Un film per l’estate

Pescato su Sky, Netflix e Infinity

Se qualcosa vi è sfuggito, ora è il momento di recuperare. 15 titoli per trascorrere l'estate in buona visione.
UN FILM PER L'ESTATE
Cosa guardare su Sky, Netflix e Infinity

Chuck Norris vs. Communism (Netflix)
Durante gli anni 80, la Romania di Ceausescu non consentiva la diffusione di gran parte delle pellicole occidentali, così da preservare la propaganda da quelle immagini che avrebbero potuto destabilizzare il popolo. La realtà però è sempre difficile da contenere, soprattutto se ha il volto bellicoso di miti dell’action movie come Stallone, Van Damme e Chuck Norris. E fu così che un giorno un gruppo di “sovversivi” si mise all’opera per creare un mercato clandestino di VHS doppiate, che in breve tempo contribuirono a far conoscere quel mondo ignoto – fatto di grattacieli, abiti firmati e golosità alimentari – al popolo romeno. Con questo curioso documentario, sospeso tra nostalgia e rivoluzione, emerge una pagina nascosta della storia rumena, che nel suo piccolo potrebbe aver giocato un ruolo significativo nello spiezzare in due il regime comunista.

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La vita è facile a occhi chiusi (Sky)
1966. La Spagna è ancora schiava della dittatura franchista quando Juan Carrión Gañán, un maestro di provincia grande appassionato dei Beatles, decide di intraprendere un viaggio – nella finzione cinematografica in compagnia di un adolescente ribelle e di una giovane ragazza incinta – per incontrare John Lennon, impegnato in Andalusia nelle riprese di Come ho vinto la guerra. Ispirandosi a un aneddoto poco noto dell’universo beatlesiano, il regista David Trueba mette in scena il tragitto di tre solitudini in fuga, tre storie comuni sullo sfondo della grande Storia, pedine di un racconto di formazione che è un tributo alla gioventù, alla libertà e alla forza rivoluzionaria della musica. Da quell’esperienza spagnola Lennon ricaverà l’ispirazione per Strawberry Fields Forever, i nostri eroi scopriranno che la vita è facile con gli occhi chiusi ma per essere definita tale va sempre vissuta a occhi aperti.

Non essere cattivo (Sky)
L’ultimo film di Claudio Caligari è un’opera inevitabilmente testamentaria ma che trasuda grinta, rabbia e vitalità da ogni fotogramma. Senza dare giudizi, il regista osserva partecipe il viaggio privo di salvezza di due perdenti – interpretati dai bravi Luca Marinelli e Alessandro Borghi – così dipendenti dalla voglia di rivalsa da finire schiacciati sotto il peso della vita. Alla fine (r)esiste soltanto un vago anelito di speranza, sospesa al filo delle illusioni indotte dalla droga del consumismo.

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I mie giorni più belli (Infinity)
Chi è Paul Dèdalus? Il primo a domandarselo è proprio lui, antropologo di ritorno in Francia dopo molti anni. Ed è grazie al suo nostos che riaffiorano alla memoria tre ricordi di gioventù: storie diverse per tono e durata che costituiscono i frammenti di un discorso amoroso “intatto”, in grado persino di restituire l’identità a quest’uomo in fuga dalla sua terra, dal suo passato e da se stesso. Siamo fatti della stessa materia del nostro primo amore, sembra dirci Desplechin.

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1981: indagine a New York (Sky)
C’è aria di Sidney Lumet in questo noir metropolitano, dove l’osservazione del crimine diventa analisi del microcosmo della società. J.C. Chandor racconta l’ennesimo fallimento del “sogno americano”, tuttavia riesce ad evitare l’esercizio di stile grazie a una messa in scena tesa e asciutta, attori in grande forma (Oscar Isaac in versione Al Pacino) e un’atmosfera d’implacabile cupezza che avvolge una narrazione in cui l’anticlimax diventa l’arma prediletta per la costruzione della tensione.

