Twin Peaks

Sta accadendo di nuovo

"Ti rivedrò fra 25 anni" aveva promesso Laura Palmer all’agente Dale Cooper ed è stata di parola. David Lynch è tornato sul luogo del delitto con 18 nuovi episodi prodotti da Showtime - in Italia su Sky Atlanti dal 21 maggio - che arrivano nel momento di massima risonanza delle serie televisive. E il colpevole di questo è proprio Twin Peaks.
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Twin Peaks è la città dei vostri sogni. Televisivamente parlando. Un luogo incantevole su a Nord, a poche miglia dal confine canadese, dove i “miei capaci polmoni non sono mai stati meglio”, gli alberi sono grandi e si chiamano Douglas Firs, il caffè è damn fine e la torta alle ciliegie pure: “Questo è il posto dove le torte vanno quando muoiono” andrebbe scritto sotto il cartellone che dà il benvenuto in città. Un esemplare di provincia americana dove il semaforo giallo significa ancora rallentare, anziché accelerare. Twin Peaks è anche la capitale delle stranger things per antonomasia, dove i gufi non sono quello che sembrano, c’è sempre tanta musica nell’aria e soprattutto dove ristagnano i rimasugli di una cultura da cover up: il Progetto Libro Azzurro sugli alieni del Maggiore Briggs e Windom Earle. O in cui si ascolta spesso l’eco di un passato non risolto, personale o in grande stile per la storia americana: “Ci sono due cose che continuo a chiedermi, e parlo non soltanto come agente dell’FBI ma anche come essere umano. Cos’è veramente accaduto fra Marilyn Monroe e i Kennedy e chi ha veramente tirato il grilletto contro JFK”, dice l’agente Cooper.

C’è poi ovviamente il rovescio della medaglia: Twin Peaks è la città dei vostri peggiori incubi. Una convergenza opportuna da fine sogno americano in cui la reginetta della scuola viene brutalmente assassinata, qualcosa di orribile e maligno si aggira nei boschi e i suoi abitanti nascondono non pochi segreti. Un luogo dove gli affari possono andare in fumo, per intascare i soldi dell’assicurazione, e la globalizzazione è anticipata da patetici uomini d’affari islandesi e norvegesi. Senza contare i soliti giapponesi: un certo Tojamura-san e i suoi milioni di dollari dovrebbero salvare un piano commerciale che sembra evanescente, e infatti lo chiamano “Ghost Wood”.

Ma Twin Peaks è, prima di tutto, la città dei sogni di David Lynch. Un inno alla creatività che si accosta alla vita vera più di quanto chiunque nello show business avrebbe ammesso mai all’epoca della messa in onda nel 1990. Sentirete dire a più riprese che il telefilm di Lynch ha condotto a innovazioni rivoluzionarie e audaci meccanismi narrativi presto formalizzati dalla nascita di serie quali La famiglia Brock (Picket Fences, 1992-96) di David E. Kelley, American Gothic (1995), Un medico tra gli orsi (Northern Exposure, 1990-95) e soprattutto The X-Files di Chris Carter. Tutto vero. Ma per essere un luogo che non esiste, se non su piccolo schermo, Twin Peaks è diventato il crogiolo inaspettato di sentimenti che la televisione non era stata ancora in grado di raccontare e interpretare: l’urlo della madre Grace Zabriskie, così disperato da mettere angoscia, non s’era mai udito prima; l’esplorazione invasiva, seppure con i toni della soap, di personaggi eccentrici che va inquadrata come la necessaria concessione di Lynch per restare “in città” a tempo indeterminato, sino al ritratto degli adolescenti finalmente puro e non diluito, diversamente da Beverly Hills 90210.

