Scrivere per la tv

La sospensione del diritto

A colloquio con Barbara Petronio, sceneggiatrice di serie tv e membro della WritersGuild Italia che tutela chi scrive storie per la televisione. Perché il lavoro non è mai una fiction.
KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Si chiama cliffhanger ed è un espediente narrativo utilizzato per interrompere bruscamente
un’azione, lasciandola in sospeso fino alla nuova puntata. Nelle serie tv accade spesso. Dexter docet. Ma il più estenuante cliffhanger nella storia della serialità televisiva non è stato scritto su carta, è semplicemente accaduto quando tra il 2007 e il 2008 gli sceneggiatori americani perpetuarono uno sciopero che bloccò per mesi le produzioni audiovisive, lasciando gli spettatori incollati alle poltrone con una suspense degna del miglior episodio di
Breaking Bad. I writers statunitensi protestavano perché ritenevano (a ragione) che i loro diritti subivano una sospensione molto più pericolosa di quelle che loro s’inventavano
per rendere una serie avvincente.

E così, sul modello delle sue sorelle anglosassoni, per cercare di porre rimedio a questo cliffhanger dei diritti, nel 2012 è nata nel nostro Paese anche la WritersGuild Italia, un sindacato che tutela la categoria degli sceneggiatori e scrittori italiani. Ne parliamo con Barbara Petronio, sceneggiatrice di serie tv come Romanzo criminale e membro della Guild. “La WritersGuild Italia nasce come SACT, un’associazione culturale, per poi approdare a questa formula che rende pubblici i contratti della nostra categoria. Abbiamo un avvocato che li sta studiando e quello che emerge purtroppo non lascia dubbi: i nostri diritti non sono rispettati. Quello che chiediamo sono maggiori tutele. In realtà più che una questione di quantità, si tratta della tempistica. Riceviamo il denaro dopo molti mesi – e spesso non siamo pagati -, questo perché il pagamento avviene solo alla fine del prodotto. Insomma parliamo di garanzie minime contrattuali e certezza dei pagamenti”.

Se il mestiere di sceneggiatore di serie tv sembra non dare molte garanzie, la via che porta a praticare la professione è ancora più incerta. “Non c’è una strada sola e non ci sono scuole che rilasciano un ‘patentino’ – spiega ancora la Petronio. Io col tempo sono arrivata alla conclusione che si nasce scrittori, con quella strana urgenza di osservare il mondo e di interpretarlo con una propria chiave. Ovvio che qui in Italia si può diventare sceneggiatori anche per ‘linea di sangue’, perché un amico ti aiuta o perché ci si fa pagare poco. Ecco, questi forse non è il caso di chiamarli sceneggiatori”.

deformazione professionale

Ma una volta che si diventa writers, con quali meccanismi di scrittura bisogna confrontarsi?
Di solito si lavora in team, si litiga molto, ci si ama molto. È un’esperienza che ti mette a contatto con le parti più belle e più brutte di te, che tiene a bada il tuo ego (e gli scrittori spesso l’hanno di una certa importanza per non dire di peggio) o che lo fa esplodere in tutta la sua forza. Insomma la WritersRoom è un luogo particolare dove oltre al talento è necessario anche avere un carattere duttile, anzi, direi generoso”.

Tanta fatica per diventare una figura professionale che da noi ha poca visibilità, in una totale assenza di cultura della sceneggiatura e di un mercato degli script. “Questo, però, è un problema tutto italiano. Non c’è un mercato delle idee, non c’è un momento o un luogo in cui uno scrittore possa proporre le sue idee. Le pitch session, i face to face con i produttori, da noi non esistono. I produttori, così come i network, non sembrano interessati a cercare le idee migliori e ad acquistarle. Eppure un mercato sano dovrebbe fare proprio questo”.

Siamo ben lontani dal fenomeno Black List, il sito americano che consente a chiunque
di sottoporre le proprie sceneggiature all’attenzione del mercato, scoprendo storie da Oscar come quella di Argo di Ben Affleck. “Una vetrina così prestigiosa – dice la Petronio – da noi avrebbe probabilmente molte adesioni da parte degli scrittori, ma scarsissima attenzione da parte dei produttori. Questo perché finora il mercato dell’audiovisivo ha funzionato su criteri diversi e non competitivi. Le serie sono state prodotte non tanto perché fossero buone idee quanto perché quel produttore doveva lavorare per altri motivi, più inerenti a una logica spartitoria che non alla ricerca della qualità. Credo, però, sia un fenomeno che la realtà attuale non consente più di gestire come nel passato: il calo sistematico degli ascolti e l’avvento di Internet, che permette un consumo molto più settorializzato del prodotto, stanno di fatto cambiando questo vecchio sistema”.

La speranza, ancora una volta, proviene dal Web. Non sappiamo come andrà a finire, però, forse, oggi c’è qualcuno in grado di far scoppiare questa bolla di sapone. “Non so se ciò accadrà in maniera definitiva, ma di sicuro una buona idea ha più possibilità di trovare in Rete un suo pubblico (per quanto piccolo) rispetto al passato. Noi stiamo lavorando
perché questo diventi il nuovo sistema”. E questa sì che ci sembra una buona idea. Anzi, un’ottima idea.

Sulle serie tv leggi anche Gli anni spezzati della fiction italiana.

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