RomaFF 2016

Il meglio della 11esima Festa del cinema di Roma

Un anno di transizione oppure l'ennesimo segno di confusione di una manifestazione, nata sotto il segno di un budget ormai ineguagliabile, dall'anima ancora irrisolta? La domanda suona retorica, eppure confidiamo nel talento dei selezionatori e nella rubrica del direttore per un futuro dalle idee più chiare. Nell'attesa e schivando i titoli di imminente uscita di cui avremo modo di scrivere a breve, segnaliamo alcuni titoli meritevoli, per lo più orfani di distribuzione nelle nostre sale.
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La Festa del Cinema di Roma festeggia il secondo anno sotto la direzione di Antonio Monda, che prosegue la sua operazione di rinnovamento/restaurazione a base di ospiti dalla provenienza eterogenea – non solo cinema ma anche letteratura, musica, architettura – e una selezione di titoli, largamente saccheggiati dai festival internazionali (Toronto su tutti), stavolta particolarmente avara di meriti.

 

Una (Benedict Andrews)
Una è una giovane donna che vive nella periferia inglese. Il suo sguardo vitreo nasconde un oscuro passato, un’adolescenza rubata dall’amore sbagliato per Ray, adulto vicino di casa affascinato da una tredicenne che sembra contraccambiare le sue attenzioni. Tratto dalla pièce teatrale Blackbird di David Harrower, anche sceneggiatore del film, Una, diretto da Benedict Andrews, tratta il tema della pedofilia osservandone i difficili risvolti nell’età adulta. Lontano dall’immaginario di Lolita, Una mostra l’ossessione di una donna combattuta tra amore e odio per il suo carnefice, incapace di emanciparsi dalla versione tredicenne di sé e per questo in bilico sul discrimine che potrebbe farla scivolare nella più totale follia. La visione di Andrews è disturbante (e non potrebbe essere altrimenti) e capace di rasentare l’empatia per il colpevole Ray, ma, nel finale, sminuisce il personaggio di Una. La gabbia di pazzia in cui la rinchiude è troppo stretta per contenere tutto il suo complesso dolore, lo stesso così ben raccontato in tutto il resto del film.

In bici senza sella (Francesco Dafano, Chiara De Marchis, Matteo Giancaspro, Cristian Iezzi, Gianluca Mangiasciutti, Giovanni Battista Origo, Solange Tonnini)
Il termine precarietà è, oggi, usato e abusato come non mai. È l’emblema e l’anatema scagliato con forza contro una generazione spaccata in due, tra tentativi di riuscita fatti di resistenza fisica e psicologica, e un lassismo latente che conduce a una staticità che ha i contorni del più terribile immobilismo morale. In bici senza sella, film in sei episodi girato con il contributo di giovani registi e sceneggiatori, prova a raccontare questa quotidiana lotta alla sopravvivenza, proponendo uno sguardo amaramente ironico. La generazione che ne viene fuori è disperatamente consapevole e, per questo, ingegnosa, ai limiti dell’inverosimile. Non si è costretti a inventare il futuro, troppo sfocato per poterlo anche solo immaginare, ma il quotidiano, che prende forma attraverso scelte assurde ma funzionali a mantenersi a galla in un mare di “le faremo sapere”, “sei troppo qualificato”, “sei licenziato”. Certo, precarietà significa anche imperfezione, ma la si può perdonare a un gruppo di esordienti che, va riconosciuto, ha avuto il coraggio di mettersi alla prova.

Moonlight (Barry Jenkins)
Chiron è un ragazzino sensibile e solitario, una mosca bianca in una Miami di periferia che lo vorrebbe inquadrare come vittima o come membro di un branco, con la sua logica di virile crudeltà. La sua diversità, che va ben oltre il suo orientamento sessuale, dipende da una scelta, e dai sentimenti che essa comporta: non piegarsi ai dettami sociali, e scegliere un’alternativa, una possibilità lontano dal degrado morale e familiare, che lui riconosce in Jean, uno spacciatore dotato di coscienza, che diventa per lui una figura paterna, e in Kev, un’anima combattuta, come la sua, che gli concede la libertà di esprimersi senza vergogna. Il film di Barry Jenkins, equilibrato e profondo nel suo intimismo, pecca solo di alcuni mutamenti troppo repentini nella scrittura, ma non perde mai la bussola restituendo uno spaccato di umana contemporaneità che in pochi sono capaci di raccontare con la giusta, e sincera, autenticità.

VALENTINA MALLAMACI

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Moonlight

 

Nocturama (Bertrand Bonello)
Un gruppo di ragazzi francesi organizza una serie di attentati a Parigi e poi si barrica in un centro commerciale a godersi “il frutto” delle proprie azioni. Film potente, controverso e originale si divide tra un prima, in cui gli attentati sono preparati con secchezza melvilliana, con ritmo e personaggi calibrati nella loro freddezza e nel mistero, e un dopo, che diventa una sorta di survival horror in cui i protagonisti devono sopravvivere a loro stessi e alla società dei consumi. Bonello sferza le finte rivoluzioni dei nostri tempi, mette alla berlina le loro motivazioni e i loro retroterra, gioca con il pop in modo sovversivo, fa cinema politico inventando forme e modi cinematografici.