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Nella sua fase meno anarchica, Twin Peaks ha scoperchiato quel vaso di Pandora chiamato adolescenza mostrando con estrema naturalezza personalità in bilico. Da lì la serialità è ripartita per scoprire “davvero” i teenager americani alla maniera di un My so-called life (1994), la serie di Edward Zwick e Marshall Herskovitz in cui Claire Danes di Homeland aveva i capelli rossi, Jared Leto era il suo love interest teppista e finalmente si parlava di omosessualità e di armi da fuoco a scuola. E il ricordo corre a Bobby Briggs (Dana Ashbrook), il ribelle senza causa di Twin Peaks. Molto più tardi arriveranno Buffy the Vampire Slayer (1997) e, soprattutto, Freaks and Geeks (1999). Con Twin Peaks la generazione X di Hollywood è pronta a farsi strada, una generazione post-Casa Keaton e pre-Friends. Per essere più chiari: all’inizio della seconda stagione, mentre ancora ci si chiede “Chi ha ucciso Laura Palmer?”, questi adolescenti tormentati non li vedrete più varcare le aule scolastiche, bensì il mondo degli adulti, quasi per empatico assoggettamento alle volontà surreali del programma. Una di loro prova a fare la femme fatale con occhiali scuri e sigaretta in bocca giusto due secondi, un altro ha un commovente confronto con il genitore e finalmente lascia sgorgare le lacrime. Perché a Twin Peaks il tempo scorre più veloce che in televisione…

La televisione neppure aveva mai visto in faccia tante giovani donne come quelle apparse nella serie: da Audrey Horne (Sherilyn Fenn) che cita La lettera scarlatta per accedere al bordello One Eyed Jack’s, alla brava ragazza Donna Hayward (Lara Flynn Boyle) sino al sogno proibito Shelly Johnson (Mädchen Amick), sposata al violento Leo (Eric DaRe). Bisognava esserci, agli inizi degli anni 90, per assaporare il piacere del nuovo millennio in avvicinamento sulle pagine di riviste tipo “Movieline” sempre pronte a classificare e depredare i gusti degli spettatori: nell’era Twin Peaks, Lara Flynn Boyle si lasciava ritrarre in abiti Emilio Pucci molto castigati e fantasiosi, mentre Sherilyn Fenn faceva la bomba sexy, per acclamazione la seduttrice preferita della città e nel colore preferito dalla città: il rosso.

Questo, volendo fare i sentimentaloni. Alle spalle di Twin Peaks c’era in realtà un mondo che stava cambiando. Un’industria, quella dello spettacolo su piccolo schermo, in crisi e con l’urgenza di rivedere le sue priorità. Per dirla con le parole di “Time”: non era più tempo di Dynasty, Dallas e Falcon Crest. Non lo era da un bel po’, in effetti. È una crisi che investe tutti, anche le emittenti televisive europee sulle quali gli show americani stanno osservando un periodo di letargo: su tutte, l’inglese ITV nella cui Top 20 non figura neppure un serial statunitense. Mentre diventa un cult in Italia, Australia e Giappone, Twin Peaks affianca un paio soltanto di connazionali del piccolo schermo, le fortunate sitcom Roseanne e The Wonder Years. A questo punto entra in scena un po’ di nostalgia canaglia in salsa berlusconiana. Oggi indagato e processato per l’affare Mediatrade, Daniele Lorenzano nei primi anni 90 era uno degli acquirenti di prodotti televisivi più importanti al mondo, per la Silvio Berlusconi Communications. A lui, che cercava “buoni programmi, nuove idee”, dobbiamo l’arrivo di Twin Peaks in Italia sintetizzato dalla formula pessimista di una generale crisi ideativa negli show americani. Si sapeva soltanto che gli spettatori erano diventati più selettivi e il successo di Twin Peaks in America era il loro modo di dire: dateci qualcosa di differente, come spiegava a “US – The Entertainment Magazine” Michael G. Moye, produttore di Married… with children. Gli executive dei network trovano un’àncora di salvezza nei mercati internazionali, con stime di vendita intorno al miliardo e sei di dollari nel 1990. Non deve sorprendere quindi se ABC obbligherà David Lynch a girare un finale alternativo per il pilot di due ore da destinare all’Home Video in Europa. Ce la ricordiamo molto bene la videocassetta a noleggio Warner Bros. con il caso risolto e l’assassino rivelato (sempre lui, Killer Bob, ma in carne e ossa).

