Haiti

La repubblica delle ONG

Sono passati più di due anni e mezzo e il trauma del terremoto ha lasciato il posto alle cicatrici ma Haiti si scopre più vulnerabile che mai, Incapace di risollevarsi. Viaggio fra le rovine di un paese che, tra instabilità politica, epidemie e povertà cronica, non riesce a immaginarsi diverso.
Palazzo presidenziale

C’è un anfratto fra i ruderi di Port-au-Prince, una specie di buco fra quattro muri fatiscenti, in cui vive e lavora un gruppo di artisti di ogni età. Sfornano una quantità impressionante di manufatti legati alla tradizione vodou e usano solo rifiuti trovati per strada. Frammenti di pneumatico, materiale elettrico di scarto, pezzi di metallo, bulloni e guarnizioni cadute da qualche auto traballante di passaggio diventano sculture, tableau da appendere al muro, statuette con organi sessuali esageratamente sviluppati, bamboline magiche. In un paio di casi, installazioni di tre metri d’altezza. Nel delirio creativo si mescolano culti ancestrali e visioni cyberpunk.
Autodidatti per forza di cose, si fanno chiamare Artisti Resistenti e non sono i primi né gli unici a trasformare rifiuti urbani in arte. Non lo erano nemmeno quando iniziarono undici anni fa. Quel che li rende speciali è il contrasto con ciò che sta fuori, intorno al loro quadrato di cemento. Fuori c’è un mare di desolazione e miseria, c’è uno dei paesi più poveri del mondo con il suo popolo. Che per buona misura negli ultimi dieci anni ha subito, in ordine sparso: una guerra civile, un’occupazione da parte di una forza militare straniera, un terremoto devastante e una serie di epidemie di colera.

Ma la vita continua anche a Haiti”, scrolla le spalle Michelet Jean-Pierre, un ventiduenne cresciuto per strada che da cinque anni chiama “casa” quest’atelier meravigliosamente improbabile. Motivazione ingenua e inattaccabile la sua: “Ci resta ancora la nostra storia, la nostra tradizione di cultura popolare che sopravvive anche attraverso queste creazioni: se abbandoniamo quella, allora non ci resta niente. Che altro c’è da dire?”.
Buttata in un angolo, in mezzo agli altri materiali di lavoro, c’è una montagnetta di teschi umani. Sembrano proprio veri. Ce ne sono di quasi intatti e di mezzi scassati, già lucidati o ancora pieni di terra. Qualcuno è già finito in una delle sculture, fissato con delle viti al centro di un manubrio di bicicletta o decorato con due lampadine colorate nelle orbite vuote. “Certo che sono veri. Li troviamo un po’ dappertutto”, taglia corto Michelet. Nel pomeriggio che trascorro chiacchierando con lui, osservandolo mentre smonta il telaio arrugginito di una moto incidentata per farne chissà quale scultura, per la tana degli Artisti Resistenti vedo passare diversi altri giovani scultori ma nessun visitatore. “Normale”, dice. “Non è facile trovarci. Ma chi arriva fin qui compra sempre qualcosa”. Mi mostra un esemplare bellissimo e inquietante del Bawon Lakwà, che nella mitologia creola è il guardiano del cimitero, tramite tra la realtà e l’aldilà. Dandogli ragione, finirò per comprarlo.

Foto di Francesco Segoni
Foto di Francesco Segoni

Oltre il cancello, il centro città è un flui-re lentissimo del traffico fra scheletri di edifici, colline d’immondizia e canali di scolo che fermentano nel caldo tropicale. Tra fogne a cielo aperto e gas di scarico, la puzza fa venire il mal di testa dopo i primi cinque passi. Per terra, ai bordi della strada, le donne scalze mettono in mostra frutta, panni, scarpe spaiate o canna da zucchero. Quelle che vendono i sacchi carbone sono coperte dal nero del combustibile sul nero della propria pelle. L’ottanta percento degli haitiani vive sotto la soglia di povertà, più della metà è in stato di povertà abietta. Nessuno sembra fare caso alla desolazione; il vociare e la musica fanno un po’ giorno di festa. Fra i veicoli in colonna dominano i taptap: il mezzo di trasporto più diffuso di Haiti, in genere fatto in casa riadattando il cassone di un vecchio pickup con due panche e un tettuccio. La bravura del conducente si vede nello stiparci dentro quanta più gente possibile. Procedono a una lentezza esasperante, se ne vedono in continuazione fermi sul bordo della carreggiata col motore in panne.La voglia di resistere di Haiti si esprime anche decorando i taptap. Che da bare viaggianti, con vetri rotti e ruggine dappertutto, si trasformano (come i rifiuti di Michelet) in opere d’arte. Immagini sacre, ritratti involontariamente caricaturali di Bob Marley e Lionel Messi, dichiarazioni di amore universale: la lamiera è dipinta fino all’ultimo centimetro disponibile, paraurti compresi. Sulle fiancate si può leggere “Il sangue di Gesù”, oppure “Dio ci salverà”. Un mezzo di trasporto come simbolo di allegra disperazione.

