Ibiza (pt.2)

No more parties

Sentirsi alternativi, controculturali, underground, in vacanza, ma senza fare troppo sforzo.
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Controcultura? Beh, scordatevela. O meglio: la sentirete evocare, a Ibiza; la vedrete innalzata come maestosa foglia di fico più volte, troverete anche chi ci crede ancora veramente in totale sincerità. Oh sì. Ma oggi, di controculturale, a Ibiza è rimasto poco o niente. Esattamente come di controculturale nelle faccende di techno e house è rimasto molto poco, e quel poco è per lo più sporco, spigoloso, altero, scontroso, poco accattivante, non lo trovate certo lì dove la gente va per divertirsi e vivere la vacanza. A Ibiza è rimasto altro. E altro ancora sta per arrivare.

Arrivare sull’isola balearica per la prima volta è uno choc, se un po’ si segue la musica. Perché sui grandi cartelloni pubblicitari che si trovano sulla statale a quattro corsie che porta dall’aeroporto alla cittadina principale dell’isola, quei cartelloni che di solito sono colonizzati da birre, marchi d’automobile e operatori telefonici, vedrete campeggiare le foto di Solomun, Tale Of Us, Luciano. Passeggiando per il centro, le lavagnette esposte all’ingresso dei bar per pubblicizzare l’offerta del giorno (avete presente, no?) non sono brandizzate Coca Cola o Algida, come succede di solito, ma Richie Hawtin o Carl Cox. È straniante, tutto questo. Accade solo ed unicamente ad Ibiza. Anzi, volendo è controcultura pure questa: se ci pensate è quasi un gesto dadaista sostituire il brand di una multinazionale col brand di un dj – brand tra l’altro neanche incredibilmente famoso se si esce dal giro del clubbing e della club culture. Infatti, se la vostra formazione musicale è di matrice rock, è probabile che dei nomi sopracitati ne conosciate giusto un paio (…vi consentiamo anche il “Ma Luciano chi, quello che fa reggae?”: no, non è il Luciano che fa reggae, è un dj svizzero-cileno di grande successo). A Ibiza, quindi, non c’è l’Heineken o la Nestlé a colonizzare il mercato della cartellonistica, ci sono dei musicisti. Dei dj.

È che a Ibiza l’essere hippy di un tempo è stato sostituito da un grande, grandissimo pragmatismo nel capire che l’aura alternativa e controculturale (un tempo giocata dal rock e dalla psichedelia, poi soppiantata dalla cultura del ballo elettronico), farlocca o meno che sia, è una grandissima brand identity capace di creare plusvalore se usata e sviluppata nel modo giusto. Ora come non mai, ora molto più di prima. L’onda lunga del ’68 e del ’77 ha comportato, oggi, una fashionizzazione di tutto ciò che è alternativo al modello industriale dominante: e fashionizzare significa togliere la carica dirompente, rivoluzionaria, per guadagnare invece in piacevolezza e capacità di sedurre – cosa che, se si ha l’onestà intellettuale per ammetterlo, non è nemmeno così male. Piacevolezza e capacità di sedurre sono però presto inglobate in un modello industriale. Si tratta di moda, mica di fare la rivoluzione. La moda è un’industria, pure bella potente. Chiaro che finisci coll’essere inglobato.

Ecco che quindi oggi, a Ibiza, tutti vogliono essere, o meglio, sentirsi alternativi, controculturali, underground, creativi, almeno durante i giorni di permanenza lì: senza fare troppo sforzo. E gli viene fatto credere che lo si può essere, basta pagare: cinquanta/sessanta euro l’ingresso di una discoteca, venti/venticinque euro un cocktail e così via. Ti fai fregare in questo modo, ma vuoi mettere il fatto di essere sulla Isla, il fatto di respirare la libertà (parzialmente dissolta ma non estinta, vedi la diffusione ancora del nudismo nelle spiagge o delle droghe nelle feste), il fatto di stare in un luogo magico dove al posto della Coca Cola c’è Richie Hawtin e al posto della Vodafone i Tale Of Us, che effettivamente è una cosa davvero bislacca?