C’è qualcosa di accidentale in Twin Peaks. O meglio, il sospetto che la serie non sarebbe mai nata se l’agente di David Lynch, tale Tony Krantz, non gli avesse presentato un altro suo cliente, Mark Frost, spingendoli a collaborare insieme. Per la cronaca: Frost è stato story editor della serie Hills Street giorno e notte (1981-87), rivoluzionario di suo nel genere poliziesco. Immaginate l’idillio creativo in uno di quei locali stile Double R Diner, giusto per restare in tema, che fa da sfondo ai due mentre scrivono qualcosa su Marilyn Monroe che non andrà in porto per un soffio, ma soprattutto la commedia One Saliva Bubble da far recitare a Steve Martin, che nessuno produrrà. Il percorso che conduce a Twin Peaks, inizialmente intitolato Northwest Passage e successivamente focalizzato sul nome di una città fittizia, è graduale. Le idee vengono immagazzinate, Frost consiglia di formare una società – la Lynch/Frost Productions – per facilitare la vendita del progetto. Ci mettono nove giorni a scrivere lo script e 23 giorni per le riprese del pilot (costo: 4 milioni di dollari), effettuate nelle vicinanze di Seattle, a Snoqualmie, stato di Washington, che con un clic Google vi presenterà mostrando le celebri cascate ammirate in Tv. A serie avviata, le riprese saranno da tutt’altra parte: gli esterni in California, gli interni in uno studio a San Fernando Valley.

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Lynch si porta dietro un paio di attori con cui ha già lavorato: Kyle MacLachlan, che nessuno conosce se non per il disastroso Dune (1984) e il conturbante Velluto blu; Jake Nance, l’attore feticcio che lo accompagna dai tempi di Eraserhead (1977), molti volti nuovi e qualcuno conosciuto per caso su un taxi (Harry Goaz), più una comitiva strana di attori della vecchia Hollywood, Richard Beymer e Russ Tamblyn, che erano stati in West Side Story (1961) e in Twin Peaks non si incroceranno mai. Quanto alla ragazza morta avvolta nella plastica, Laura Palmer, viene scelta un’attrice di Seattle, Sheryl Lee, solo per risparmiare sul budget ma che, una volta vista recitare nel videotape amatoriale con Lara Flynn Boyle, si guadagna tutta l’ammirazione di Lynch e Frost e un nuovo accomodamento nella serie: la cugina “gemella” Madeleine Ferguson. Mentre girano il pilot, quasi tutti si aspettano il peggio. Girare con Lynch è di per sé un privilegio indiscutibile ma nessuno si aspetta che ai dirigenti della ABC l’episodio pilota piacerà e che ordineranno altri sette episodi quale rimpiazzo di mezza stagione sul network da trasmettere a marzo. Lynch temeva di più i censori, considerato il tema murder mystery della serie, ma in cuor suo sperava che “quelli della televisione” fossero pronti mentalmente a fare qualcosa di innovativo. Continuerà a pensarlo anche dieci anni più tardi quando, a Cannes, scoprirà che la ABC gli ha rifiutato Mulholland Drive (2001) perché “troppo strano”. Paradossale davvero per uno che aveva creato il serial più strano della televisione degli anni 90.

Il successo strepitoso dell’episodio pilota l’8 aprile 1990, 33 percento di ascolti e quasi trenta milioni di americani sintonizzati, è facilmente spiegabile: Twin Peaks viene presentato come un evento televisivo, ma è visto subito come qualcosa di artistico per via del suo autore, attirando un pubblico numeroso e eterogeneo; ci sono i fan di Lynch, i telespettatori ordinari e un sacco di persone che di solito non guardano la televisione, tranne forse a orari da vampiro. La serie riparte il 12 aprile e viene trasmessa il giovedì, nello spazio dominato da Cin Cin (Cheers), la sitcom con Ted Danson, imbattibile per definizione. La collocazione piace a Lynch, perché si è messo in moto un rituale inaspettato: tutti davanti alla televisione, e il giorno dopo a commentarlo al lavoro o a scuola (e parliamo per esperienza). Quando il telefilm verrà fatto traslocare al sabato sera, è l’inizio della fine. Quei 10 milioni di fedelissimi che seguono Twin Peaks, uno zoccolo duro che accoglierà giovani adepti tra i 18 e i 34 anni con la messa in onda delle repliche in estate, sono un po’ compressi da decisioni più alte, executive e venditori di spazi pubblicitari che la competizione con Cheers non la gradiscono e sperano che la serie di Lynch perda mordente. È questione ovviamente di soldi. Più una tragica consapevolezza: dagli addetti ai lavori la serie è chiaramente descritta come un prodotto affatto commerciale, anni luce lontana dalla “normalità” dei programmi in onda.