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Tangerine (Netflix)
È la vigilia di Natale. La trans Sin-Dee Rella, appena uscita dal carcere, scopre dalla bocca della sua amica Alexandra che il suo principe azzurro, un magnaccia losangelino, l’ha tradita con una ragazza. Armata delle peggiori intenzioni, Sin-Dee inizia la caccia alla donna. Che il film di Sean Baker sia interamente girato con un iPhone è una notazione tecnica trascurabile, ciò che conta in questa scorretta screwball comedy è l’energia delle protagoniste: due attrici transgender dalla vitalità trascinante che rendono elettrica l’atmosfera di questo ritratto della vita ai margini delle strade di Los Angeles.

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Nora Ephron – Tutto è ispirazione (Sky)
Madrina della commedia romantica newyorchese, la scrittrice e regista Nora Ephron è venuta a mancare nell’estate del 2012 sorprendendo chiunque la conoscesse: d’altronde nessuno si sarebbe aspettato dalla donna che aveva fatto del racconto della propria intimità una professione, che potesse decidere di nascondere a tutti la sua malattia. Oggi suo figlio la ricorda con un bel documentario, raccontando impudicamente – come la Ephron avrebbe desiderato – la sua carriera come figlia, moglie e madre e in parallelo la sua vita come narratrice. Perché, come ricorda il titolo originale del film, “tutto è ispirazione”: i divorzi, il rapporto con la madre alcolizzata, la paura dell’invecchiamento, l’incapacità di censurare le proprie opinioni sempre sferzanti. Si tratta del racconto di una vita piena e libera, che ci spinge, citando la scena più nota del “suo” Harry ti presento Sally, a ordinare “quello che ha preso la signorina”.

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Lui è tornato (Netflix)
Che cosa accadrebbe se Adolf Hitler improvvisamente riapparisse nella Germania dei nostri giorni? Troverebbe un paese impaurito dalla massiccia immigrazione, scosso dagli effetti di una violenta crisi economica, agitato dallo scoppio di focolai di nazionalismo, ottenebrato dalla discutibile qualità della programmazione televisiva e reso fragile da un rapporto non del tutto risolto con il passato: insomma, il terreno ideale per la sua seconda discesa in campo. E se la campagna per la promozione delle sue idee politiche finisse per passare attraverso un’apparizione televisiva in veste di comico, beh, a questo punto sarebbe sotto gli occhi di tutti come la nostra realtà sia ormai identica a una puntata di Black Mirror. Da simile premessa nasce quest’apologo satirico, che parte dal passato per riflettere sul presente indagando il sempre insinuante rapporto tra ideologie e media. Diretto dal tedesco David Wnendt, con stile documentaristico memore delle imprese di Borat, il film non sempre centra il bersaglio ma funziona soprattutto come monito, per ricordarci che certi istinti non cessano mai di esistere.

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È arrivata mia figlia (Sky)
Val lavora come governante presso una ricca famiglia di San Paolo dagli atteggiamenti democratici. L’arrivo della figlia provocherà una piccola rivoluzione negli equilibri domestici, svelando conformismi e ipocrisie dei personaggi. È arrivata mia figlia è un piccolo, delizioso film che mette in luce le due anime del Brasile, evidenziando con quieta ironia le barriere tra classi sociali che oggi, solo apparentemente, sembrano venirsi incontro. Forte delle performance del cast, tra cui la commovente prova di Regina Case, la regista costruisce un’opera lineare, dalla scrittura sicura, dove emerge con forza la distanza tra generazioni diverse.

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Sinatra: All or Nothing at All (Netflix)
Il prolifico Alex Gibney racconta la vita e l’arte di Ol’ Blue Eyes in un lungo documentario televisivo, prodotto dalla HBO, dove la storia degli USA e la carriera dello showman finiscono spesso per intrecciarsi. Nessun atteggiamento agiografico da parte del cineasta, che cerca di restituire la complessità di Sinatra, il cui mito è stato edificato anche intorno alle dicerie, non risparmiandogli nulla. Tuttavia, utilizzando le sue parole come linea guida per la narrazione, il risultato è ben bilanciato, attento nel dosaggio degli straordinari materiali di repertorio e onesto nello sguardo verso la vita privata di The Voice. Ciò nonostante aleggia una sensazione di parzialità, probabilmente dovuta all’impossibilità di sintetizzare la figura larger than life di questa icona del Novecento.

