Serie tv

A che punto siamo?

Un libro sostiene che la buona televisione esiste. Ce ne eravamo accorti.
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A che punto siamo?

L’importo del premio è di 10mila dollari tondi, una somma irrilevante in confronto alla autorevolezza del riconoscimento a cui si accompagna. Se vinci un Pulitzer significa che, secondo l’opinione di esimi giurati, il tuo lavoro nel campo dell’informazione è di diverse
spanne sopra quello dei tuoi colleghi, non solo per gli argomenti trattati, ma anche per la chiave originale in cui li esponi e la capacità di analisi che dimostri nel cogliere lo spirito del tempo. Quest’anno, per la critica, la lode è andata a Emily Nussbaum che scrive di televisione per il “New Yorker”, mentre nel 2015 era toccata a Mary McNamara, stesse pagine ma del “Los Angeles Times”. Una doppietta indicativa del peso specifico della tv che La nuova fabbrica dei sogni, il volume sui miti e i riti delle serie americane appena pubblicato da Il Saggiatore, dimentica di utilizzare come ulteriore dimostrazione di una realtà ormai assodata: al senso di inferiorità della televisione non crede più nessuno, dicono Aldo Grasso e Cecilia Penati che firmano il testo, facciamo un libro che lo sancisca e non torniamoci più.

Come la letteratura e il cinema, il piccolo schermo ha i suoi autori, i suoi personaggi, le sue professionalità (l’onnipotente showrunner vive qui e da nessun’altra parte), i suoi critici e le sue cattedre all’università che costruiscono giorno dopo giorno la cosmogonia, ormai importante, che lo riguarda; tanto vale smettere di tirare in ballo film e romanzi come termini di paragone per discutere, che so, di Mad Men perché ce n’è abbastanza per trattare la serie di Matthew Weiner come opera d’arte a sè stante, secondo regole e canoni propri.
Anzi, per la maniera in cui la serialità televisiva detta l’agenda dei temi più popolari, è decisamente il format che si muove meglio nella fabbrica culturale: è agile, sia per le ridotte risorse economiche che richiede e la facilità di procurarsele grazie all’appeal presso gli investitori, sia per i cicli di lavorazione mediamente più brevi rispetto a qualunque produzione cinematografica, riuscendo quindi a stare sempre sul pezzo: legge il presente e lo mette rapidamente in scena potendo contare su più piattaforme in grado di moltiplicare le modalità e la capacità di fruizione.

Pensateci, solo dieci anni fa non esistevano lo streaming, il binge-watching, le web-series, il live tweeting, la lunga lista di registi e attori venuti dal cinema, le comunità a lavoro sui sottotitoli, i remake, le serie europee esportate negli Stati Uniti, l’utilizzo ad hoc della grafica computerizzata, le sorprendenti location internazionali e la sovrabbondanza di storie che dimostrano i molti modi in cui noi e la televisione siamo cambiati, talvolta in maniera così repentina da renderne difficile una mappatura puntuale su carta: così se La nuova fabbrica dei sogni riesce nella missione di lavare il peccato originale e fissare i punti cardinali di questo giovane mondo, a differenza di testate specifiche come “Link”, ora anche online, o articoli approfonditi su siti e riviste periodiche, il libro non arriva a dare conto degli ultimi sviluppi di The Jinx o Making A Murderer, titoli capaci di uscire dallo schermo e avere risvolti sulla vita reale. La novità sta nel coinvolgimento del pubblico che non ha mai avuto un ruolo così attivo; non è più questione di cambiare canale o decidere come e quando vedere certi episodi, ma di sentirsi chiamati ad intervenire per mutare il corso degli eventi, dei processi, sulla base di quel che viene mostrato.

Non è sbagliato dire che le nostre scelte (anche) in termini di tv ci definiscono, ma per essere spettatori maturi è necessario conoscere i fili che muovono questa fabbrica, possibilmente senza perdere la voglia di sorprendersi, perché come scrive la smaliziata eppure accorata Nussbaum “nella mia immaginazione la televisione è capace di qualunque cosa”.

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