Albania

Succursale d'Italia

Fabbriche, call center e corsi di laurea. C’è un’intera fetta d’Italia, destinata a lievitare, che si è stabilita in Albania. Una scelta di convenienza che fa riflettere.
Foto di Germano Cucinotta

La nave verso Durazzo lascia il porto di Bari pochi minuti prima delle 9 della sera. I più fortunati hanno prenotato una cabina dove a stento è possibile girarsi su un lato, tutti gli altri se ne stanno a bighellonare fra il ponte esterno ed i bisunti divani della sala bar, in attesa che passi la notte.
Non ci sono italiani, non di prima generazione almeno, d’altronde non ce ne sono mai stati, ché gli italiani in Albania hanno sempre fatto i ricchi e di viaggiare per mare non ne vogliono nemmeno sentire parlare. Sino a qualche anno fa raggiungere l´Italia significava lanciarsi in un’odissea burocratica fatta di visti, permessi, referenze, tasse, biglietti aerei, conti correnti bancari e via continuando. Poi, l’8 novembre del 2010, il Consiglio dell’Unione Europea ha approvato l’abolizione dei visti per tutti i cittadini albanesi decisi a viaggiare dentro i confini del vecchio continente. Ed è stata una vera e propria rivoluzione civile per un paese che dell’Italia, in qualche modo, è ormai diventata una vera e propria regione, sia dal punto di vista sociale sia per quel che concerne i rapporti commerciali.
Ricordo che la sera, verso le 7, mio padre si arrampicava su un albero che stava proprio di fronte alla finestra della nostra cucina. Si issava sino al punto più alto e ci attaccava l’antenna che aveva collegato alla televisione con uno strano cavo bianco e lunghissimo. Io, mia madre e i miei fratelli aspettavamo sul divano e continuavamo a gridargli ‘un po’ più a destra, un po’ più a sinistra’”, ci racconta Ana, 49 anni, moglie di un imprenditore italiano, Claudio Michelacci, che dal 1992 ha deciso di spostare la sua fabbrica di materiale edile dalla provincia di Bologna alla periferia di Tirana. “Era il momento più emozionante della giornata, ci sembrava di uscire finalmente di casa dopo tanti mesi e prendere una boccata d’aria, eravamo appena rientrati dalla fabbrica ed in quella televisione potevamo finalmente osservare tutto ciò che avevamo sognato durante tutta una giornata di catena di montaggio, tutte quelle cose che non pensavamo esistessero per davvero. Lo vedevamo lì, in quella piccola scatola piena di colori che durante la giornata passava soltanto noiosissimi programmi statali. Era la televisione italiana, e anche se non capivamo bene tutto quello che dicevano era come una grande festa, ogni sera. Se restavi in silenzio, nei quartieri della periferia, non sentivi nient’altro, era una specie di onda infinita in cui era possibile distinguere la voce di Raffaella Carrà, oppure quella di Pippo Baudo. Io, come tutti gli albanesi che incontrerete, l’italiano l’ho imparato in questo modo”.

