True Detective

Noir Reloaded

E' senza dubbio la serie dell'anno e negli Stati Uniti sta per volgere al termine.
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Da bambini immaginiamo che il principe debba stare con la principessa finché a un certo punto, quando il culto dei vincenti ci avrà stancato, non inizieremo a concentrarci sui perdenti. Tra le combinazioni sentimentali sfigate messe  a disposizione dalla fiction, ce ne sarà una a cui ci affezioneremo particolarmente: quella tra  il poliziotto e la prostituta.

Per me i detective hanno smesso di essere figure con l’impermeabile di Dick Tracy e sono diventati dei miserabili che dormono in ufficio e si innamorano delle professioniste del marciapiede durante la gita di terza media: mi ero dimenticata di portare un libro e l’unica cosa interessante che vendevano all’autogrill era una roba intitolata L.A. Confidential con Kim Basinger in copertina. Mentirei se dicessi che da quel momento in poi non ho più abbandonato i noir, perché poi l’ho fatto.

Il noir non mi interessava perché, come le fiabe, sembrava confortare aspettative che avevo già. Tra le altre cose, la principessa andava salvata, il drago punito e il principe doveva ottenere una ricompensa (in genere una promozione), solo che le damigelle erano ballerine di lap-dance e i draghi serial killer. I polizieschi che avevo letto, forse anche per le loro ambizioni letterarie, non erano di natura rivelatoria quanto procedurale: il punto non era risolvere il caso quanto insistere sui riti e le metodologie dell’investigazione. Nel fare questo, non riuscivano comunque a evitare di generare stereotipi: il capo dipartimento era sempre corrotto, la spogliarellista aveva sempre il cuore d’oro e il detective parlava sempre poco. Come l’abbinamento tra principe e principessa, anche quello tra il detective e la donnaccia era diventato stucchevole.

A farmi cambiare idea sul noir sono stati due show HBO. The Wire, la serie poliziesca di culto ambientata a Baltimora, mi ha insegnato che si può essere procedurali senza essere noiosi e che in alcuni casi il metodo fa la storia. Guardare The Wire è come scomporre un noir nelle sue componenti minime senza riuscirci davvero, perché è difficile isolare un eroe o un villain, ma allo stesso tempo lo show sfugge alla retorica opposta dei chiaroscuri, quella per cui nessuno è davvero colpevole e nessuno davvero innocente: un mondo in cui il buono è anche un po’ cattivo e viceversa è preferibile rispetto a uno in cui tutto è bianco o nero, ma alla lunga anche questa dinamica diventa prevedibile e si incancrenisce.

Ed è qui che arriva True Detective, storia di due poliziotti di stanza in Louisiana che investigano su una serie di omicidi a sfondo apparentemente occulto. A prima vista lo show con Matthew McConaughey e Woody Harrelson fa poco per superare gli stereotipi di genere: le atmosfere sono cupe e come dichiarano apertamente i poliziotti durante un interrogatorio, il punto non è la storia della vittima ma come loro sono arrivati a “costruire” la storia della vittima. Allo stesso tempo, però, è come se dopo anni di ruoli prevedibili in prima linea i detective si decostruissero nello studio di uno psicanalista. Facendoci capire perché, come le spogliarelliste, continuano a esercitare così tanta attrazione nella fiction: perché sono personaggi che perdono senza davvero perdere. Anche quando sono smarriti, esercitano un potere tangibile. “Certo che sono pericoloso. Sono un poliziotto, posso fare del male alla gente restando immune” dice Rust Chole, mentre una delle prostitute interrogate mette in chiaro che una donna può decidere cosa fare del suo corpo sottraendolo alla volontà del soccorritore: “Ci sono ragazze che scopano gratis in continuazione ma non appena ci mettiamo dei soldi in mezzo ve ne lamentate, perché per una volta quel sesso non vi appartiene”.

In un mondo caratterizzato da una relativa invarianza, detective e prostitute consapevoli della natura non necessariamente fallimentare del loro ruolo sono una sorpresa gradita. Come dice il personaggio di McConaughey, “Dopo anni so chi sono. C’è una vittoria in questo”. Non so come andrà a finire True Detective; magari la principessa si salverà da sola, magari – come probabile – non si salverà affatto. Ma grazie a questo programma e The Wire siamo maggiormente consci del potenziale del noir e dei suoi tentativi di affrancarsi da se stesso. Per uno spettatore e un lettore, c’è una vittoria in questo.

Pubblicato sul Mucchio 715

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