Che poi, a breve le genti attuali alla guida di tutto questo carrozzone saranno spazzate via. Chi è arrivato per fare i soldi col clubbing (la versione 2.0 della libertà e creatività esistenziale rock’n’roll), e ne ha fatti pure tanti e facili, tra cinque, dieci anni riceverà l’avviso di sfratto da chi punta solo ed unicamente a fare soldi su soldi su soldi investendo nel settore del luxury, quello coi margini di guadagno maggiori. Hai usato la (contro)cultura come foglia di fico e moltiplicatore del tuo investimento? Hai spacciato l’idea di Ibiza come posto speciale quando invece stavi impiantando su larga scala le dinamiche del più banale sistema del divertimento di una normalissima città? Bravo. Ora questa cosa ti si ritorcerà contro molto a breve. Hai voluto (s)vendere la specificità di Ibiza per poter lanciare con più facilità dinamiche economiche da massimizzazione dei profitti? Quando arriveranno quelli cattivi davvero, quelli che pensano solo al lusso più vuoto e futile e redditizio, non avrai più niente e nessuno a difenderti. Stanno già arrivando. I più intelligenti – fra questi gli italiani del Circoloco, la serata del lunedì che è diventata un culto e che funge da validazione su chi sono i dj più forti su piazza – hanno capito che bisogna muoversi subito, farsi amici la cricca del lusso, della moda d’alto livello, andare a parlarci e coinvolgerli. Perché Circoloco nasce come serata techno-house undeground-ma-commerciale (comunque divertente, via), piena di tamarri e di gente che smascella, e poi, negli ultimi anni, ha fatto un incredibile lavoro di accreditamento verso il mondo opposto, quello della moda e dei vip (da Riccardo Tisci a Bobo Vieri: chi vi scrive si è trovato davanti Gerd Janson e Bobo Vieri, che è come dire Carlo Conti e Mark Lanegan fianco a fianco), pur continuando a tenere una presa ferrea sul mondo dei tamarri e dei ragazzi che si vogliono divertire senza troppe pretese. Una doppia presa che diventa tripla nel momento in cui, con grande lungimiranza, hanno capito che allo stesso momento bisognava anche ragionare di e con gli intellettuali del clubbing, i taste maker, quelli che sull’immediato ti danno consigli che ti fanno perdere soldi rispetto ai nomi-del-momento ma che sul medio periodo ti permettono di posizionarti prima e meglio su ciò che esploderà, accreditandoti anche agli occhi degli artisti non come avida entità commerciale che vuole fare fatturato sulla pelle di techno e house ma come gente che ha a cuore la musica.

Il risultato è la tempesta perfetta: artisti che di solito prendono cachet di migliaia di euro (se non decine di migliaia), al Circoloco suonano per un pugno di centinaia di euro perché sanno che dopo, per l’aura che emana, le loro date in giro per il mondo si moltiplicheranno come numero e in remunerazione. Quindi parlano bene del Circoloco, un posto dove si è stretti come sardine, dove il pubblico è all’ammasso in pista mentre i VIP (o presunti tali) e gli addetti al settore fanno i VIP nel retrobottega, nel giardino esterno che è pure bruttino da vedere e dove non si sente nulla di quello che si sta suonando nel locale; insomma, un posto dove l’esperienza non è piacevole e non è qualitativa, o almeno di certo non lo è come le line up di ogni lunedì (ottime!) promettono. Non una truffa, ma un’astuta alchimia speculativa.

Si salveranno questi ibridi. Questi ibridi astuti ed avveduti. O chi punta sul lusso tout court. Lentamente, si spegnerà e diventerà residuale la magia dei cartelloni di Hawtin e Luciano al posto delle multinazionali e del clubbing come religione e primo motore aristotelico, esattamente come si è spenta ed è diventata residuale la magia dell’isola libertaria, fricchettona, controculturale, di Nico e delle sue dipendenze. Ma va bene così. Il clubbing ad Ibiza è diventato negli anni una mera questione di soldi, di scontri di potere tra management e di pubbliche relazioni, con la musica techno e house a far solo da paravento. Odiamo i ricchi, odiamo le parishiltonate e la loro pretesa di esser persone di gusto senza esserlo, ma se adesso sta per arrivare il loro turno – e sta per arrivare – ce ne faremo una ragione. Ci rintaneremo, come sempre, nella zona nord dell’isola, dove non ci sono club, dove non c’è mondanità, dove le spiagge sono scomode e scoscese ma molto belle. E dove si può vedere Tagomago: noi penseremo felici ai Can e alle loro lisergie mentre la realtà insegna che oggi è un’isola privata aperta solo a riccastri e a gente famosa. Ma non pensiamoci. Non pensiamoci troppo.

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