Dei grandi complessi abitativi costruiti dal regime comunista oggi è piena la periferia di Tirana, in quartieri in cui, a dispetto della crescita economica, si continua a soffrire la povertà e le differenze sociali e nei quali, soprattutto, è evidente la distanza fra la parte ricca della città e le comunità costrette a combattere per un sussidio mensile di 40 euro al mese. Nel quartiere di Universitat, fiore all’occhiello della dittatura che ha dominato il paese dagli anni 40, i palazzi sembrano rovine sopravvissute ad un bombardamento, panni stesi fra mura cadenti, strade di fango e scale costruite con assi di legno malmesse. Anche raggiungere le scuole superiori diventa difficile, i mezzi di collegamento costano e l’assistenza sociale alle famiglie in situazioni di alta povertà, a dispetto della propaganda politica, resta soltanto un sogno lontano.
Nonostante tutto questo, l’Albania di oggi è certo tanto diversa da quella raccontata da Ana. I segni della dittatura trentennale di Enver Hoxha restano profondi, soprattutto appena ci si allontana da Tirana, ma questo non è più quel paese di disperati e pronti a tutto che alla fine degli anni 90 provavano a raggiungere la Puglia e che rappresentarono per la nostra piccola Italia la prima vera ondata di un’immigrazione che avremmo poi conosciuto in maniera ben più profonda e massiccia.
L’Albania di oggi è un paese in grande sviluppo, abitato da uomini e donne per cui l’Italia non rappresenta più quel sogno irraggiungibile da ricercare ad ogni costo, ma al massimo una meta turistica affascinante e abbordabile. “Io voglio andare a vedere Milano, a comprare i vestiti firmati per fare invidia a tutte le ragazze che lavorano con me, ma la mia famiglia me la voglio costruire qui in Albania. Questo è il mio paese, il posto in cui sono nato, e oggi che finalmente è possibile restarci, oggi che non siamo obbligati ad andarcene per cercare il lavoro e un futuro migliore, non vedo perché dovrei andar via”. La riflessione di Ismail, un ragazzo di 22 anni che lavora in uno dei call center più grandi di tutta l’Albania, non è diversa da quella di gran parte dei giovani albanesi di oggi, per i quali la vita non è più lontano da qui, ma nei locali alla moda di una città, Tirana, che somiglia sempre più ad una grande capitale europea. Le società albanesi che offrono servizi telefonici alle aziende italiane costituiscono in qualche modo la rappresentazione perfetta di cosa è diventata l’Albania di oggi. Decine di giovani imprenditori si lanciano in un’avventura, quella dei call center, redditizia e a basso rischio, arruolando per 200 euro al mese decine di giovani che con un impiego part time riescono a portare avanti gli studi universitari e a migliorare il loro italiano. Si tratta di un fenomeno commerciale sempre più imponente, con una media di chiamate in entrata e in uscita fra Italia e Albania che sfiora il milione. Dalle compagnie telefoniche Wind e Vodafone sino ai giganti dell’elettricità Terna ed Edison, oggi la battaglia per accaparrarsi nuovi clienti al consumo si gioca da Durazzo, da Valona, da Tirana, con un giro d’affari annuale vicino ai 70 milioni di euro e oltre 24 società di call center a combattere per un fetta di mercato destinata a crescere esponenzialmente, con tante imprese italiane decise a trasferire i loro servizi clienti in territorio albanese, a costi ridotti di oltre il 50 percento e in un mercato del lavoro molto più semplice, snello e regolamentato.