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Babadook (Sky)
Amelia non è ancora riuscita a superare il trauma della morte violenta del marito, e la comparsa di un inquietante libro intitolato “The Babadook” renderà teso anche il rapporto con suo figlio. Ma Babadook, più che il mostro protagonista del romanzo, è la paura stessa. La paura di un dolore che non riusciamo a elaborare, troppo grande perché sia accettato, un dolore in grado di spingere una madre verso atti che mai immaginerebbe di poter compiere. Perché Babadook è l’incubo che tutti portiamo dentro di noi, magari rinchiuso nella cantina della memoria eppure sempre pronto a saltar fuori per farci tremare. Non può esistere estate senza cinema horror, dunque lasciatevi sorprendere alle spalle dalle vostre paure.

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Midnight Special (Infinity)
Lo spirito dei film ‘Amblin’ diretti da Steven Spielberg è vivo e lotta insieme a noi: lo dimostra questa anomala pellicola sci-fi, parente stretta dei film realizzati dal regista americano tra gli anni 70 e 80. L’ispirazione è evidente, così come il peso che assume il rapporto tra i personaggi – un padre che cerca di proteggere il figlio, dotato di poteri sovrannaturali, dall’interesse del governo e di una setta religiosa – all’interno di un’opera che utilizza il genere come strumento per parlare del legame speciale che unisce genitori e figli. Lasciate perdere i superpoteri, l’apocalisse incombente e tutto il resto, Jeff Nichols, come in Take Shelter, guarda allo straordinario per parlare dell’ordinario: ciò che significa essere genitori, con tutte le possibilità e le responsabilità che questo ruolo possiede. “Tu non devi più preoccuparti per me”, dice il ragazzino al padre, che teneramente replica: “Mi piace preoccuparmi di te”. E in questo scambio di battute c’è tutto lo spirito di un film naif ma dal cuore grande.

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Seymour – An Introduction (Sky)
Come da titolo, il primo documentario diretto da Ethan Hawke ha molto da spartire con l’universo di Salinger, dal carattere schivo del pianista newyorchese Seymour Bernstein, protagonista di quest’opera in chiave minore, sino al racconto del suo talento emerso in giovane età, chiaro riferimento al genio precoce della famiglia Glass. Una tenace discrezione che mantiene anche il regista, che non cerca mai di fornire una risposta definitiva sul suo soggetto, limitandosi a presentare al mondo questa figura di un altro tempo, devota all’arte più lontana dal commercio e rimasta deliberatamente nell’ombra per conservare l’autenticità delle proprie capacità.

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Belgica (Netflix)
Dopo le lacrime dolenti e un po’ ruffiane di Alabama Monroe, Felix Van Groeningen torna a raccontare una storia familiare: due fratelli, resi distanti dai caratteri opposti, si riavvicinano quando decidono di trasformare un nightclub sgangherato nel club più cool della città, gli eccessi della nuova vita però finiranno per complicare di nuovo il loro legame. Niente di nuovo sotto il sole del dramma realista, se non fosse per la discreta abilità del regista nell’intrecciare gli umori dei personaggi alla musica, motore della vicenda e anima del Belgica; comunque va detto che se il film riesce a rendere con energia e verità lo spirito della vita notturna e della musica che la agita, gran parte del merito è dei Soulwax, autori di una colonna sonora trascinante e camaleontica, in grado di dare un’identità a ben 15 band fittizie.

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Grandma (Sky)
C’è poco da girarci intorno, il nuovo film di Paul Weitz è un road movie costruito sulla figura, il carisma e la carriera di Lily Tomlin, qui nelle vesti di una anziana femminista, ancora turbata dalla morte della partner, chiamata ad aiutare la nipote teenager rimasta incinta. Una storia al femminile in cui il privato assume un valore politico, come si diceva un tempo, senza che i temi civili diventino mai cieca militanza. Quello che si rivendica, con umorismo politicamente scorretto, è semplicemente il diritto delle donne all’autodeterminazione: un arbitrio meno scontato di quanto tuttora si possa credere.

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