Anche Moïse Emile portava in giro la gente nel suo taptap. Poi ha capito che si guadagnava meglio a guidare per i blan, i “bianchi”: che qui vuol dire semplicemente stranieri, a prescindere dal colore della pelle. Nel caso di Moïse, sono ong, organizzazioni non governative, e giornalisti stranieri. Le sue 14 mila gurde al mese (circa 280 euro) sono più di quanto guadagna un impiegato statale o un medico in un ospedale pubblico. “Prima passavo le giornate con le mani nel motore, respirando polvere sotto il sole infuocato, per aggiustare un ferrovecchio che si guastava in continuazione. Ora guido un fuoristrada giapponese con l’aria condizionata”, sorride. Il 12 gennaio 2010 alle 16:53 era al lavoro come ogni giorno. “Guidavo in campagna, non ho sentito la scossa. Arrivando in città sento l’appello radio della polizia di Carrefour, che sta lungo la costa a qualche chilometro da qui. Sono sepolti dalle macerie, chiedono soccorsi alla polizia e agli ospedali di Port-au-Prince, ma non arriva risposta. Non sanno ancora che Port-au-Prince non esiste più”.

A due anni e mezzo dal sisma non si sa nemmeno quante siano davvero le vittime. Il governo dice 316 mila, ma sono stime grossolane: si basano sul numero di corpi che possono stare dentro la benna di una ruspa e sul numero di ruspe usate per raccoglierli dalle strade. Secondo l’agenzia americana USAID i numeri sono stati gonfiati per aumentare l’impatto mediatico della tragedia e ricevere più aiuti. Lo chiamano effetto-CNN. Le associazioni umanitarie si sono assestate sui 200-250 mila morti.
Arrivando in città sono rimasto sotto choc. Passavo con la mia auto in mezzo a montagne di cadaveri”, dice Moïse. “Negli ospedali non c’erano più posti né dottori disponibili. I feriti morivano e i loro familiari, che non avevano più una casa in cui portarli né mezzi per trasportarli, li lasciavano lì”.
Oggi quei corpi sono raccolti nella fossa comune sotto la Strada Nazionale 1. I campi degli sfollati invece sono ancora dappertutto. La tela delle tende è lisa, nera, squarciata. Le latrine inesistenti o straripanti.
Il governo si è congratulato con se stesso pochi mesi fa per avere portato il numero dei senzatetto sotto la soglia del mezzo milione. Solo nel giugno di quest’anno è stata smontata l’ultima tenda negli Champs de Mars, l’immenso piazzale che prima del terremoto era il centro del commercio e uno dei punti più animati della città. Il sisma l’ha trasformato in un’immensa tendopoli da 200 mila persone dove a un certo punto la polizia stessa aveva smesso di entrare. L’omicidio e lo stupro sembravano la forma più ordinaria di relazione sociale.

 