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Fabbriche
È questa la nuova Albania, un paese che negli ultimi dieci anni si è messo in competizione con i mercati più importanti dell’Est Europa e che oggi attrae investimenti milionari da tutta l’area del Mediterraneo. Fra questi, anche quelli di tante aziende italiane di abbigliamento che hanno deciso di delocalizzare dall’altra parte dell’Adriatico. Per esempio c’è la Valcuvia di Elio Ferré, un’impresa con sede a Bergamo che dal 1992 produce nella provincia di Berat, a tre ore di macchina da Tirana, indumenti intimi per i più importanti marchi del mondo, da Victoria’s Secret a Dolce & Gabbana, da Gas a Versace, tutti in unico stabilimento e nello stesso momento, con la medesima manodopera: potenza dell’economia contemporanea. Un centinaio di dipendenti pagati 200 euro al mese per quaranta ore di lavoro settimanali, un vero e proprio sogno se si considera che la merce, nel giro di pochi giorni, può raggiungere via terra e via mare qualsiasi destinazione in Europa. “Non c’è paragone, questa è la verità. Semplicemente una fabbrica di questo genere oggi io non potrei tenerla in Italia, a nessuna condizione. Si tratta di una questione di costi, di tasse, di sistema complessivo del mercato del lavoro. Qui la situazione è molto più snella, le regole ci sono e vengono rispettate ma, soprattutto, per quel che riguarda i lavoratori, possiamo gestire le nostre necessità di produzione senza dover star lì a fare troppi conti. Se ci servono dieci operai in più li chiamiamo, quando non ci servono più li rimandiamo a casa. Si può fare in Italia una cosa del genere? E allora è facile comprendere per quale motivo tantissime aziende decidono di venire qui in Albania. Altro che Cina. Per sopravvivere sul mercato cinese devi sottostare alle loro regole, con numeri di produzione altissimi e nessuna flessibilità”. In effetti il discorso di Elio Ferré fila perfettamente sotto il piano della logica commerciale, decisamente meno per quel che riguarda il resto. Come lui la pensa anche Giergjj Leqeiza, che in Albania, nella città di Scutari, a due ore dalla capitale, rappresenta un altro dei giganti dell’intimo made in Italy, Cotonella, che nel 2012, spiega Leqeiza, ha prodotto nelle fabbriche albanesi più di 12 milioni di capi destinati al mercato internazionale, sia per il brand Cotonella sia per altre importanti aziende di grande distribuzione, come per esempio l’intimo realizzato per il marchio Coop. “La domanda da farsi non è per quale motivo un’azienda italiana viene ad investire in Albania – ci dice Leqeiza – ma perché piuttosto non dovrebbe farlo. Un operaio qui lo paghi 250-300 euro al massimo, non di più, ti lavora dieci volte meglio di un italiano e se decide di andarsene ne trovi altri dieci come lui fuori dalla porta che chiedono il suo posto. E guarda che sono lavori difficili, lavori per cui c’è bisogno di una manodopera che sappia il fatto suo e che in Italia non vuole fare più nessuno. Lì dovresti pagarli almeno 1000 euro, con tutte le noie di sindacati e licenziamenti che insomma, non c’è bisogno te le spieghi io. Non è una questione di essere più o meno umani, perché noi le regole le rispettiamo tutte, dalla prima all’ultima, ma di guardare in faccia il mercato e cercare di essere competitivi. Alla fine sono tutti contenti, a cominciare dai nostri clienti”. Cotonella, che è impegnata in Albania con decine di laboratori e una struttura che impiega, complessivamente, più di 300 persone, è stata una delle prime aziende a sbarcare in Albania ed oggi è anche l’unica ad aver spostato fuori dall’Italia quasi il 100 percento della catena produttiva.

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Diplomi
Un’altra fetta sconosciuta, e ben strana, di Albania italiana è quella dell’Università Cattolica Nostra Signora del Buon Consiglio, una struttura nata nel 2004 che rilascia, unica nel suo genere, lauree italiane in Albania. Professori delle Università Tor Vergata di Roma, Cattolica di Milano, degli atenei di Bari e di Palermo fanno la spola, in turni semestrali, fra le loro cattedre italiane e i corsi di laurea in Medicina, Odontoiatria, Infermieristica, Farmacia. Insegnano, rigorosamente in lingua italiana e a studenti per il 70 percento provenienti dall’Italia, in percorsi accademici i cui accessi in Italia sono regolamentati da affollatissimi esami a numero chiuso e che a Tirana, ovviamente, risultano invece molto meno complessi. “Ho provato ad entrare ad odontoiatria due volte a Roma, ma non ci sono mai riuscita – ci racconta Giovanna, una ragazza di vent’anni originaria di Cosenza, in Calabria. Poi per caso, navigando su Internet, ho scoperto di questa università e del fatto che alla fine del corso veniva rilasciata una laurea in costatuto con l’Università di Tor Vergata, identica in tutto e per tutto ad una laurea italiana. Ho fatto il test, l’ho superato e adesso finalmente sono qui a studiare da un anno. Ho riprovato lo scorso settembre, per la terza volta, il test in Italia, ma è andato di nuovo male, per cui ormai credo che resterò qui sino alla fine dei miei studi”. Di fatto la Nostra Signora del Buon Consiglio è diventata, secondo le descrizioni di decine di ragazzi incontrati fra i corridoi di questa struttura, una sorta di parcheggio per tutti quegli studenti neodiplomati che, non riuscendo a superare i test d’ingresso in Italia, vengono accolti nella capitale albanese. Un affare di ingegneria burocratica sottile e redditizio, che senza dubbio nei prossimi anni registrerà un incremento sempre più importante di giovani cassati nei test italiani e pronti ad una seconda vita accademica fra le aule della prima università italiana in terra straniera.
Un altro segno della nuova Albania che cambia e di un’Italia che continua a perdere i pezzi.

 

Pubblicato sul Mucchio 703

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