Internet Italia. Anno Zero.

Intervista a Massimo Mantellini

Massimo Mantellini è uno dei più attenti osservatori del fenomeno "Internet" in Italia, nonché uno dei pionieri della discussione sulla sua natura, sul suo ruolo e sulle sue possibilità. Dalle colonne del suo blog e da vari quotidiani on e off-line, effettua da anni una critica costruttiva che non si piazza né tra gli apocalittici né tantomeno tra gli integrati. In questo "La vista da qui. Appunti per un’internet italiana" (minimum fax), Mantellini cerca di fare il punto della situazione, ponendo molti spunti per il futuro.
mantellini

“Non c’è nulla di più abusato, in Italia, della questione culturale. È una frase che abbiamo ascoltato mille volte, adattata ad ogni contesto. Il problema, da noi, è sempre culturale, qualsiasi sia l’argomento in discussione. Eppure nonostante questo non c’è altra maniera per definire la distanza italiana dalle pratiche digitali, perché – davvero – per una volta, lo sviluppo delle reti ha mutato completamente e ovunque la maniera di fare le cose. Ha introdotto nuove abitudini che rivoluzionano le attività della nostra vita. Per questo, solo in questo caso, la questione culturale del nuovo contesto digitale non è una esagerazione ma l’unica maniera per dare il giusto valore al mondo che cambia e soprattutto al nostro ritardo“.
Secondo Mantellini, Internet è il luogo delle possibilità, ma l’Italia deve darsi una mossa. Perché le questioni sono tante. Economiche, culturali, di costruzione di comunità e di creatività. Per mettersi in moto, però, bisogna cambiare approccio. Non più una polarizzazione, ma la ricerca di una maggiore alfabetizzazione per andare verso un sistema di media veramente integrati. Come se fosse necessaria un’educazione civica al digitale.

Il valore documentale di Internet è molto sottovalutato (per chi fosse interessato c’è un bellissimo libro di Maurizio Ferraris che ne parla, Documentalità. Perché è necessario lasciare tracce, NdR). Eppure si tratta di una enorme mutazione che riguarda il luogo e la quantità delle informazioni per noi rilevanti. Per esempio, YouTube non è solo importante come piattaforma personale per pubblicare video delle nostre vacanze, ma è diventata rilevante, nel giro di pochissimi anni, nel momento in cui gli utenti hanno deciso di utilizzarla come memoria personale di singoli spezzoni televisivi, musicali o cinematografici. Eppure, il valore archivistico di YouTube per la comunità non è difeso da nessuno: per esempio la Rai – che pure è una televisione di Stato – ha recentemente deciso di eliminare tutti i contributi caricati negli anni su quella piattaforma per ragioni economiche e di modello di business. Due questioni forse rilevanti ma che con la memoria del nostro passato e la sua centralità c’entrano poco“.

Internet come archivio e Internet come battaglia culturale da vincere, che comporta anche ripensamenti dolorosi e bagni di sangue. Come quello sul diritto d’autore. Un dibattito incendiario. Anche perché la risposta non è leggere Internet come il luogo dell’anarchia dove tutto è lecito. “Dobbiamo rivedere il copyright per due ragioni fondamentali: la prima è perché così com’è non funziona più. Internet ormai consente di condividere in pochi minuti qualsiasi cosa: la gran parte dei contenuti che ci interessano (musica, libri, film) sono ormai nativamente in formato digitale e come tali facilmente duplicabili senza costi aggiuntivi. La seconda è che se lo volessimo far funzionare come se negli ultimi vent’anni non fosse accaduto nulla, dovremmo pagare un prezzo troppo alto alla condivisione della conoscenza che è il motore delle nostre società. Un libro che nessuno comprava più in epoca pre-Internet sarebbe rimasto comunque non letto per via dei costi di stampa e distribuzione. Oggi un libro che nessuno compra più e che una legge vieta di condividere in Rete è un lusso che non possiamo permetterci“.

E qui il discorso diventa politico, perché ogni governo si riempie la bocca di parole come “Internet, digitale e Big Data” senza chiarire cosa intende fare e come vuole facilitare le cose. Ad esempio, la discussione sui media civici (“media usati per promuovere e amplificare l’impegno civico”, per usare una definzione di Luca De Biase) pone l’accento sul potenziale innovativo. Possibile che anche questo non sia un argomento politicamente funzionale?
I media civici sono un presidio formidabile con un grande limite: sono una piattaforma destinata ad un pubblico molto attivo ed informato. È questa la ragione per cui, secondo alcuni, la partecipazione alla vita politica in epoca digitale ha la necessità, se vuole darsi come obiettivo quello di attivare il maggior numero possibile di cittadini, di iniziare da strumenti più semplici e grezzi, per esempio la banale posta elettronica. Io ho molti dubbi che una società storicamente con connotazioni di partecipazione pubblica molto modesta come la nostra possa essere indotta a diventarlo attraverso l’offerta di piattaforme partecipative molto strutturate e potenti. Importante è invece la capacità di ascolto e forse da lì si dovrebbe iniziare: molte persone usano i luoghi di rete per confrontarsi e discutere di politica. Ascoltarli e prendere spunto da quello che dicono potrebbe essere un buon punto di partenza“.

Che poi è anche quello che distingue un politico che usa Internet in maniera costruttiva, da uno che semplicemente lo vede come variazione sul tema della comunicazione tradizionale. “La mia idea è che la politica di vertice debba utilizzare Internet con competenza e senza improvvisazione ma al di fuori di ogni utopia di disintermediazione: è costretta a farlo in maniera gerarchica, esattamente come è abituata a fare sugli altri media. Questo perché esiste una oggettiva difficoltà a superare il rumore di fondo e le asprezze di qualsiasi conversazione che riguardi molti individui differenti contemporaneamente. Una occhiata ai commenti del blog di Beppe Grillo spiega questo meglio di ogni parola. Diversa è la questione se gli ambiti di rete si fanno più piccoli ed omogenei: nella politica locale ci sono invece importanti spazi di conversazione fra eletti ed elettori che possono essere frequentati in maniera proficua, a patto di avere l’umiltà necessaria per volerlo fare. Tuttavia se c’è una cosa intelligente che la politica può fare in rete, a qualsiasi livello, è quella di immaginarsi più che come un grande microfono come un grande orecchio. Perché nel momento in cui Internet diventa normalità relazionale, le parole che rintracciamo in rete sono le stesse parole delle piazze, le parole dei cittadini“. Internet come un grande orecchio. Internet come un grande cervello. Perché il futuro di una paese che non riesce più a immaginarselo passa anche da queste piccole prese di posizione.

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