Vizio di forma

Al cinema dal 26 febbraio

Paul Thomas Anderson, l’uomo che girava film impossibili.
Paul Thomas Anderson
Il regista che girava film impossibili

È notizia di questi giorni che Charles Manson sposerà la sua fidanzata dopo quarantacinque anni di celibato carcerario in seguito all’omicidio dell’attrice Sharon Tate e di altre sei persone. Posseduto dalla convinzione che l’apocalisse Helter Skelter fosse imminente, Manson ha messo fine ai giorni degli hippie in maniera cruenta, diventando lui sì più famoso di Gesù Cristo (alla faccia di John Lennon). È negli stessi giorni del clamore attorno al suo matrimonio che vedo Vizio di forma di Paul Thomas Anderson. Il film non cita esplicitamente la Famiglia Manson, così come The Master non nominava Scientology: eludendo il reale, Anderson lo magnifica e lo rende ancora più sinistro. È il motivo per cui il suo cinema fatto di contro-toni e di assoluti – la Famiglia, la Religione, l’Autorità – prima o poi gli farà guadagnare l’appellativo di ultimo grande regista americano.

Ci sono film che ti impressionano alla prima visione, e quelli che lo fanno a ogni visione e addirittura migliorano. Tutti i film di Anderson sono così e non è poco, soprattutto quando si tratta dell’adattamento di un libro di Pynchon come in questo caso, già ostico di suo e propenso a intrecci che fanno sembrare lineare una matrioska. Vizio di forma racconta le peripezie di Larry “Doc” Sportello, un detective sballato che viene trascinato dall’ex ragazza in un’indagine fumosa che lo farà scontrare con poliziotti invasati e grotteschi. Per alcuni critici è il romanzo più personale dell’autore, che a metà anni sessanta ha vissuto a Manhattan Beach: i fricchettoni da spiaggia messi in minoranza da una società ostaggio delle paranoie sull’esoterismo e dell’eroina sono persone che deve aver frequentato a lungo.

Questa traccia intima, rilevabile solo da un sismografo che non si lascia distrarre dal virtuosismo, l’ilarità e l’ambizione che accomunano regista e scrittore, salva la trasposizione cinematografica dall’essere uno spin off retrodatato de Il grande Lebowski. Dal trailer, infatti, il film sembra più innocuo di quello che è. È vero che si ride: appena ti siedi ti ritrovi a inalare marijuana da una mascherina e due ore e mezza dopo sei più fatto del protagonista, non per una regia psichedelica gratuita quanto per i dialoghi fedelmente pynchoniani e la fotografia tutta pastelli e California, vitale e languida. Quelle risate, però, anticipano spesso una paralisi, come accadeva in The Master. Dietro la maschera esilarante, Vizio di forma è sulla fine di una stagione e su un baratto storico descritto bene da Joan Didion in The White Album, quando parla dei giorni in cui andare in giro per Los Angeles in tre o in quattro bastava a far parlare di “setta” e la Summer Of Love è diventata una Summer Of Loss definita da poliziotti e affaristi – in una parola Nixon – che hanno avuto la meglio. Chiunque vada a Venice Beach oggi sente la parodia ma anche il residuo molle di quegli anni e ne ha nostalgia come ha nostalgia della New York anni settanta, della Dolce Vita romana o della Parigi di Hemingway, luoghi resi monumentali della retorica e che hanno dato il massimo proprio alla vigilia della dissoluzione, quando l’eccentricità è stata barattata per una sommessa pacificazione sociale o liquidata dalla guerra. È come nelle storie d’amore: forse non amerai mai nessuno come quel fricchettone, ma hai già deciso che quello che ti regalerà saranno solo aneddoti, e non una vita.

Finirà mai? Certo che finisce. È già finita” dice la voce narrante mentre vediamo Larry Sportello steso sul divano. L’indagine non porta da nessuna parte e l’ex fidanzata si è persa dietro a un’altra stagione, più nichilista e infelice. Lì capiamo che Doc è destinato a restare solo: come l’epoca in cui vive, è solo un bellissimo relitto, e se sopravvive, è solo perché un regista non lo ha considerato impossibile.

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