Normcore

Non c'è gusto ad essere normali

È da un po’ che li vedo gironzolare nel mio quartiere. Sono vestiti come i nostri parenti meno fantasiosi negli anni Novanta, o come turisti americani in vacanza.
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Scarpe da ginnastica bianche, possibilmente Nike o Reebok ma non dei modelli più ricercati, calzini di spugna, maglioni a collo alto dai colori neutri e Levi’s sformati. All’occorrenza, possono mettere anche una giacca di nylon o un blazer che ha visto tempi migliori. Hanno venti, trent’anni, e sono vestiti come Larry David, quelli di Seinfeld o Steve Jobs. Mi sono chiesta se avessero un nome e poi ho scoperto che sì, in teoria ce l’hanno: normcore. A quanto pare, essere (o vestire, tanto è lo stesso) “normale” è il nuovo modo di spiccare in mezzo alla folla. Ammetto che c’è qualcosa di affascinante in questo concetto, soprattutto se vivi a Londra dove pure i portinai di mezza età di un albergo in zona cinque hanno deciso di farsi i baffi consapevoli e il riporto alla Ryan Gosling perché sentono l’enorme pressione sociale di avere una determinata peluria facciale. Ammetto che c’è un senso di liberazione e che per qualche istante ho pensato potesse essere la famigerata via di uscita dal pantano hipster e contro-hipster in cui ci siamo cacciati: come si sconfigge un ethos dominante, un monoblocco culturale? Come hanno fatto i Russi: facendoci diventare tutti uguali.
L’estetica normcore, sempre che non sia un’invenzione dei giornali e le mie perlustrazioni in città mi dicono che non lo è, è pure divertente. Quando sono in metro, posso avere difficoltà a inquadrarli sono turisti americani, giovani all’avanguardia o mamme che non sapevano cosa cazzo altro mettersi?

Il normcore non nasce per un senso di colpa generazionale o perché qualche collettivo coraggioso ha deciso che l’estetica hipster sia andata avanti troppo a lungo ed è ora di ritornare alla semplicità, ai vestiti dell’Oviesse e alla compassione: è circolato forse qualche manifesto dal basso in cui si parla di normcore? Sono stati organizzati eventi situazionisti in nome della nuova normalità? No. Il motivo per cui il “New York Times Magazine”, la Rete e tre quarti degli inserti culturali anglofoni sono impazziti per questa trovata è perché una società che si occupa di avvistare trend in giro per il mondo, la K-Hole, ha rilasciato un report in cui ci informa di questo ennesimo mutamento della sensibilità giovanile. Larry David è stato nominato icona di stile e siti rispettabili hanno iniziato a postare l’identikit del normcore: cosa comprare per essere come lui. La K-Hole, felice del panico suscitato, ha poi rettificato: attenzione, normcore non significa solo vestirsi da sfigati ma non voler spiccare in nessuna situazione. È una questione di adattabilità: se vai allo stadio, conciati e comportati come un ultrà, se vai a un rave, diventa un raver.

Sin dai tempi del punk, c’è sempre stata una compenetrazione quasi immediata tra culture underground e case di moda: ma all’epoca c’era comunque la sensazione che una filosofia anticipasse uno stile, e non viceversa. Il “Noi siamo questo e ci vestiamo così”, oggi, è totalmente ribaltato nel “Noi vestiamo così, e siamo questo”. È per questo che il normcore non è il nemico dell’hipster, ma solo la sua ennesima propaggine, che esaspera un certo gusto per gli anni Novanta. Magari mi sbaglio, e  l’Olocausto hipster nascerà davvero dalla dittatura della normalità. Magari tornando a vestirci solo all’Ovviesse torneremo anche a essere più semplici. Magari dimenticheremo l’ironia, voteremo conservatore, partiti che difendono la famiglia e mangeremo solo junk food mandando il veganesimo e le tisane biologiche a farsi fottere. Ma non c’è alcuna libera coscienza o potenziale eversivo in questo, perché il cerchio si è chiuso e la normalità è diventata solo un altro segmento del mercato. Se c’è mai stato qualcosa di sotterraneo o seminale nel normcore, direi che possiamo tranquillamente dirgli addio. Ci hanno tolto tutto: da oggi anche il nostro diritto di fare shopping ai grandi magazzini senza vantarcene.

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