Foto di Francesco Segoni
Foto di Francesco Segoni

Nel 1804, dopo la rivolta degli schiavi, Haiti fu la prima repubblica indipendente d’America con una popolazione nera di uomini liberi. Due secoli abbondanti più tardi è la Repubblica delle ong. Non esiste un censimento delle associazioni presenti ma siamo nell’ordine di qualche migliaio. Dei tre miliardi di dollari di aiuti internazionali arrivati, solo la metà risulta spesa. E per ogni 100 dollari impiegati, meno di due dollari sono gestiti da associazioni nazionali, il resto passa per mani straniere. È uno degli argomenti preferiti dai tanti demagoghi in cerca di popolarità: con la scusa degli aiuti, i blan ci sfruttano. Lo lascia intendere, senza dirlo esplicitamente, anche il presidente Michel Martelly, ex cantante di un genere a metà fra folk caraibico e dance commerciale; quella copertina in cui si succhia il dito medio in mutande non ha l’aria molto presidenziale, ma la gente vuole credere in lui. “Ha tante idee, tanta voglia di fare”, dice Moïse. Ce la farà? “No”, risponde intristendosi.
Un altro cavallo di battaglia nazionalista sta nel ricordare a intervalli regolari che il colera, almeno quello, Haiti non l’aveva mai avuto. Fino all’ottobre 2010, quando un contingente di soldati dell’Onu provenienti dal Nepal l’ha portato con sé da casa propria, dove era in corso un’epidemia. In un paese dove il 60 percento della popolazione non ha accesso all’acqua potabile è stato come buttare un fiammifero acceso in un bidone di benzina. In meno di due anni più di mezzo milione di persone ha contratto il colera e settemila sono morte.
I caschi blu non erano molto amati da queste parti già prima del colera”, dice Jean Robert Joseph, medico in un ospedale del centro. “La missione Minustah sbarcò ad Haiti otto anni fa per fermare una specie di golpe militare che stava portando alla guerra civile. Fu come l’arrivo di un’armata nemica. Sciolsero l’esercito haitiano, entrarono coi carri armati nelle bidonville e spianarono tutto, buoni e cattivi”.
Oggi, fedeli allo stereotipo del mercenario, girano nei loro autoblindo con i Ray Ban a specchio e la tuta mimetica, spesso con un mitragliatore sul tettuccio puntato verso la strada ad altezza uomo. Da una bandierina sull’uniforme puoi sapere da che paese arrivano: Brasile, Indonesia, Guatemala e altri (i nepalesi sono ripartiti, dopo la storia del colera erano diventati un bersaglio). La maggior parte di loro ha l’aria di non sapere bene dove si trova e di non porsi troppe domande. “Quel che è certo, con tutta l’antipatia e il senso di umiliazione che posso provare quando incrocio la Minustah per strada, è che se dovessero partire, un minuto dopo scoppia di nuovo la guerra civile”, dice il dottor Joseph. “Non il giorno dopo: nell’istante stesso in cui l’ultimo aereo con la bandiera azzurra si stacca dalla pista dell’aeroporto”.
Garantita una precaria stabilità politica, i caschi blu non arrivano a frenare una criminalità di strada incontrollabile. Nonostante la presenza di una caserma della Minustah, per esempio, il ghetto di Cité Soleil resta terra delle gang. L’ospedale che Medici senza frontiere ha aperto un anno fa in questa zona accoglie ogni mese centinaia di feriti gravi tra armi da fuoco, da taglio e bastoni. Entrare nel quartiere di sera è fuori discussione per chi non ci vive e anche in pieno giorno è sconsigliato da tutte le ong.
All’estremo opposto, Pétionville resiste nel suo ruolo di enclave dei ricchi: nel fine settimana gli expatriates si rifugiano nei suoi hotel, bar e ristoranti pagando il conto in dollari americani. Ogni tanto qualcuno sparisce: è il luogo ideale in cui cercare uno straniero da rapire. Ma Pétionville rimane relativamente sicura rispetto al resto di Port-au-Prince, capitale dell’unico paese caraibico che non vede l’ombra di un quattrino dal turismo. Se nella classifica del pil procapite si trova al 207esimo posto nel mondo su 226 in totale, Haiti è invece ai primi posti nelle classifiche degli “Stati falliti”: quei paesi, come Somalia, Afghanistan o Repubblica Democratica del Congo, che sono o rischiano di essere ostaggio di gangster, tribù o signori della guerra; incapaci di immaginare un futuro senza la tutela della comunità internazionale.

Foto di Francesco Segoni
Foto di Francesco Segoni

Nei primi mesi dell’anno un gruppo di ex militari dell’esercito sciolto otto anni fa ha preso una vecchia caserma abbandonata a Carrefour e si è auto-proclamato l’esercito ricostituito di Haiti. Da un giorno all’altro sono ricomparse armi, uniformi e circa duemila “volontari”. Il 18 maggio, giorno della Festa della Bandiera, i caschi blu hanno ripreso la caserma al termine di un’ordinaria giornata di spari con un paio di morti: notizie che non riescono nemmeno a uscire dai confini nazionali.
Non è chiaro chi avesse finanziato gli ex militari, ma i mezzi di cui disponevano non erano poca cosa. Si è osservato che nel corso del 2011 erano rientrati in patria dopo anni di esilio il dittatore Jean-Claude “Baby Doc” Duvalier e l’ex presidente populista Bertrand Aristide. “Ma c’erano sospetti anche sullo stesso Martelly”, dice il dottor Joseph. “Sapendo che vede di buon occhio la ricostituzione di un esercito e la partenza della Minustah, lo hanno accusato di fingersi vittima degli eventi volendo in realtà mettere la comunità internazionale di fronte al fatto compiuto che un esercito haitiano si era ormai ricostituito. E che piuttosto che rischiare il solito bagno di sangue, sarebbe stato meglio ufficializzarne il ruolo. Rispedendo i caschi blu al mittente, cioè al Palazzo di Vetro”. Versione poco credibile, aggiunge poi il medico, perché “se c’è qualcuno che tiene in piedi Martelly, è la Minustah”.
Passato il terremoto, sedata la rivolta dei militari, tenuto precariamente a bada il colera, Haiti vorrebbe guardare avanti. Ma soltanto la metà delle macerie è stata rimossa a oggi e la promessa di Martelly che il 2012 sarebbe stato l’anno della ricostruzione ormai non funziona neanche più come barzelletta. Nel punto più centrale della città campeggiano ancora le rovine del palazzo presidenziale. L’ultimo a viverci fu Baby Doc, i presidenti che l’hanno seguito hanno sempre preferito le loro ville nelle colline fuori città. Sulla destra del palazzo, un’enorme cupola è rimasta schiacciata verso il basso, come un panettone che si sgonfia e si piega sul fianco. Sono mesi che cercano di demolirlo del tutto, ma pare esserci una maledizione: ogni volta che ci provano, una ruspa s’inceppa, un operaio muore in un incidente, insomma succede sempre qualcosa e si rimanda. Il futuro non vuole arrivare.
Riprendersi? Non vedo come”, dice Moïse sfrecciando nel traffico.

Pubblicato sul Mucchio 698

 

Foto di Francesco Segoni
Foto di Francesco Segoni
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