Ibiza (pt.1)

Piccola storia maledetta

Ibiza è stata per decenni l’icona dell’edonismo di massa, di una club culture estatica e oltraggiosa. Mentre l’isola affronta l’ennesimo restyling, è tempo di raccontarne una genealogia alternativa - da Benjamin a Nico ai New Order.
Ibiza (pt.1)

Appartata, primitiva, intatta. Quando Walter Benjamin giunse a Ibiza per la prima volta era la primavera del 1932 e negli alberghi in costruzione a San Antonio veniva prevista solo allora l’acqua corrente – ed esclusivamente per gli stranieri. In quei giorni scriveva a Gretel Karplus, futura moglie di Adorno: “di tutti i paesaggi abitabili, questi sono indubbiamente i più riservati e intatti ch’io abbia mai visto“. Quando quell’uomo appesantito, gli occhiali fissi sul naso, lo sguardo intento a fermare i dettagli, se ne andava a passeggiare sui sentieri di campagna di Ibiza, l’unico suono che udiva era un’eco distante di un vuoto, giù giù nelle sue cavità – forse antri nella lava, forse tombe nascoste, insinuava.

È conservato un racconto, Sotto il sole, che Benjamin scrive negli ultimi giorni di permanenza nell’isola. Parla di sé come un viandante – in terza persona – perso tra ricordi, osservazioni linguistiche, bombi che lo minacciano, sudori e frutti da assaporare. A mezzogiorno, l’ora famosa in cui l’uomo non proietta ombra e in cui i Greci vedevano la possibilità di un contatto spesso terrifico coi propri demoni, Benjamin guarda l’isola e la vede silente, anzi doppiamente silente: “tutt’intorno il silenzio del mezzodì sembra raddoppiato“, scrive.

Tornato da quella gita, lasciata l’isola, Benjamin raggiunge Nizza e redige un testamento. Forse, non si è mai capito, prova a suicidarsi. Ha appena compiuto quarant’anni. Il demone del silenzio era venuto a trovarlo a Ibiza. La morte lo troverà otto anni dopo, dall’altra parte di quello stesso mare, nello stesso modo.

Un anno dopo quella gita, è il 1933 ormai, Benjamin ritorna a Ibiza senza più nulla tra le mani del suo precariato intellettuale sperso tra riviste, radio e giornali. Perché in pochi mesi, come accade qualche volta, in Europa è cambiato tutto: Hitler ha democraticamente preso il potere, gli ebrei vengono di diritto perseguitati.

Benjamin è fuggito. Ebreo rifugiato declassato, è un manovale culturale senza referenze – gli amici lo ospitano, poi trova un albergo infame a una peseta al giorno, mentre cerca di risalire dal precipizio esistenziale in cui è caduto. La fuga l’ha invecchiato – i locali, vedendolo camminare, il passo incerto, lo chiamano El Miserable. Ibiza non gli piace più, troppi turisti, troppi tedeschi, alcuni emigrati ma anche nazisti: “L’isolamento dell’estate scorsa è reso difficile anche dalla comparsa di ‘villeggianti estivi’, rispetto ai quali non è sempre facile fare una distinzione precisa tra stagione estiva e ultima stagione della vita“.

Nel 1933, quando la Germania è presa da una nuova, brunissima religione della morte, il rifugiato tedesco scorge nell’isola balearica una strana indiscernibilità: i villeggianti sembrano altrettanti chiassosi condannati a morte. L’isola è colonizzata, scrive Benjamin allarmato. Nella totale incoscienza delle masse in costume, l’estate ibizenca è ancora una preparazione alla morte. Ma dal piano individuale di un anno prima si è arrivati a un fatto sociale, a un’estate di massa che ammicca alla morte.

Venne Franco e la dittatura. Benjamin non tornò più a Ibiza. Ma i turisti tedeschi continuarono a visitarla. Anche se l’Ibiza solitaria e appartata, le spalle rivolte a Valencia, quasi a custodire le sue asperità, quell’Ibiza era svanita nell’eruzione dell’Europa. Da quando gli outsiders, i nullafacenti, gli emarginati dell’arte e della cultura avevano preso a frequentarla, quasi un porto franco nel cuore tra due dittature, Ibiza rimava singolarmente con festa.

Insieme ai bohémiens, l’isola cominciò ad attrarre anche il turismo d’alto bordo, le spoglie di un’aristocrazia europea tutta barche e lustrini. Nei Cinquanta, fu una modella tedesca a testimoniare che un giovane Juan Carlos, futuro re, le aveva passato una canna. Ne raccontava tante, quella meravigliosa biondina chiamata Nico.

Proprio a Ibiza le era stato affibbiato quel nome. Era venuta sull’isola da ragazzina superba, uscita perfetta da un’infanzia tra le rovine di Berlino, impegnata in una session fotografica con uno dei tanti tedeschi che frugavano le Baleari alla ricerca di sole e anomia, Herbert Tobias. È proprio lui a battezzarla con quel nome da maschio, per dimenticare un suo amore recente, il regista Nikos Papatakis. I’ll be your Nico, le aveva detto la teenager incantevole dalla voce cavernosa.