L’intrigante mistero da risolvere però è una droga mediatica più forte del vil denaro. David Lynch dà il meglio di sé con la stagione uno, creando una strana versione delle soap opera, da non intendere come parodia bensì come groviglio allucinato e surreale di ossessioni a lui care: gli inesplorati (e pericolosi) territori onirici, la provincia americana squassata come ai tempi di Velluto blu. Si destreggia in prodezze da prestigiatore (“Il mago desidera vedere” sentiamo dire in sogno a Cooper), sempre tra luce e oscurità (aspetto che Lost gli fregherà) e con un insano divertimento di fondo. Talvolta gli attori lo aiutano: le lenti bicolore del dottor Jacoby sono una trovata dell’attore Tamblyn, le danze e l’ululato del posseduto Leland sono una creazione di Ray Wise, senza dimenticare Piper Laurie travestita da Tojamura-san (l’inesistente attore giapponese Fumio Yamaguchi) all’insaputa dell’intero cast. Forse non tutto è precisamente stabilito dal principio: Killer Bob è la genialata nata per caso vedendo il compianto Frank Silva, assistente dello scenografo di scena, sul set. Nel grande gioco della fiction, Twin Peaks si materializza sullo schermo alla stessa maniera dei gufi di cui decanta l’incerto status. David Lynch ci ha messo tutto se stesso, anche fisicamente nei panni dell’agente Gordon Cole, ma non ha dimenticato le ovvie referenze al mondo del cinema e della televisione: il nome della vittima lo prende in prestito dal film Laura (1944) di Otto Preminger, compresa l’idea di costruire una storia su una giovane donna che non c’è, salvo nei ricordi o nei sogni. Mike, l’uomo senza un braccio è un chiaro omaggio alla serie Il fuggitivo.

Dopo la prima stagione, centro nevralgico di grandi capolavori come l’episodio 2 e la mirabile scena del sogno, Lynch affida il resto del lavoro a Frost e ai registi Tim Hunter, Caleb Deschanel, Diane Keaton (che dirige il bellissimo episodio con Nadine, Ed e Norma sul letto insieme) e Lesli Linka Glatter. Si premura di dirigere gli episodi chiave della stagione due, l’episodio 7 con la rivelazione dell’assassino, e il gran finale di stagione che finisce come un series finale soltanto perché ABC ha deciso di chiudere la serie il 10 giugno 1991 per gli ascolti bassi. Le ragioni del forzato allontanamento del pubblico sono iscritte nella piega presa dalla serie: l’arrivo della nemesi Windom Earle (Kenneth Welsh), la cospirazione di cui cade vittima Cooper, l’introduzione della Loggia Nera e altri misteri troppo oscuri per il pubblico. Le schermaglie con i tre tonti Andy-Lucy-Richard sono poi un eccesso di zelo comico, soltanto superato nella sua inutilità dalla tresca con donna matura del motociclista James Hurley (James Marshall) e quella sua aria da ostinato cane bastonato. Con un Lynch troppo impegnato a girare Cuore selvaggio (1990), la serie ha ormai perso il suo carattere anticonvenzionale.

Venticinque anni dopo quel lungo sogno, Twin Peaks torna nell’alveo della serialità televisiva che ha contribuito a creare. La fugace parentesi al cinema, Fuoco cammina con me (1993 e prossimamente pubblicato come audio libro letto da Sheryl Lee) in cui si raccontano gli ultimi giorni di Laura Palmer, rientra nella categoria: mai scherzare con i sentimenti dei telespettatori. Della terza serie nulla si sa tranne il poderoso ensemble di 217 attori. Del vecchio cast, alcuni hanno fatto in tempo a girare prima di abbandonare anzitempo questa terra: la signora Ceppo (Catherine E. Coulson), il dottore (Warren Frost) e soprattutto il formidabile Miguel Ferrer, l’agente Albert Rosenfield. Nel frattempo Mark Frost ha scritto The Secret History of Twin Peaks, romanzo appena uscito in Italia per Mondadori in cui un agente FBI ritrova documenti che parlano di questa sconosciuta città, e delle investigazioni dell’agente Cooper, svanito nel nulla. Sarà interessante scoprire come Lynch, fantasista del noir, si aggirerà nei nuovi territori della televisione proprio ora che “la nostra gomma preferita”, per usare lo slang di Twin Peaks, è tornata di moda.

Pubblicato sul Mucchio n. 753 – Aprile 2017
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