The Jinx

Stranger than fiction

La serie "The Jinx", che ha stregato pure Mark Kozelek, e il romanzo "Nel mondo a venire" di Ben Lerner segnano un nuovo confine dello storytelling, dove la realtà è fiction e viceversa.
The Jinx
Stranger than fiction

L’ultima stagione di Mad Men si è appena conclusa e già l’esperienza di Don Draper e soci sembra consegnata alle teche di un museo: i libri di storia culturale del futuro scriveranno che c’è stato un tempo, tra gli attentati del WTC e il vero inizio del terzo millennio, in cui l’assenza di senso del futuro ha portato la civiltà occidentale a rivolgere il proprio sguardo verso la ricostruzione minuziosa del passato, riorganizzandolo come metafora di quel vuoto.
Quello, leggeremo, è stato l’apice dello storytelling tradizionale, un tempo in cui le storie erano ancora dispositivi semantici chiusi in se stessi. Subito dopo è iniziata l’epoca della non fiction.
Se Mad Men è il prodotto perfetto di un decennio di supremo manierismo culturale allora The Jinx, la serie TV trasmessa da HBO il febbraio scorso, è lo spettro inquietante di un futuro che ci sta calando addosso da distanze siderali. Basata su un fatto di cronaca (i tre omicidi compiuti tra il 1982 e il 2001 di cui è sospettato il milionario Robert Durst), la storia era già diventata un prodotto di fiction cinematografica nel 2010 (Love & Secrets con Kirsten Dunst e Ryan Gosling), suscitando l’interesse proprio di Robert Durst che aveva contattato il regista Adrew Jarecki per proporgli di girare un documentario sulla sua storia: non solo Jarecki l’ha fatto, realizzando The Jinx, ma proprio durante le riprese del documentario ha scoperto una prova finora ignorata dalla polizia che ha portato all’arresto di Durst lo scorso marzo. Gli attori sono i personaggi reali della storia, l’incriminazione avviene davanti allo sguardo delle telecamere; più di tutto stupisce quanto realistici siano Bob Durst e gli altri protagonisti nella parte di se stessi, come se le telecamere non esistessero affatto: è il rovescio della medaglia di un film come Gone Girl di Fincher, dove tutto era rappresentazione. Questa invece sembra fiction ma non lo è.
Altro esempio, a testimoniare che Jarecki non è solo: nell’ottobre 2014 la giornalista Sarah Koenig ha fatto partire uno spinoff del suo programma radiofonico This American Life rilasciando un podcast intitolato Serial che trattava il caso di omicidio di una studentessa del Maryland avvenuto nel 1999. I primi ascoltatori pensavano che si trattasse di fiction perfettamente sceneggiata; quando si sono accorti che il podcast seguiva la riapertura di un’indagine reale nel corso del suo svolgimento il prodotto ha ottenuto un successo straordinario, vincendo un Peabody Award e venendo definito dal “Guardian” “un genere nuovo di audio storytelling”.
Allo stesso tempo mi sembra significativo il caso di un libro come Nel mondo a venire di Ben Lerner (Sellerio, 2015), sicuramente tra le uscite più importanti degli ultimi anni negli Stati Uniti e considerato come uno dei testi fondamentali della nuova narrativa non fiction: nelle sue pagine un personaggio di nome Ben Lerner, che sta per pubblicare un libro molto simile a quello che stiamo leggendo, scopre di avere una malformazione cardiaca e acconsente a una donazione di sperma per fecondare la propria migliore amica. A differenza della non fiction narrativa finora (Carrére, Siti) che affondava le sue radici nel senso (scandaloso) della realtà, il libro di Lerner è innanzitutto uno straordinario romanzo postmoderno sullo sgretolarsi del concetto di realtà: sembra non fiction ma non lo è. E poco importa che Lerner sia davvero il suo personaggio o meno, perché è proprio l’irrealtà del tempo a venire, la sua improbabilità, a rendere sterile la distinzione. Come impossibile sembra che esista un personaggio come Bob Durst, eppure esiste; e come realistico fino all’ossessione sembrava Don Draper nel tempo ormai irrimediabilmente passato, e invece non era altro che un’illusione.

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