Quanto manca al futuro?

Diritti per tutti

“C’è stato un tempo in cui le persone avevano davvero paura di dire che preferivano la montagna al mare” scrive Giulia. “The world can change incredibly quickly” scrive Elthon John. E l’irlanda ha appena detto sì ai matrimoni gay.
arancio

Se c’è una cosa che mi auguro dal profondo del cuore, è un mondo in cui non sia più necessario fare dichiarazioni sul proprio orientamento sessuale. Un mondo in cui che tu sia etero, gay, pansessuale, bisessuale e quanto altro, francamente non interessi una mazzafionda a nessuno. Che non faccia più notizia insomma, che sia assimilabile all’interesse suscitato dal fatto che ti piaccia o meno la peperonata, che tu sia gattaro o canaro, oppure che preferisca fare trekking ad alta quota anziché spaparanzarti al mare. Tutte cose per le quali non mi pare siano previste annunciazioni pubbliche, né drammi familiari”. Scrive così Giulia in Stiamo tutti bene. Le tragicomiche avventure di una famiglia di nome e di fatto, cioè un racconto a puntate di cosa succede se ti innamori di una bionda invece che di un biondo e se, scandalo!, vuoi farci un figlio.
In quel mondo si ripenserà a questo tempo ridendo. Perché allora ci saranno davvero diritti per tutti, senza bisogno nemmeno di parlare di omogenitorialità: lo dicevo per l’ennesima volta proprio qualche giorno fa. Genitorialità e basta, perché mica scriviamo nerogenitorialità o attacchiamo altre parole per connotare l’essere genitore di caratteristiche che non c’entrano nulla, come il colore della pelle o l’orientamento sessuale (non dovremmo, ma lo facciamo e forse c’è ancora bisogno di farlo).
Giulia poi pubblica una cartina dell’Europa. In rosso ci sono i paesi che hanno riconosciuto i diritti (cioè matrimonio senza discriminazione, o come siamo costretti a dire: matrimonio per le persone dello stesso sesso, come se ce ne dovesse fregare qualcosa del sesso o dell’orientamento sessuale o dei gusti alimentari dei coniugi). In giallo quelli che sono appena un passo indietro, spesso solo formalmente, ovvero i paesi che hanno riconosciuto le unioni civili. Poi ci sono anche l’adozione e l’accesso alle tecniche riproduttive.
L’Italia è grigia: non c’è niente. O meglio, c’è la discriminazione di un sistema normativo che non attribuisce diritti uguali a tutti, che fa finta (a volte) di voler combattere l’omofobia rimanendo profondamente discriminatorio (qual è l’unico vero modo per combatterla se non l’uguaglianza?), che parla in nome dei bambini e poi li lascia privi di diritti (come il figlio di Giulia, che non è mica solo figlio suo, ma ha due mamme, solo che la legge ne vede solo una – che legge distratta).
Quel mondo colorato è il futuro. Potrebbe sembrare meno grigio il nostro se pensiamo che la rossa Gran Bretagna qualche decennio fa metteva in galera gli omosessuali?

Proprio in questi giorni ho letto due racconti dell’orrore di quegli anni.
Il primo è un recente pezzo di Elthon John sul “Times” a proposito della sorpresa e della meraviglia del presente quando ripensa alla sua infanzia: “Quando ero un bambino negli anni 50, e mi stavo lentamente accorgendo di essere gay, essere gay era un crimine. Le persone gay finivano in galera in tutto il paese solo per aver fatto sesso”. Qualche riga dopo scrive forse una delle cose che si tende a dimenticare più spesso: eliminare il pregiudizio contro i gay non rende liberi solo i gay, ma tutte le persone.
Il secondo è il racconto di Oliver Sacks nella sua autobiografia pubblicata negli Stati Uniti e in Inghilterra a fine aprile (On The Move: A Life, Knof): l’omosessualità è una vergogna, è un reato, qualcosa da nascondere e, per molte persone, paragonabile a una malattia (o a una punizione). Per la madre, donna istruita e tra le prime chirurghe in Inghilterra ma nata alla fine dell’800, l’omosessualità è paragonabile alla schizofrenia. Come si cresce pensando di essere affetti da una malattia di cui ci si deve pure vergognare?
E quanto ci vuole per eliminare quel grigio?

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