Sofia Coppola

Visioni + suono

Metti il successo di "Lost In Translation", metti il sistema “trendy” creato attorno alla regista (amici à la page, musicisti, artisti vari): quando si parla di lei, è impossibile restare neutrali o impassibili. Ma di cosa è fatto il cinema di Sofia Coppola?
Sofia Coppola
Il nuovo The Bling Ring non c'è piaciuto per niente

La cosa interessante non è capire i pregi e i difetti del cinema di Sofia Coppola (figlia di Francis Ford, che le produce i film attraverso la sua American Zoetrope). In sintesi: film vuoti, estetizzati, che banalizzano l’alienazione contemporanea dall’alto di un atteggiamento snobistico di chi vorrebbe avere avuto una vita che non ha avuto, film salvati dai suoi attori (e non sempre, come nel caso di Somewhere e Stephen Dorff). Molto più stimolante, invece, è vedere l’orizzonte in cui questi film si muovono. Cosa vogliono costruire. Come dialogano con la cultura contemporanea. Come si relazionano a un più ampio scenario trasversale. Questo perché il cinema di Sofia Coppola non è solo fatto di immagini – un cinema fatto di sguardi, viene spesso scritto sulle riviste francesi quando si parla di lei, un po’ come a giustificare il fatto che manchi una storia “forte” – ma anche di musiche. Soprattutto. Se c’è un punto di forza in film come Le vergini suicide (esordio del 1999 tratto dal romanzo di Jeffrey Eugenides con colonna sonora degli Air), Lost In Translation (2003), Marie Antoinette (2006) e Somewhere (2010) va cercato nella capacità di unire questo indubbio sguardo (anche se i maligni spesso indicano Lance Acord, direttore della fotografia, come responsabile
dello stile visivo d i Sofia Coppola) a un senso della suggestione musicale molto alto. Insomma, anche in mancanza di una storia forte, i film costruiscono dei veri e propri soundscapes. Quadri molto suggestivi che viaggiano sulla commistione di musica ambientale e fotografia che lavora sui mezzi-toni mentre i movimenti di macchina sono ridotti al minimo così come le parole, lasciate al caso o all’essenzialità.

Basta guardare i musicisti che negli anni hanno lavorato con Coppola per capire il climax del suo cinema. Oltre agli Air e i Phoenix del secondo marito Thomas Mars (in prime nozze la Coppola convolò con Spike Jonze, un uno-due che le valse l’appellatitvo di “fidanzata di chi le conviene”), abbiamo Death In Vegas, Kevin Shields dei My Bloody Valentine, Jesus And Mary Chain, Sebastien Tellier, Cure, Radio Dept., Aphex Twin, Strokes, eccetera eccetera. Non solo indie, ma un certo indie. Versante wave, versante ambient, versante shoegaze. Che aiuta indubbiamente alla costruzione di inquadrature suggestive che si traducono in sequenze che rimangono impresse nella memoria al di là della riuscita o meno di un film.
Prendiamo, ad esempio, Somewhere. Film distrutto dalla critica, che ha visto nell’affermazione a Venezia il ricordo di un amore passato (Quentin Tarantino, ex fidanzato della Coppola, vedi sopra) e nella vicenda la reiterazione della “solita storia” (sono ricco ma triste, sono solo e conduco una vita fatta di consolazioni veloci, trovo la speranza in una persona ma poi questa fugge, e così via). Focalizziamo la sequenza in cui Johnny Marco (Dorff) gioca in piscina con la figlia Cleo (Elle Fanning). Non ci sarebbe molto da dire se non che l’azione ha in sottofondo una versione demo di I’ll Try Anything Once degli Strokes, con solo Casablancas alla voce e al Rhodes. Questa versione acuisce la malinconia dell’attimo istantaneo. L’idea che queste vite sconnesse e composte da frammenti che legano una routine alienante (il mondo delle celebrità, che in effetti ricorreva in maniera diversa anche in Marie Antoinette, film ambizioso e non riuscitissimo che però presenta ancora motivi di interesse) debbano essere molto più attente a coglierli, questi frammenti. Perché capaci di dare un senso. Senza la musica, la scena sarebbe stata melensa e addirittura banale. Scegliendo quella canzone (e quella particolare versione molto più rock’n’roll), invece, il melenso diventa romantico, la banalità diventa malinconia e lo scenario irritante che ci mostra un ricco perdigiorno a cui tutto sembra capitare per caso diventa compassionevole e addirittura empatico.

Ecco perché il cinema di Sofia Coppola va inteso all’interno di un discorso più generale. Altrimenti a liquidare la sua carriera ci si metterebbe molto poco. Lo sforzo va fatto non per partito preso, ma per rendere giustizia a un “progetto stilistico” molto più ampio. Qui ci siamo concentrati sulla musica perché sembra essere il collante ideale che rende significativo questo cinema di sguardi. Perché sono suggestioni capaci di essere molto potenti, che si aiutano a vicenda (le immagini e il suono) e diventano cristalli che restano nella memoria. Quanti ascoltano Sometimes dei My Bloody Valentine senza pensare alla corsa in taxi nella notte di Bill Murray e Scarlett Johansson?

Pubblicato sul Mucchio 710

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