel 2005 uscì Extras, il successo commerciale non fu lo stesso di The Office, ma sia la critica sia il pubblico apprezzarono molto l’idea e i personaggi. Gli autori (di nuovo la coppia Gervais & Merchant) capovolsero letteralmente il centro convenzionale di una sit-com, catalizzando l’attenzione verso le comparse (extras in inglese) e ponendo star e attori blasonati (Kate Winslet, Orlando Bloom, David Bowie…) ai margini della cornice.

Ma nel repertorio di Ricky Gervais, oltre la TV, anche il cinema (The Invention Of Lying, Ghost Town, Cemetery Junction) e la radio (prima vera arena dell’autore/comico che dopo una breve carriera da cantante approda come speaker a Xfm London Radio). È proprio nel contenitore radiofonico che Gervais, a parere di molti, dà il meglio di sé. I podcast e gli audiobook registrati negli studi radiofonici sono esempi di comicità e intrattenimento fatto di semplicità, innovazione e sempre fluida improvvisazione. Cinque stagioni del Ricky Gervais Show e dieci audiobook hanno presentato al mondo Karl Pilkington, personaggio caricatura di se stesso, produttore radiofonico a Xfm radio e scoperto dallo stesso Gervais. Tutto iniziò così: “Il motivo per cui ho deciso di fare un podcast con Karl Pilkington è perché ho sempre voluto chiudermi in una stanza con lui e far ascoltare al mondo i suoi deliri”. E di deliri si tratta. Un nuovo solco nella comicità. Ignoranza e disadattamento intelligentemente e furbescamente pilotati creano dialoghi di altissimo intrattenimento di cui il primo beneficiario è senz’altro Gervais che usa gli spunti sia per i suoi stand up show sia per altri progetti come An Idiot Abroad, documentario sui viaggi di Karl per il mondo. I commenti sulla muraglia cinese paragonata all’autostrada M1 oppure a bordo di un camioncino in Alaska per la raccolta di rifiuti organici a domicilio durante la stagione invernale sono tra i momenti cult della serie.

 

In una ascesa tanto atipica quanto veloce (da dj in una radio londinese negli anni 90 a presentatore dei Golden Globe per tre volte di seguito dal 2010 al 2012) la domanda è per quanto tempo ancora dovremmo assistere al suo politically incorrect prima che il personaggio, il comico, il regista, l’attore sappia rinnovarsi, proporre qualcosa di nuovo.

Gli stand-up dell’ultimo tour hanno le stesse battute del 2008 (se non addirittura del 2004) ed è, come dire, molto più che politically incorrect visto che gli show durano 60 minuti e il biglietto può costare cifre non proprio popolari. Karl Pilkington è un dolcissimo disadattato, ma, in giro per il mondo, ci ha mostrato più di quello che avevamo interesse a vedere. La serie televisiva Life Is Too Short (2011) trasferisce su Warwick Davies (il protagonista di Willow, e l’Evok di Guerre Stellari), il ruolo caricaturale, che però non funziona perché anche la commedia dell’insulto a lungo andare stanca, soprattutto se le battute, gli scenari, persino le espressioni del viso sono sempre le stesse.

A dirla tutta, ci manca il Ricky Gervais innovativo che ha cucito un nuovo abito alla comicità prima di lui molto spesso piena di comici insicuri urlanti e copioni sesso centrici. Ogni volta che lo si sente parlare durante un’intervista, gli si sente dire che è darwiniano, crede nell’autoselezione, marca il suo territorio, lo difende e non ha interesse a creare consenso poiché tutto quello che fa è prima di tutto per il suo di intrattenimento. Se “darwiniamente” non si evolverà, l’ostinata e ostentata difesa del suo prodotto e del suo pensiero sarà tutto quello che ricorderemo.

 

Pubblicato sul Mucchio 703

 

 

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