Berlinese come Benjamin, Nico – ventenne dai contorni biografici imprecisati, usa a raccontare favole su di sé e inesauribile nel name-dropping – vent’anni dopo Benjamin si unisce allo spirito beatnik che già popolava l’isola negli anni Trenta e fa la spola tra i due turismi, quello degli artisti diseredati e quello delle barche extralusso.

S’innamora dell’isola per il suo stile e le sue droghe, tanto da portarci anche la madre e da indurla a viver lì. Una parte non indifferente nella felliniana Dolce vita, un ruolo principale nel capolavoro dei Velvet Underground, presa in tragitti che la portano dalla Parigi della Nouvelle Vague a Londra (dove registra un brano con Jimmy Page) e infine a New York (superstar di Warhol nel 1966), dimenticherà la madre, sempre più malata, su quell’isola dove periodicamente ritornava e che lentamente cambiava. Ne esportava allucinogeni fatti in casa proprio lì, dai suoi amici ibizenchi – era ancora nel mood lisergico coltivato con Brian Jones e Jim Morrison. Poi morirono entrambi.

Proprio mentre scopriva l’harmonium e s’inventava come artista, con due album che fissavano un genere con un’unica esponente, Nico entrò nell’altro mood, quello dell’eroina. Ma al “Melody Maker”, nel 1970, rispondeva: “Ibiza è la mia destinazione preferita, penso che morirò lì“. E da tossica conclamata – solo l’eroina a occuparti la mente ogni santo giorno, i soldi per procurarla come unica cura -, continuò a tornare sull’isola. Ma Ibiza, Ibiza che spacciava i suoi viaggi nel suono e nello spirito, Ibiza che risuonava nelle menti degli outsiders come una panacea, Ibiza intanto cambiava le droghe e cambiava i suoni. Anche la gente di Ibiza cambiava, sempre più oggetto del desiderio dal Nord Europa – non solo tedeschi, anche scandinavi e inglesi venivano a frotte, sempre più.

Così mentre Nico vagava tra i club d’Europa per finanziarsi l’habit nell’effluvio del post-punk, mentre l’ultima appendice nostrana Sandy Marton scimmiottava la copia della copia, l’Europa intera aspirava i fumi di perpetua festa dionisiaca, tra cocktail, barbecue ed ecstasy consumati tra Ibiza città e San Antonio, mentre i bassi risuonavano dal KU al Pacha, i club più oltraggiosi sul piano musicale, responsabili di una germinazione di idee elettroniche che ha contaminato l’ultima rivoluzione musicale di massa, quella della rave generation.

Nel 1988, per trovare ispirazione per il quinto album, persino i New Order, che avevano combattuto a lungo con la morte all’inizio, lasciavano Manchester, dove la house culture muoveva i primi passi, per Ibiza, per avvicinarsi al Balearic Beat. Sumner e Hook si facevano servire cocktails in piscina, mentre Stephen Morris – l’unico a odiare il sole – buttava giù qualche ritmica in studio. Si abbronzavano, bevevano, sfasciavano macchine con gli Happy Mondays. Tornavano a dormire a mezzogiorno.

Il giorno dopo un’intera notte spesa al club di culto dell’Amnesia, Peter Hook, il bassista, intravede una donna di mezza età, statuaria, con davanti il sosia giovane di Alain Delon. È, scortata dal figlio Ari, la cinquantenne Nico, che vive a Manchester come i New Order e che finalmente è “pulita”. Hook la riconosce, ma non la saluta. Distrutto dall’ennesima notte di eccessi, scappa via. Era mezzogiorno, tempo di schiacciare i propri demoni sul letto.

Hooky seppe solo dai giornali che il giorno seguente Nico, pedalando a mezzogiorno sotto il sole del giorno più caldo dell’anno alla ricerca di un po’ di erba, era caduta dalla bicicletta, sbattendo la testa. Che aveva avuto un’emorragia cerebrale. E che era morta, un giorno di mezza estate, dopo aver atteso invano nelle sale d’aspetto degli ospedali, mai accettata perché cosa ce ne facciamo di una tossica che si fa male in bici. Morta nell’isola che le aveva regalato il nome e un’infinita aura d’imperfezione, per lei l’estate di Ibiza rimava finalmente con quella morte inseguita a lungo.

Mentre Nico agonizzava, cominciava per decine di migliaia l’estate infinita di Ibiza. E continuava per decenni, un moto perpetuo di ritmi elettronici – un assaggio di oltranza, di trasgressione. Un assaggio di morte, una promessa quasi mai rispettata di finire altrove.

Oggi anche quella scena è finita. “Tutto lì può restare com’era, ma il velo fluttua, e impercettibilmente le cose al di sotto si spostano“, aveva proferito Benjamin attonito nel suo racconto ibizenco del 1932.

Impercettibilmente, da luogo di resistenza, da ritiro per beatnicks ed emarginati, da teatro di un contatto alterato con sé e con gli altri che apriva a nuovi scenari culturali alieni al rampantismo delle proprie patrie d’origine, anche il modello-Ibiza è cambiato. Come se i beats ripetuti avessero avvicinato alla terraferma. Non si costituiscono comunità alternative nell’eco di un suono, di un’ispirazione. Non più. No man is an island – ripete oggi il demone meridiano al turista d’alto bordo, nel suono raddoppiato di un’elettronica senza più pietà. Ma questa è un’altra storia. Questo è il presente.

(segue pt.2)

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