Louise en hiver (Jean-François Laguionie)
Dolcissimo e un po’ funereo come i suoi pastelli, gli acquerelli, i colori a cera che riempiono l’immagine come fosse una tela, Luise en hiver è un film che racconta la solitudine gradita di una donna costretta a restare sola per un anno nel paesino da cui ha perso l’ultimo treno stagionale. La vecchiaia e i ricordi, i fantasmi di una vita che riprendono forma ma anche la voglia di vivere in totale libertà: senza sussulti emotivi di troppo, ma con la capacità di fondere leggerezza e racconto umano, di far galleggiare i limiti tra realismo e sospensione onirica, di cullare lo spettatore tra musiche, colori, caratteri.

Into the Inferno (Werner Herzog)
Assieme al vulcanologo Clive Oppenheimer, conosciuto durante le riprese di Encounters at the End of the World, Herzog gira il mondo per andare a cacciare i vulcani più importanti, quelli più distruttivi, non solo quelli che regalano immagini spettacolari, ma soprattutto quelli attorno a cui si sono create mitologie e che sono stati eletti dall’uomo come cardini nella costruzione millenaria della civiltà. Oppenheimer fa da guida scientifica, Herzog cuce i fili riflessivi, antropologici e concettuali col suo inglese dal pesante accento teutonico e gli uomini che intervista aprono loro le porte di un rapporto profondo tra uomo e natura. Un film fluido, sfaccettato, appassionato e dal sottile ghigno herzoghiano (come quando parla di sé attraverso i suoi film ad ambiente vulcanico), in cui lo stupore e la consapevolezza trovano un equilibrio e una forza espressiva tra le più alte del recente cinema del regista.

EMANUELE RAUCO

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Into the Inferno

 

Train to Busan (Yeon Sang Ho)
Yeon Sang Ho, noto per i suoi nerissimi lavori d’animazione, debutta nel live action con uno zombie movie che si muove sul solco di opere recenti come World War Z. Insomma, zombie che corrono come saette ma hanno paura del buio; per non parlare della fascinazione, così contemporanea, verso le suonerie degli smartphone. Mescolando ironia, thriller e momenti horror, il regista cerca di costruire un’opera che fa della unità di tempo e di luogo – un treno diretto verso Busan, unico luogo sicuro del paese – lo strumento per la costruzione del ritmo e delle dinamiche tra i personaggi, tutti modellati sui classici archetipi del genere. Allo stesso modo, tematiche come la lotta di classe e il senso di responsabilità collettiva che dovrebbe guidare una comunità sono trattate superficialmente, perché ciò che più interessa a Sang Ho è il puro intrattenimento. E in questo riesce perfettamente, mantenendo alta la tensione fino alla fine, in cui ogni cosa sembra però trovare la soluzione con un familismo consolatorio dal dubbio valore. Ma se la meta d’arrivo lascia a desiderare, il viaggio certamente è riuscito a intrattenerci.

Swiss Army Man (DANIELS)
Hank, naufrago prossimo al suicidio, trova sulla spiaggia il corpo di un uomo. Si tratta di Manny, un cadavere con problemi di meteorismo. Tra i due nascerà una strana amicizia dai risvolti imprevedibili. Il film potrebbe sembrare uno scherzo da due soldi, una barzelletta dal fiato corto, ma sotto la sua superficie triviale si nasconde il racconto amaro, anche se un po’ facile nella metafora, di un ragazzo interrotto. Senza svelare troppo della trama, giacché il colpo di scena è il nucleo tematico dell’opera, potremmo dire che trattenere le flatulenze rischia, prima o poi, di farci implodere; dunque non chiudetevi in voi stessi, accettate la vita in tutti i suoi aspetti e date suono alle vostre emozioni, anche venisse fuori una sgradevolissima salva di peti. Diretto da Daniel Kwan e Daniel Scheinert, noti agli amanti dei videoclip come DANIELS, Swiss Army Man è senz’altro il film più strano e disturbante che vedrete quest’anno, ma anche uno dei più divertenti e toccanti. In un universo d’idee stantie, ben venga un film imperfetto ma che si vanta della sua rinfrescante unicità.

Hell or High Water (David Mackenzie)
“Cos’è rapinare una banca di fronte alla fondazione di una banca?”. Partendo da questa storica domanda di Brecht, il regista inglese David Mackenzie costruisce un heist movie più interessato al contesto sociale – un Texas spettrale ridotto sul lastrico dalla crisi economica – che alla caccia all’uomo. Il paese, infatti, sembra popolato solo da persone che non “hanno mai conosciuto qualcuno che se l’è cavata con qualcosa”, famiglie che hanno perso tutto e sono pronte a sporcarsi di sangue pur di poter andare avanti. Così, le anime nere bruciate dalla miseria che popolano questa storia si trovano costrette a scegliere per la propria sopravvivenza: lambire le fiamme dell’inferno o sguazzare nell’acqua alta di una mesta quotidianità? La risposta arriverà attraverso un’indagine cbe pian piano prende la forma del western, tra comancheria e sparatorie, pur non rinunciando all’ironia. Sarà anche per la presenza coeniana di Jeff Bridges, che dà vita alla strepitosa figura di un sarcastico Ranger prossimo alla pensione.

ROSARIO SPARTI

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Hell or High Water

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